venerdì 17 agosto 2018

Come mai ad Aleppo c’erano mortai fabbricati in Bosnia?


Nelle cantine di un edificio adibito a deposito armi di al-Qaeda, ad Aleppo-Est, l’anno scorso avevo ritrovato i documenti di accompagnamento di armi che provenivano da una fabbrica di mortai in Bosnia, dove, su ogni pagina, vi era la firma di uno dei loro dirigenti, Ifet Krnjic. [Questi documenti] erano arrivati dai Balcani nel gennaio 2016, insieme ad un carico di 500 mortai da 120 mm. Ed ora, nel cuore boscoso della Bosnia Centrale, ho ritrovato il sig. Krnjic, che [in persona] mi ha riferito che era stata la sua azienda ad inviare le armi all’Arabia Saudita.
Seduti sul prato di casa sua, a sud della cittadina di Novi Travnik, un centro manufatturiero di armi, Krnjic scorre con il dito la prima pagina del documento che gli ho mostrato. “Questa è la mia firma! Si, è la mia!”, esclama ad alta voce. “E’ la garanzia di un mortaio da 120 mm., questo è uno standard NATO. Il carico era andato in Arabia Saudita. Faceva parte di una spedizione di 500 mortai. Ricordo bene quella spedizione per l’Arabia Saudita. [I Sauditi] erano venuti nel nostro stabilimento per controllare le armi, all’inizio del 2016.
Questo è stupefacente. Non solo Krnjic, il sessantaquattrenne neo-pensionato, responsabile del controllo armi nello stabilimento della BNT-TmiH di Novi Travnik, riconosce la sua firma, ma afferma anche di ricordare la visita dei rappresentanti ufficiali sauditi e del loro personale militare, venuti ad ispezionare i mortai prima del loro imbarco per Riyadh, e sottolinea che queste vendite erano in perfetta regola con i certificati di destinazione finale che la sua azienda richiedeva a tutti gli acquirenti,  in cui si precisava che le suddette armi potevano essere utilizzate solo dalle forze armate della nazione acquirente.


Un certificato di garanzia per un mortaio, firmato da Krnjic, rinvenuto nello scantinato di un edificio occupato da al-Nusrah ad Aleppo-Est.


Cinquecento mortai sono un carico notevole di armi, la maggior parte degli eserciti europei non ne ha in magazzino un simile quantitativo, e, almeno alcuni di essi, sembra siano finiti nelle mani dei nemici di Bashar al-Assad, il Fronte Islamico al-Nusra e al-Qaida, nel nord della Siria, neanche sei mesi dopo il loro trasferimento dalla Bosnia, distante quasi 2.000 km.  Dal momento che i mortai avevano lasciato la Bosnia il 15 gennaio 2016, con una garanzia di 24 mesi rilasciata dalla fabbrica BNT-TmiH (n° 779,  numero di serie per le armi da 3677), i documenti attualmente in possesso dell’Independent dovevano essere arrivati ad Aleppo prima della fine di luglio 2016, quando le truppe del governo siriano avevano completamente circondato l’enclave controllata dalle varie fazioni armate, comprendenti al-Nusra, l’Isis ed altri gruppi etichettati come “terroristi” dagli Stati Uniti.
Quando The Independent aveva chiesto alle autorità saudite una spiegazione riguardante la documentazione in suo possesso e sul perchè fosse stata rinvenuta ad Aleppo-Est, l’ambasciata saudita a Londra aveva replicato dicendo che il Regno non aveva mai fornito “assistenza pratica o di altro tipo ad alcuna formazione terrorista [comprese quindi al-Nusra e l’Isis] in Siria o in altre nazioni” e definiva le accuse lanciate dall’Independent come “vaghe ed infondate.” Aveva poi asserito che l’Arabia Saudita manteneva “un ruolo guida nell’ambito della comunità internazionale nella ricerca di una soluzione diplomatica al conflitto siriano, collaborando allo stesso tempo con i paesi confinanti e con gli alleati per contrastare la crescita delle forze estremiste.” Non faceva commenti sui registri, sui certificati di garanzia delle armi e sulle fotografie che l’Independent aveva chiesto loro di esaminare.
In ogni caso, è chiaro che è stato il fanatico credo wahabita dell’Arabia Saudita ad ispirare al-Nusra, l’ISIS e le altre formazioni islamiche violente in Siria. L’Arabia Saudita è stata spesso accusata di armare i ribelli in Siria e gli opuscoli di propanda religiosa di Riyadh sono stati ritrovati nelle città occupate in precedenza dai gruppi islamici. Inoltre, l’Arabia Saudita si è sempre espressa per il rovesciamento di Bashar al-Assad e del suo governo di Damasco.


Ifet Krnjic,ex direttore del controllo armi nella fabbrica di Novi Travnik in Bosnia, la cui firma si trova sui documenti allegati alle armi.


Nel 2016, durante le ultime fasi dell’assedio di Aleppo, le truppe siriane e russe erano state condannate dall’Occidente per i bombardamenti quotidiani dei quartieri civili di Aleppo-Est e venivano costantemente diffusi  video e  immagini di morti e feriti, uomini, donne e bambini. Però, nello stesso periodo, i difensori islamisti della città, la maggior parte dei quali avrebbe in seguito lasciato la zona con la promessa di un lasciapassare per la regione di Idlib, controllata dagli Jihadisti, sparavano salve di mortaio nella zona occidentale di Aleppo, tenuta dai governativi.
Nelle settimane seguite alla resa dei ribelli ad Aleppo-Est, a metà dicembre, numerosi chilometri quadrati di macerie erano ancora infestati da mine e trappole esplosive. C’erano interi quartieri  transennati, quando, nel febbraio 2017, ero entrato in tre ex caserme dei gruppi islamici, con le macerie che a volte bloccavano il passaggio; pietre, mattoni, pezzi di metallo e schegge di granata in strada e all’interno degli edifici, danneggiati e pericolanti ma ancora in piedi. Dentro uno di questi, seminascosti da frammenti metallici e bende da campo avevo trovato pile di documenti abbandonati, con le istruzioni per l’uso di mitragliatrici e mortai, tutte in inglese.
C’erano anche bolle di carico e libretti di istruzioni di armi provenienti dalla Bosnia e dalla Serbia, con le pagine ancora umide per le piogge invernali, alcuni macchiati da impronte. Ne aveva infilati più che potevo nella tracolla che porto sempre con me in zona di guerra; più tardi avevo trovato, in un altro edificio, una bolla di carico bulgara per proiettili di artiglieria. Nella cantina profonda di un terzo edificio nel quartiere di Ansari, con la scritta Jaish al-Mujaheddin (esercito dei guerrieri sacri) maldipinta, ma ancora chiaramente visibile all’ingresso, con i piani superiori che portavano i segni dei bombardamenti dei jet siriani e russi, c’erano decine di casse vuote di armi anticarro, tutte con il marchio del produttore, la Hughes Aircraft Company, California. Le casse erano etichettate “Guided Missile Surface Attack” [missili guidati per attacchi di superficie] con numeri di serie che partivano da “1410-01-300-0254.”
Questi documenti, molti dei quali in mezzo a fucili rotti e frammenti di schegge, costituiscono la più affascinante traccia cartacea mai scoperta sui produttori delle armi finite nelle mani dei più feroci oppositori islamici di Assad e su come esse siano arrivate ai ribelli in Siria, attraverso nazioni “alleate” dell’Occidente. Mentre, nel suo ufficio, asseriva di dover “cercare” la documentazione riguardante la destinazione finale della spedizione di mortai del 2016, Adis Ikanovic, il direttore generale della fabbrica di Novi Travnik, mi aveva confermato che la maggior parte delle esportazioni della sua azienda erano destinate “probabilmente all’Arabia Saudita.” Una e-mail di sollecito ad Ikanovic, sei giorni dopo il nostro incontro, con la richiesta di poter avere in copia la documentazione sulla destinazione finale della fornitura di mortai, non ha mai avuto risposta.


Adis Ikanovic, direttore generale della fabbrica di armi BNT-TMiH in Bosnia. Ha asserito che la maggior parte delle sue esportazioni belliche era destinata all’Arabia Saudita.


Milojko Brzakovic, direttore generale della fabbrica di armi Zastava, in Serbia, sfoglia i manuali delle armi che avevo ritrovato ad Aleppo, compreso un documento di 20 pagine con le istruzioni della mitragliatrice pesante Coyote MO2, fabbricata dalla sua azienda, e mi dice “non c’è una sola nazione del Medio Oriente che, negli ultimi 15 anni, non abbia acquistato armi della Zastava.” Concorda sul fatto che le pubblicazioni che gli ho mostrato (compreso il manuale di 52 pagine della sua mitragliatrice media M84 da 7,62 mm., anch’esso rinvenuto fra le rovine di Aleppo, nelle cantine di un palazzo bombardato, contraddistinto dalla scritta in arabo “al-Nusrah” sul muro) erano state stampate in Serbia per conto della Zastava e che l’Arabia Saudita e gli Emirati erano fra i loro clienti.


Milojko Brzakovic,direttore generale della fabbrica di armi Zastava a Kragujovac, in Serbia, ha ammesso che l’Arabia Saudita era un loro cliente.


La descrizione di Ifet Krnjic della spedizione dei mortai da parte della BNT-TmiH in Bosnia è precisa e dettagliata. “Quando i Sauditi erano venuti a fare un sopralluogo nel nostro stabilimento, all’inizio del 2016, c’era un ‘ministro’ saudita…ed erano arrivati anche degli ufficiali sauditi per controllare le armi prima della spedizione. Gli ufficiali erano in abiti civili. Il ministro aveva la tunica. Tutta la nostra produzione dopo la guerra [in Bosnia] è sotto il controllo degli Americani e della NATO, che vanno e vengono in continuazione…sanno esattamente quanti pezzi della nostra produzione escono dalla fabbrica.”
Krnjic, che vive nel piccolo villaggio di Potok Krnjic (i villaggi bosniaci alle volte portano il nome delle famiglie allargate), a sud di Novi Travnik, mi descrive come faceva a riconoscere gli ufficiali della NATO in visita alla fabbrica, uno era un “ufficiale canadese, un tipo di colore di nome Stephen.” Ikanovic, il direttore della BNT-TmiH, mi conferma che tutte le spedizioni, comprese quelle all’Arabia Saudita, erano controllate dall’European Union Force Althea (EUFOR), la missione militare dell’UE che ha sostituito quella dalla NATO (SFOR), in conformità agli accordi di Dayton del 1995, che avevano posto fine alla guerra in Bosnia. Ikanovic mi dice che le ispezioni alla fabbrica vengono condotte da un generale austriaco e, con l’aiuto di alcuni impiegati dello stabilimento, riesco a capire che si tratta del Maggiore Generale austriaco a due stelle Martin Dorfer, il comandante dell’EUFOR. Krnjic afferma che le armi di loro produzione vengono esportate dall’aereoporto di Tuzla o da quello di Sarajevo.
I Sauditi, mi riferisce Krnjic, “non si lamentavano mai, perché è ormai molto tempo che godiamo di buona reputazione, non solo per la qualità delle armi, ma anche perché abbiamo tempi di consegna più rapidi… Lo so che non dovrei dirlo, ma la NATO e l’UE ci avevano dato il via libera per farlo. Il nostro è l’unico mortaio che può sparare dall’asfalto. Ogni mortaio ha un piatto-base, ma gli altri piatti-base [dei mortai di altre nazioni] si rompono, si possono usare solo su terreno soffice. I nostri possono anche essere portati nei sacchi, tre proiettili e un tubo, spari a un edificio e sparisci. Solo i mortai cinesi sono migliori dei nostri, li ho visti in Iraq.”
Si scopre che, anche se Krnjic non è mai stato in Siria, aveva lavorato in una fabbrica di armi che la BNT-TmiH aveva costruito in Iraq nel 1986, durante la guerra degli otto anni fra Iraq ed Iran. “Lavoravo all’interno della fabbrica in Iraq, non facevo di certo la guerra laggiù,” mi dice. “Lo stabilimento era più moderno del nostro [a Novi Travnik], eravamo a Fallujah e a Ramadi. All’epoca costruivamo i lanciamissili da 260 mm. per Saddam, ho visto Saddam tre volte.”
Ma le fortune di Novi Travnik erano andate in declino con l’inizio, nel 1992, della guerra in Bosnia; da una forza lavoro di 10.000 persone si è passati, al giorno d’oggi, a meno di 900. La maggior parte dell’area dello stabilimento è invasa dalla vegetazione, con i macchinari che arrugginiscono nei capannoni. Krnjic, un membro del Partito Socialdemocratico bosniaco e veterano della guerra civile, era andato in pensione alcuni mesi prima della nomina di Ikanovic a direttore generale.
“Non possiamo esportare niente senza un nullaosta approvato, qui in Bosnia, da cinque ministeri differenti e [il contratto] deve essere supervisionato dalla NATO,” mi aveva detto Ikanovic. “Possiamo vendere solo alle nazioni che sono sulla ‘lista bianca’ della NATO.” Come già avevano fatto Krnjic e Brzakovic in Serbia, afferma che la sua azienda deve ottenere, per ogni esportazione di armi, una certificazione di ultimo impiego internazionalmente riconosciuta, ma conviene che gli esportatori non hanno l’obbligo e neanche i mezzi per impedire il trasferimento delle proprie armi a terze parti, dopo il loro arrivo alla destinazione iniziale.
Robert Fisk
Fonte: www.independent.co.uk

Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

giovedì 16 agosto 2018

[Reseau Voltaire] Les principaux titres de la semaine 9 ago 2018


Réseau Voltaire
Focus




En bref

 
Qui paiera 388 milliards de dollars de dommages de guerre pour la Syrie ?
 

 
Mahathir Mohamad libère la Malaisie de l'influence saoudienne
 

 
La Slovaquie impliquée dans un enlèvement à Berlin, en 2017
 

 
La grande purge commence sur Internet
 

 
Le Pentagone reporte le procès du « cerveau » du 11-Septembre
 

 
La véritable histoire de la chute de l'Émirat islamique de Mukalla
 

 
Israël reprend les assassinats ciblés de scientifiques du Moyen-Orient
 

 
Trump mise sur l'Italie contre la France en Libye
 

 
Préparation de l'annonce du plan US pour le Moyen-Orient
 

 
Israël bombarde un groupe de Daesh en Syrie
 

 
L'Onu se redéploie sur la ligne de démarcation syro-israélienne
 

 
Les Émirats, premier État à rouvrir son ambassade à Damas
 

 
Le mythe d'un « Otan arabe »
 

 
La Syrie libère toute la ligne de démarcation avec Israël
 

 
L'Iran refuse la proposition de rencontre au sommet US
 

 
La Turquie échoue à enlever un de ses ressortissants en Mongolie
 
Controverses

 

« Horizons et débats », n°18, 6 août 2018
Souveraineté et globalisation économique
Partenaires, 7 août 2018
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Immigrazione: guerre occidentali e sfruttamento imperiale sradicano milioni di persone


Introduzione

‘L’immigrazione’ è diventata la questione dominante che divide Europa e Stati Uniti, eppure il motivo più importante che spinge milioni di persone ad emigrare viene ignorato: le guerre.

In questo articolo discuteremo le ragioni alla base della massificazione dell'immigrazione, concentrandoci su diverse questioni, in particolare (1) guerre imperiali (2) espansione corporativa multinazionale (3) il declino dei movimenti contro la guerra negli Stati Uniti e nell'Europa occidentale (4) la debolezza dei movimenti sindacali e di solidarietà.

Procederemo identificando i principali paesi colpiti dalle guerre degli Stati Uniti e dell'UE che portano a un'immigrazione massiccia, per poi passare alle potenze occidentali costringendo i rifugiati a "seguire" i flussi di profitti.

Guerre imperiali e immigrazione di massa

Le invasioni e guerre statunitensi in Afghanistan e in Iraq hanno sradicato diversi milioni di persone, distruggendo le loro vite, famiglie, mezzi di sostentamento, alloggi e comunità e minando la loro sicurezza.

Di conseguenza, la maggior parte delle vittime ha dovuto scegliere la resistenza o la fuga. Milioni hanno scelto di fuggire in Occidente poiché i paesi della NATO non avrebbero bombardato negli Stati Uniti o in Europa.

Altri che sono fuggiti nei paesi vicini del Medio Oriente o dell'America Latina sono stati perseguitati, o risiedevano in paesi troppo poveri da poter offrire loro occupazione o opportunità di sostentamento.

Alcuni afgani sono fuggiti in Pakistan o in Medio Oriente, ma hanno scoperto che anche queste regioni erano soggette ad attacchi armati dall'Occidente.

Gli iracheni furono devastati dalle sanzioni, dall'invasione e dall'occupazione occidentali e fuggirono in Europa e in misura minore negli Stati Uniti, negli Stati del Golfo e in Iran.

La Libia prima dell'invasione USA-UE era un paese ‘ricevente’ che accettava e impiegava milioni di africani, fornendo loro la cittadinanza e un reddito dignitoso. Dopo l'attacco aereo-marittimo USA-UE e l'armamento e il finanziamento di bande terroristiche, centinaia di migliaia di immigrati del Sub-Sahara sono stati costretti a fuggire in Europa. La maggior parte ha attraversato il Mar Mediterraneo a ovest attraverso l'Italia, la Spagna, per dirigersi verso i ricchi paesi europei che avevano devastato le loro vite in Libia.

Gli eserciti mercenari di terroristi finanziati e armati dall’accoppiata USA-UE che hanno attaccato il governo siriano e costretto milioni di siriani a fuggire verso il Libano, la Turchia e oltre l'Europa, provocando le cosiddette "crisi dell'immigrazione" e l'ascesa dei partiti di destra anti-immigrati. Tale situazione ha determinato divisioni all'interno dei partiti socialdemocratici e conservatori, poiché i settori della classe lavoratrice sono diventati anti-immigrati.

L'Europa sta raccogliendo le conseguenze della sua alleanza con l'imperialismo militarizzato degli Stati Uniti, in base al quale gli Stati Uniti sradicano milioni di persone e l'UE spende miliardi di euro per coprire il costo degli immigrati in fuga dalle guerre occidentali.

La maggior parte delle prestazioni sociali degli immigrati sono molto lontane dal ricoprire le perdite subite nella loro terra d'origine. I posti di lavoro, le scuole e le associazioni civiche nell'UE e negli Stati Uniti sono di gran lunga meno importanti e accomodanti di quanto possedevano nelle loro comunità d’origine.

Imperialismo economico e immigrazione: America Latina

Le guerre statunitensi, l'intervento militare e lo sfruttamento economico hanno costretto milioni di latinoamericani a immigrare negli Stati Uniti. Nicaragua, El Salvador, Guatemala e Honduras hanno ingaggiato una strenua lotta popolare per la giustizia socio-economica e la democrazia politica tra il 1960 e il 2000. A un passo dalla vittoria sugli oligarchi fondiari e sulle multinazionali, Washington ha bloccato gli insorti popolari spendendo miliardi di dollari, armando, addestrando, assistendo le forze militari e paramilitari. La riforma agraria fu abortita; i sindacalisti furono costretti all'esilio e migliaia di contadini fuggirono per via delle campagne terroristiche predatorie.

I regimi oligarchici appoggiati dagli Stati Uniti hanno costretto milioni di disoccupati e senza terra a fuggire negli Stati Uniti.

Gli Stati Uniti hanno sostenuto colpi di Stato e dittatori. Il presidente Obama e Hillary Clinton hanno sostenuto un golpe militare in Honduras che ha rovesciato il presidente liberale Zelaya - che ha portato all'uccisione e al ferimento di migliaia di attivisti contadini e lavoratori dei diritti umani e il ritorno degli squadroni della morte, con il risultato di una nuova ondata di immigrati verso gli USA.

Gli Stati Uniti hanno promosso l'accordo di libero scambio (NAFTA) hanno ridotto centinaia di migliaia di agricoltori messicani in bancarotta; altri sono stati reclutati dai cartelli della droga; ma il gruppo più numeroso fu costretto ad emigrare attraverso il Rio Grande.

Il ‘Plan Colombia’ degli Stati Uniti, lanciato dal presidente Clinton, ha stabilito sette basi militari statunitensi in Colombia e ha fornito 1 miliardo di dollari in aiuti militari tra il 2001 e il 2010. Il Plan Colombia ha raddoppiato le dimensioni dell'esercito,

Gli Stati Uniti hanno sostenuto il presidente Alvaro Uribe, provocando l'assassinio di oltre 200.000 contadini, attivisti sindacali e operatori dei diritti umani da parte di Uribe. Oltre due milioni di contadini sono fuggiti dalle campagne e sono immigrati nelle città o oltre confine.

Le azioni degli Stati Uniti hanno condannato centinaia di migliaia latinoamericani a salari bassi, lavoratori agricoli e operai quasi tutti privi di assicurazione sanitaria o sussidi - sebbene paghino le imposte.

L'immigrazione ha raddoppiato i profitti, minato la contrattazione collettiva e abbassato le retribuzioni negli Stati Uniti. Imprenditori statunitensi senza scrupoli hanno reclutato immigrati per il traffico di droghe, prostituzione, commercio di armi e riciclaggio di denaro sporco.

I politici hanno sfruttato la questione dell'immigrazione per ottenere un guadagno politico, incolpando gli immigrati per il declino dei livelli di vita della classe lavoratrice distogliendo in tal modo l'attenzione dalla fonte reale: guerre, invasioni, squadroni della morte e saccheggio economico.

Dopo aver distrutto la vita dei lavoratori oltremare e rovesciato leader progressisti come il presidente libico Gheddafi e il presidente honduregno Zelaya, a milioni sono stati costretti a diventare immigrati.

Iraq, Afghanistan, Siria, Colombia, Messico hanno visto la fuga di milioni di persone, tutte vittime delle guerre degli Stati Uniti e dell'UE. Washington e Bruxelles incolpano le vittime e accusano gli immigrati di illegalità e condotta criminale.

L'Occidente discute dell'espulsione, dell'arresto e della prigione al posto delle riparazioni per crimini contro l'umanità e violazioni del diritto internazionale.

Per frenare l'immigrazione, il primo passo è porre fine alle guerre imperiali, ritirare le truppe e smettere di finanziare paramilitari e terroristi mercenari.

In secondo luogo, l'Occidente dovrebbe istituire un fondo a lungo termine da molti miliardi di dollari per la ricostruzione e il recupero delle economie, dei mercati e delle infrastrutture che hanno bombardato

La fine del movimento per la pace ha permesso a Stati Uniti e Unione Europea di avviare e prolungare guerre che hanno portato a una massiccia immigrazione - le cosiddette crisi dei rifugiati e la fuga verso l'Europa. Esiste una connessione diretta tra la conversione dei liberali e dei socialdemocratici in partiti della guerra e la fuga forzata di migranti verso l'UE.

Il declino dei sindacati e, peggio ancora, la loro perdita di militanza ha provocato la perdita di solidarietà con le persone che vivono nel bel mezzo delle guerre imperiali. Molti lavoratori nei paesi imperialisti hanno diretto la loro ira verso quelli ‘più in basso’ - gli immigrati, - piuttosto che contro gli imperialisti che hanno scatenato le guerre che hanno creato il problema dell'immigrazione.

L'immigrazione, la guerra, il declino dei movimenti per la pace e operaio e dei partiti di sinistra hanno portato all'ascesa dei militaristi e dei neo-liberisti che hanno preso il potere in tutto l'Occidente. La loro politica anti-immigrazione, tuttavia, ha provocato nuove contraddizioni all'interno dei regimi, tra le élite imprenditoriali e tra i movimenti popolari nell'UE e negli Stati Uniti. Le lotte tra élite popolo possono andare in almeno due direzioni: verso il fascismo o la socialdemocrazia radicale.

*Il Prof. James Petras è un ricercatore associato del Centro di Ricerca sulla Globalizzazione

(Traduzione dall’inglese per l’AntiDiplomatico di Fabrizio Verde)

lunedì 13 agosto 2018

Roma Capitale fa memoria virtuale di Rita Atria e ignora da 9 mesi la richiesta di cittadinanza onoraria



Leggiamo tra le news del sito di Roma Capitale (26 luglio 2018) il ricordo della giunta capitolina alla Memoria di Rita Atria. 
Esprimiamo sconcerto per quanto letto perché ci sono errori sostanziali nel titolo («Mafia, Roma ricorda Rita Atria, la prima giovane che si è ribellata al sistema dell'omertà»), nella definizione di Rita come Collaboratrice e non correttamente come Testimone di Giustizia (ben due leggi ne hanno definito la differenza, se uniamo il titolo alla definizione di collaboratrice… diciamo che l'orrore semantico è fatto) e per aver "liquidato" una giornata di Memoria e Rispetto con un comodo comunicato senza nessuna azione di vera e reale commemorazione.

Infatti, nonostante i sollecitidopo quasi 9 mesi, come Associazione Antimafie “Rita Atria” non abbiamo ancora ricevuto, ad oggi, alcun cenno di risposta, solo un assordante silenzioda parte del Comune di Roma alla nostra richiesta, inoltrata, nel novembre dello scorso anno, alla Sindaca di Roma, Virginia Raggi, per il conferimento della cittadinanza onoraria a Rita Atria, la giovane Testimone di Giustizia, “uccisa” perché abbandonata dallo Stato, dall’indifferenza della società civile e di tutti coloro che avrebbero dovuto proteggerla e invece l’hanno lasciata nella completa solitudine di una casa estranea, in un palazzo di sette piani al civico 23 di Viale Amelia, proprio nella Capitale, luogo in cui risiedeva sotto protezione per le sue denunce contro le famiglie mafiose del partannese.
Vogliamo ribadire che nessun esponente delle Istituzioni, in particolare di quelle territoriali, pur invitate, ha ritenuto di dover essere presente fisicamente il 26 luglio scorso, a Roma in viale Amelia, che la vide lanciarsi nel vuoto in quel “volo” di solitudine, mentre noi, come ogni anno, abbiamo voluto tenere viva la testimonianza di Rita - come a Partanna, nel luogo in cui è sepolta -: eravamo lì per raccontare la storia di Rita, nel segno della Memoria Attiva, per condividere la sua scelta netta verso, come disse il giudice Paolo Borsellino, « il fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale ». 
Non basta, quindi, scrivere sul sito di Roma Capitale, peraltro in un articolo inserito insieme a tanti altri nella sezione « Notizie», «Roma ricorda Rita Atria», con le dichiarazioni della Sindaca Virginia Raggi e dell’Assessore allo sport, politiche giovanili e grandi eventi cittadini Daniele Frongia, che in assenza di azioni concrete permangono dei meri slogan senza sostanza. È poi grave che nell’articolo di un sito isituzionale, come già accennato, si commetta l’errore macroscopico di definire Rita Atria «collaboratrice di giustizia»: no, lei era una «testimone di giustizia», che a differenza dei collaboratori non ha mai commesso reati, ma ha soltanto appreso o assistito ad eventi criminosi; Rita aveva deciso di denunciare la mafia partannese e i politici con essa collusi perché sognava un « altro mondo fatto di cose semplici, ma belle, di purezza, un mondo dove sei trattato per ciò che sei, non perché sei figlio di questa o di quella persona, o perché hai pagato un pizzo per farti fare quel favore». 
Denunciamo a gran voce questa indifferenza da parte delle Istituzioni, spesso assenti quando si tratta di prendere posizioni concrete e responsabilità precise. Denunciamo ciò non per noi, ma per la Memoria di Rita, perché sia dato un segnale forte di giustizia ai cittadini, per non lasciare da solo chi decide di stare dalla parte giusta, dalla parte dello Stato, per dovere civico
Vorremmo che le Istituzioni tutte uscissero veramente dal silenzio, senza trincerarsi dietro dichiarazioni di circostanza, si assumessero responsabilità concrete, dandoci una risposta, riconoscendo finalmente la cittadinanza onoraria a Rita, sostenendo effettivamente i testimoni di giustizia. 
Noi continueremo ad andare avanti con le persone che vogliono esserci per testimoniare che Rita, la Verità vive, per dare voce a chi non ce l’ha più e per sostenere, per quanto possiamo, chi ha bisogno di amplificarla, affinché non resti isolato e non debbano esserci altre “Rita”.
Associazione Antimafie Rita Atria
Direttivo Nazionale

La Petizionehttps://www.change.org/p/sindaca-di-roma-rita-atria-chiediamo-alla-sindaca-di-roma-il-conferimento-della-cittadinanza-onoraria-0dea22f0-cb53-4779-bbee-8a86931d23cd

domenica 12 agosto 2018

P2 Story. La vera storia della P2 o dei misteri d’Italia

Prodotto nel 1985 dalla GVR di Prato con il patrocinio della Fondazione Lelio e Lisli Basso, il video dossier è andato in onda sulla Rai l'anno successivo. P2 Story è un documentario in 5 puntate della durata di circa un'ora ciascuno, in cui lo stesso Giuseppe Ferrara, nel ruolo di conduttore, ci svela le trame intricate e complesse della struttura e del modus operandi della loggia massonica Propaganda 2.
La ricostruzione è frutto del lavoro della Commissione Anselmi, commissione parlamentare che dall'82 all'84 ha indagato sulla P2 producendo una pila di faldoni impressionante.
All'inizio del film vengono introdotti alcuni dei personaggi principali, soffermandosi innanzitutto sulla figura di Ligio Gelli, Maestro Venerabile a capo della loggia.
Scopriamo qui che Gelli era una persona di umili origini, poco colta, il cui "talento" risiederebbe nella capacità di creare connessioni tra i personaggi chiave, un "ufficiale di collegamento" che mette in relazione le diverse istituzioni funzionali ai suoi scopi.
Altri personaggi importanti di questo primo episodio sono Michele Sindona, banchiere e criminale siciliano, mandante dell'assassinio di Giorgio Ambrosoli, ucciso proprio per le indagini sulla Banca Privata Italiana dello stesso Sindona; l'arcivescovo Marcinkus, a capo dello IOR, figura poco trasparente, allontanata da Papa Giovanni Paolo II proprio per opporsi agli intrighi P2-IOR.




Dopodiché scopriamo il carattere internazionale dell'organizzazione. Soprattutto il traffico di droga e di armi in Sudamerica, uno dei capitoli più importanti della P2, per un giro d'affari da diverse centinaia di milioni di dollari all'interno di un'operazione denominata "South America Connection".
Inevitabile, è anche il riferimento alle stragi: Brescia (28/5/1974), l'Italicus (4/8/1974) la  stazione di Bologna (2/8/1980). Si parla anche del caso Moro, ucciso perché "i comunisti non dovevano salire al governo".
Non mancano nel documentario anche immagini di fiction, in cui vengono rappresentati l'omicidio di Boris Giuliano, il quale, indagava anch'egli su Sindona e sui flussi di droga provenienti dal Sudamerica e, l'omicidio di Pier Santi Mattarella, allora presidente della Regione Sicilia, divenuto scomodo per i tentativi di analizzare i flussi finanziari della regione.


L'ultima parte si apre con una considerazione che dà speranza e fiducia verso le istituzioni: esiste ancora una parte sana, la commissione parlamentare, i giudici e i funzionari che hanno fatto il loro lavoro, altrimenti non sarebbe potuto emergere e denunciare il "golpe strisciante".
Alcuni esponenti della Commissione asseriscono che Andreotti sia stato l'uomo che più si è servito della P2, usandola come mezzo per la conservazione del potere, in un complesso intrigo che coinvolge soprattutto i servizi segreti americani.
Tra le riflessioni finali, spiccano quelle della scrittrice Rossana Rossanda: "Le istituzioni, se rimangono separate dal controllo popolare, diventano terreno di colture dei poteri forti".
Questa enorme opera di Ferrara rappresenta un documento imprescindibile per tutti quelli che vogliano studiare il fenomeno piduista.
Il docufilm è del 1985 e già da allora il rapimento di Emanuela Orlandi viene classificato come un "sinistro messaggio ricattatorio verso il pontefice". I ricattatori chiedono cose impossibili per avere segrete cose possibili. Il rapimento Sindona ricattava il governo italiano, il rapimento Orlandi quello vaticano.


                            Docufilm intero

L'articolo P2 Story. La vera storia della P2 o dei misteri d'Italia proviene da Blog di Emanuela Orlandi.