venerdì 19 ottobre 2018

Relazioni internazionali: la quiete prima di quale tempesta?, di Thierry Meyssan


Tutte le questioni internazionali sono in sospeso in attesa delle elezioni statunitensi. I partigiani del vecchio ordine internazionale puntano su un cambiamento di maggioranza al Congresso e su una destituzione rapida del presidente Trump. Se l'ospite della Casa Bianca rimarrà al suo posto, i protagonisti della guerra contro la Siria dovranno ammettere la sconfitta e trovare nuovi campi di battaglia. Viceversa, se Trump perderà le elezioni il Regno Unito rilancerà immediatamente il conflitto in Siria.

La fase attuale, che è iniziata con la reazione della Russia alla distruzione del suo Ilyushin-20 e che si protrarrà fino alle elezioni legislative statunitensi del 6 novembre prossimo, è incerta. Tutti i protagonisti della guerra in Siria aspettano di sapere se la Casa Bianca potrà continuare la politica di rottura con l’attuale ordine internazionale o se il Congresso passerà nelle mani dell’opposizione e darà immediatamente inizio alla procedura di destituzione del presidente Trump.

Le origini della guerra

È ormai chiaro che il progetto iniziale di Stati Uniti, Regno Unito, Israele, Arabia Saudita e Qatar non si realizzerà, così come non si realizzeranno i progetti di Francia e Turchia, due potenze entrate in un secondo tempo nella guerra contro la Siria.
Dobbiamo avere presente non in che modo abbiamo appreso l’inizio degli avvenimenti, bensì ciò che abbiamo scoperto in seguito. Le manifestazioni di Deraa ci furono presentate come una «rivolta spontanea» contro la «repressione di una dittatura»; oggi sappiamo che invece furono a lungo preparate [1].
Dobbiamo anche smettere di credere che i membri di una Coalizione, benché uniti per conseguire il medesimo obiettivo, condividano anche la stessa strategia. Quale che sia l’influenza dell’uno o dell’altro, ogni Stato custodisce la propria storia, persegue i propri interessi e i propri scopi di guerra.
Gli Stati Uniti miravano alla distruzione delle strutture statali del Medio Oriente Allargato, secondo la strategia dell’ammiraglio Arthur Cebrowski [2]. Si appoggiavano al Regno Unito che, da parte sua, metteva in atto la strategia di Tony Blair, finalizzata a insediare nella regione i Fratelli Mussulmani [3]; nonché su Israele, che s’ispirava alla strategia di egemonia regionale d’Oded Yinon [4] e di David Wurmser [5].
Le armi furono depositate anticipatamente dall’Arabia Saudita nella moschea Omar di Deraa [6] e il Qatar inventò la storia dei bambini cui erano state strappate le unghie.
All’epoca, l’Arabia Saudita non cercava né d’imporre una nuova politica alla Siria né di rovesciare il governo siriano. Riad voleva esclusivamente impedire che alla presidenza ci fosse un non-sunnita. Per una strana evoluzione storica, i wahabiti, che due secoli prima consideravano sunniti e sciiti entrambi eretici e incitavano a sterminarli se non si fossero pentiti, si atteggiano ora a difensori dei sunniti e persecutori degli sciiti.
Quanto al piccolo emirato del Qatar, voleva rivalersi per l’interruzione del progetto di gasdotto in Siria [7].
La Francia, che avrebbe dovuto partecipare alla congiura in virtù degli accordi di Lancaster House, fu tenuta in disparte per le inaspettate iniziative prese in Libia. Il ministro degli Esteri, Alain Juppé, tentò di spingere la Francia a unirsi ai complottisti, ma l’ambasciatore francese a Damasco, Eric Chevallier, che essendo sul posto poteva constatare la distorsione dei fatti, tirava il freno [8].
Quando fu riaccettata nel complotto, la Francia si prefisse lo stesso obiettivo di colonizzazione della Siria del 1915, sulla scia degli accordi Sykes-Picot-Sazonov. Così come all’epoca fu considerato transitorio, rispetto alla colonizzazione permanente dell’Algeria [9], il mandato francese sulla Siria nel XXI secolo è considerato di secondo piano rispetto al controllo del Sahel. Inoltre, nel tentativo di realizzare la vecchia mira, Parigi cominciò a spingere per la creazione di un nucleo statale curdo, sul modello di quel che nel l917 i britannici fecero in Palestina con gli ebrei. La Francia si alleò così con la Turchia [10] che, in nome del «giuramento nazionale» di Atatürk [11], invase il nord della Siria per creare uno Stato dove espellere i kurdi di Turchia.
Se gli obiettivi dei primi quattro aggressori, Stati Uniti, Regno Unito, Israele e Arabia Saudita, sono tra loro compatibili, quelli di Francia e Turchia non lo sono con gli altri.
Del resto, Francia, Regno Unito e Turchia sono ex potenze coloniali. Tutte tre cercano d’insediarsi sullo stesso trono. La guerra contro la Siria ha così riacceso le rivalità del passato.

L’episodio Daesh all’interno della guerra contro la Siria e l’Iraq

A fine 2013 il Pentagono rivide i propri piani nel quadro della strategia Cebrowski. Modificò i piani iniziali, quelli rivelati da Ralph Peters [12], sostituendoli con il disegno di Robin Wright di creare un «Sunnistan» a cavallo di Siria e Iraq [13].
Tuttavia il dispiegamento in Siria, a settembre 2015, delle forze armate russe per ostacolare la creazione del «Sunnistan» da parte di Daesh rovinò gl’intenti dei sei principali partner della guerra.
I successivi tre anni di conflitto risposero a un altro obiettivo: da un lato, creare un nuovo Stato a cavallo tra Iraq e Siria, nel quadro della strategia Cebrowski, dall’altro, utilizzare Daesh per tagliare la via della seta che la Cina di Xi Jinping desiderava riattivare, mantenendo così il dominio continentale da parte del partito «occidentale».

La vittoria siriano-russa e il voltafaccia degli Stati Uniti

La vicenda della distruzione, il 17 settembre 2018, dell’Ilyuscin-20 ha fornito alla Russia l’occasione di mettere fine a questa guerra infinita e di accordarsi con la Casa Bianca, in contrasto con gli altri aggressori. È la riedizione, su scala minore, della reazione URSS-USA alla crisi del Canale di Suez del 1956 [14].
Mosca non solo ha appena consegnato all’Esercito Arabo Siriano dei missili antiaerei (gli S-300), ma ha anche dispiegato in Siria un intero sistema di integrato sorveglianza. Quando questo sistema sarà operativo e gli ufficiali siriani saranno stati addestrati a manovrarlo, ossia entro tre mesi al più tardi, sarà impossibile agli eserciti occidentali sorvolare la Siria senza il consenso di Damasco [15].
Il presidente Trump aveva annunciato in anticipo l’intenzione di ritirare le truppe statunitensi dalla Siria. Era stato poi costretto a fare marcia indietro per l’insistenza del Pentagono. Trump, di comune accordo con i generali, aveva perciò deciso di mantenere la pressione su Damasco fino tanto che gli Stati Uniti sarebbero stati esclusi dai negoziati di pace di Sochi. Il dispiegamento delle armi russe — probabilmente con il consenso della Casa Bianca — fornisce al presidente Trump l’occasione di far arretrare il Pentagono, che dovrebbe così ritirare le proprie truppe e mantenervi invece i mercenari (in questo caso i kurdi e gli arabi delle Forze Democratiche) [16].
Nel suo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il ministro degli Esteri siriano, Walid el-Mouallem, ha preteso il ritiro immediato e senza condizioni delle forze d’occupazione straniere USA, francesi e turche [17].
Se gli Stati Uniti se ne vanno, i francesi e i turchi non potranno restare. Gli israeliani non potranno sorvolare e bombardare il Paese. I britannici si sono già ritirati.
Tel Aviv, Parigi e Ankara sperano però che il presidente Trump perda le elezioni legislative del 6 novembre e che venga destituito. Attendono perciò l’esito dello scrutinio prima di prendere decisioni.
Nell’ipotesi che Trump vinca le elezioni di mid-term al Congresso, si porrà un altro problema: se gli Occidentali devono rinunciare alla Siria, dove proseguiranno la loro guerra senza fine? Su una cosa tutti gli esperti concordano: la classe dirigente occidentale è talmente presuntuosa e desiderosa di rivincita che non può accettare di essere retrocessa alle spalle delle nuove potenze asiatiche.
Saggezza vorrebbe che, perduta la guerra, gli aggressori si ritirassero. Ma l’atteggiamento intellettuale degli Occidentali glielo impedisce. La guerra finirà in Siria quando avranno trovato altrove un nuovo osso da rosicchiare.
Solo il Regno Unito ha già pensato a quale sarà la propria risposta. È già da ora evidente che, sebbene Londra mantenga la pressione diplomatica sulla Siria attraverso il Piccolo Gruppo (Small Group), le sue intenzioni sono già rivolte a una ripresa del «Grande Gioco», lo scontro che oppose la corona allo Zar per tutto il XIX secolo. Dopo essersi inventati l’affare Skripal, sul modello del «Telegramma Sinoniev» [18], Londra ha appena sorpreso in flagrante delitto i servizi dell’intelligence russa che stavano tentando di scoprire quel che si stava tramando contro di loro all’interno dell’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPAC, OPWC in inglese).
Questa dottrina geopolitica è indipendente dagli avvenimenti che le servono da pretesto. Il «Grande Gioco» era la strategia dell’Impero britannico. La sua riattivazione da parte dell’attuale Regno Unito è conseguenza della Brexit e della politica di «Global Britain». Come nel XIX secolo, questa configurazione antirussa si accompagnerà, a termine, a una rivalità esacerbata tra Londa e Parigi. Al contrario, in caso di sconfitta di Theresa May, di rimessa in discussione della Brexit e di rientro del Regno Unito nell’Unione Europea, queste proiezioni saranno annullate.
Se la Francia pensa sin da ora di lasciare il Medio Oriente per concentrarsi sul Sahel, la posizione degli Stati Uniti è molto più problematica. Dall’11 settembre 2001 il Pentagono gode di una certa autonomia. I dieci Comandanti delle Forze Armate non possono ricevere ordini dal presidente del Comitato di stato-maggiore congiunto, bensì unicamente dal segretario della Difesa. Col tempo sono diventati dei veri e propri “viceré” dell’”Impero americano”; una funzione che non hanno intenzione di lasciare ridimensionare dal presidente Trump. Alcuni di loro, come il comandante per l’America del Sud (SouthCom) [19], vogliono proseguire nella strategia dell’ammiraglio Cebrowski, nonostante le obiurgazioni della Casa Bianca.
Molte sono perciò le incertezze. Il solo passo compiuto riguarda Daesh; per tre anni gli occidentali hanno affermato di combattere l’organizzazione terrorista, sebbene continuassero a rifornirla di armi. Adesso Trump ha ordinato di far finire l’esperimento di uno Stato apertamente terrorista, il Califfato, e gli eserciti siriano e russo hanno respinto gli jihadisti. Gli Occidentali non vogliono vedere i loro amici, i “ribelli moderati”, ora chiamati “terroristi”, riversarsi a casa loro. Di conseguenza, che lo confessino o no, auspicano la loro morte in Siria.
Saranno le elezioni di mid-term negli Stati Uniti che determineranno la prosecuzione della guerra in Siria o il suo spostamento su un altro campo di battaglia.


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giovedì 18 ottobre 2018

Magaldi: Draghi e Mattarella, il padrone e il maggiordomo

Come va letta, la visita di Draghi a Mattarella? «Be', come dire: il padrone è venuto a visitare il maggiordomo». Indovinato: è Gioele Magaldi a esprimersi in questi termini, per commentare l'insolita "capatina" al Quirinale, da parte del presidente della Bce, proprio mentre l'establishment finanziario, politico e mediatico spara sul governo Conte, che si è permesso di alzare il deficit al 2,4% del Pil – nella previsione 2019 del Def – sperando di cominciare a finanziare reddito di cittadinanza, taglio delle tasse e pensioni più decorose. La novità è che, dall'8 ottobre, Magaldi "esterna" – sempre di lunedì, alle 12 – sul canale YouTube di "Border Nights", dopo l'improvvisa chiusura di "Massoneria On Air" da parte di "Colors Radio", che ha licenziato il conduttore, David Gramiccioli. «L'editore, che in tre anni mi aveva lasciato la massima libertà – spiega lo stesso Gramiccioli, durante il collegamento con Fabio Frabetti – mi ha contestato il crollo del fatturato pubblicitario, legato anche a strutture sanitarie». Facile che a turbare gli sponsor sia stata l'offensiva giornalistica di Gramiccioli, che contro l'obbligo vaccinale introdotto dalla legge Lorenzin ha anche scritto e interpretato il fortunatissimo spettacolo teatrale "Il decreto".

Gramiccioli ha inoltre ospitato stabilmente Massimo Mazzucco, che smonta la versione ufficiale sull'11 Settembre. Ha dato spazio a Enrica Perucchietti, autrice di saggi su "fake news" e terrorismo "domestico" gestito da servizi segreti occidentali sotto Gioele Magaldifalsa bandiera. E "Colors Radio" ha fatto audience ogni lunedì con Magaldi, che non ha esitato a svelare la cifra massonica (occulta) di tanti uomini di potere. Gianfranco Carpeoro, ospite con Gramiccioli della prima puntata di "Gioele Magaldi Racconta", cita i "Promessi sposi": elegante, Gramiccioli, nel non infierire sulla proprietà di "Colors Radio" che l'ha lasciato a piedi senza preavviso, e senza alcun rispetto per i tantissimi, affezionati ascoltatori. Ma certo, dice Carpeoro, il comportamento dell'editore ricorda quello di Don Abbondio. "Il coraggio, uno non se lo può dare", scrive Manzoni. Specie se magari, come in questo caso, ha incontrato i "bravi", che gli hanno fatto il loro discorsetto: via Gramiccioli, o niente più contratti pubblicitari. Onore al conduttore, in ogni caso, «ottimo giornalista e uomo dalla schiena diritta», lo saluta Magaldi. Che promette: la storia non finisce qui, naturalmente. Tanto per cominciare, la voce di Magaldi il lunedì mattina trasloca su "Border Nights", grazie al tandem Carpeoro-Frabetti. E comunque, il progetto "Massoneria On Air" «riprenderà vita presto, vedremo come e dove».

Anche perché il Movimento Roosevelt, di cui Magaldi è presidente, annuncia un impegno a tutto campo, anche sulla comunicazione. La missione è chiara: intanto, difendere il governo Conte e aiutarlo di fare di più e meglio. E' vergognoso – dice Magaldi – che l'esecutivo gialloverde venga attaccato a reti unificate: per la prima volta, dopo l'orrenda stagione della Seconda Repubblica, un governo osa contestare la "teologia" del rigore, avanzando le prime proposte (ancora timide) per risollevare l'economia espandendo il deficit. «Le idee sono buone», riconosce lo stesso Carpeoro, nella speranza che poi «vengano effettivamente recepite nella finanziaria», vista la pericolosità dei super-poteri in azione, decisi a impedirlo con ogni mezzo. A fine novembre, annuncia Magaldi, lo stesso Movimento Roosevelt scenderà in campo – con un'assemblea generale a Roma – per presentare idee-forza da sottoporre poi al governo. In altre parole: siamo solo all'inizio della "primavera italiana". Superati i primi scogli, poi i gialloverdi dovranno osare di più. E i circuiti massonici progressisti, di cui lo stesso Magaldi è David Gramiccioliportavoce, «si impegneranno a livello europeo per far sì che l'operato del governo italiano sia percepito in modo corretto», nonostante il fuoco d'interdizione cui è sottoposto ogni giorno dai grandi media, asserviti ai poteri oligarchici.

Bei tempi, quando l'informazione italiana era affidata a professionisti come Stefano Andreani, prematuramente scomparso, cui Magaldi dedica un commosso ricordo. Stranissimo giornalista, Andreani, cattolico militante ma formatosi alla scuola di "Radio Radicale": un uomo onesto, capace sempre di impedire alle proprie idee di intorbidire la verità destinata ai lettori. Esattamente il contrario dell'attuale deriva del post-giornalismo italico (gridato, fazioso, omertoso e bugiardo) che "bombarda" ogni giorno Di Maio e Salvini, in ossequio a poteri che poi, magari, impongono il licenziamento di un reporter coraggioso come Gramiccioli. Poteri forti, si capisce, che – ai piani alti – hanno il volto di Mario Draghi, supermassone «ascrivibile alla peggiore contro-iniziazione, che non manca certo di spessore e capacità strategica». Non come Mattarella, che politicamente «è un "maggiordomo" paramassone, come Enrico Letta», sintetizza Magaldi. Letta e Mattarella? «Figure ancillari e servizievoli, con poca autonomia e spessore di pensiero». Draghi in visita al capo dello Stato? Ovvio: «Fu Draghi a proporre Mattarella a Renzi, per il Quirinale, e quindi oggi Mattarella "prende ordini" da Draghi, talvolta per mezzo di Ignazio Visco», il governatore di Bankitalia. Ecco dunque, chiosa Magaldi, a cosa è servito l'incontro fra Draghi è Mattarella: ha permesso «che il padrone il suo maggiordomo concertassero qualche azione comune contro le pur labili, flebili innovazioni che questo governo sta cercando di introdurre».

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martedì 16 ottobre 2018

Ecco cosa ho scoperto trascorrendo una giornata con Gideon Levy, il più discusso giornalista israeliano


Gideon Levy è un po’ un re filosofo. Seduto nel suo minuscolo giardino in un sobborgo di Tel Aviv, col cappello di paglia che gli nasconde gli occhi scuri maliziosi, c’è però un che di un personaggio di Graham Greene nel più famigerato scrittore di Haaretz. Coraggioso, malinconico, sovversivo – in modo duro ed intransigente – è il tipo di giornalista che o si ama o si odia. I re filosofi del tipo di Platone sono forse necessari per la nostra salute morale, ma non sono buoni per la nostra pressione sanguigna. La vita di Levy è stata così minacciata dai suoi connazionali sol per aver detto la verità; e questo è il miglior premio che un giornalista possa ottenere.
Ama il giornalismo ma è inorridito dal suo declino. Il suo inglese è impeccabile ma a volte si infervora. Ecco un Levy arrabbiato sull’effetto delle storie dei giornali: “Nell’86, scrissi di una donna beduina palestinese che perse la propria bambina dopo aver dato alla luce in un posto di blocco. Provò in tre diversi posti [israeliani], le venne impedito e diede alla luce in auto. Loro [gli israeliani] non le permisero di portare il bambino in ospedale. Lo portò a piedi per due chilometri fino all’Augusta Victoria [ospedale di Gerusalemme Est]. Il bambino morì. Quando pubblicai questa storia – non voglio dire che Israele “trattenne il fiato”, ma fu un enorme scandalo, era coinvolto il governo, due agenti vennero portati in tribunale…”.
Poi Levy ha trovato altre dieci donne che avevano perso bambini ai checkpoint israeliani. “E a nessuno potrebbe importare di meno oramai. Oggi posso pubblicarlo e la gente sbadiglierebbe, quand’anche lo leggesse. [È] totalmente normalizzato, totalmente giustificato. Ora abbiamo una giustificazione per tutto. La disumanizzazione dei palestinesi ha raggiunto un livello di totale disinteresse. Posso dirvi, senza esagerare, che se un cane israeliano venisse ucciso dai palestinesi, otterrebbe più attenzione sui media israeliani che se 20 giovani palestinesi venissero uccisi – senza che abbiano fatto nulla – a colpi di arma da fuoco da cecchini sulla recinzione a Gaza. La vita dei palestinesi è diventata la cosa a meno prezzo. È un intero sistema di demonizzazione, di de-umanizzazione, un intero sistema di giustificazione: “noi” abbiamo sempre ragione e non possiamo mai sbagliare”.
Poi Levy se la prende con la brigata buonista. “Sto parlando dei liberali. Ci sono quelli [israeliani] che sono felici di qualsiasi morte palestinese. I liberal però ti daranno mille giustificazioni per mantenere la propria coscienza pulita e per non essere disturbati – ‘Non puoi sapere cos’è successo lì, non ci sei stato e, sai, puoi vedere solo parte dell’immagine…’. Ed è molto difficile continuare a raccontare queste bugie, questa è la più grande frustrazione. Vedono i cecchini uccidere un bambino che saluta. Lo fanno vedere in tv, cecchini che uccidono una bella infermiera in uniforme. Vedono un 15enne schiaffeggiare un soldato ed andare in prigione per otto mesi. E giustificano tutto”.
Facile intuire perché, non molto tempo fa, a Levy è stata data una guardia del corpo. “Sai, Robert, per così tanti anni, mi hanno detto: ‘Cerca di essere un po’ più moderato… Dì qualcosa di patriottico. Dì qualcosa di positivo su Israele’. Alla fin fine, diciamo e scriviamo ciò che pensiamo, e non pensiamo alle conseguenze. E devo dirti, molto francamente, che il prezzo pagato oggi da un giornalista russo o turco è molto più alto di qualsiasi altro. Non esageriamo. In fin dei conti, sono ancora un cittadino libero ed ho ancora totale libertà: libertà totale di scrivere ciò che voglio, soprattutto grazie al mio giornale – che è così solidale”.
“Sai, il mio editore è forse l’unico al mondo disposto a pagare milioni in termini di disdette per un articolo che ho scritto. A qualsiasi sottoscrittore che è arrabbiato con me direbbe: ‘Sai una cosa? Forse Haaretz non è il giornale per te!’. Dammi un altro editore che parla così. Grazie a lui, ho piena libertà. Dico quel che penso e sento”.
Il che ci dice qualcosa sia su Israele che sull’editore di Levy. Israele non sfugge mai però alle sue stoccate. “La cosa peggiore che stiamo combattendo è l’indifferenza”, dice. “L’apatia – che abbiamo così tanto in Israele. Se riesco quindi a scuotere i lettori in qualsiasi modo, a mandarli fuori di testa, a farli arrabbiare con me, con quel che dico… sai, molte volte penso che se li faccio arrabbiare così tanto, è un segno che da qualche parte nella loro coscienza sanno che qualcosa non va bene. Ci sono però momenti in cui hai paura, specialmente la sera prima in cui [un articolo] viene pubblicato. Mi dico sempre: ‘Non avrò esagerato stavolta?’. E poi, quando lo rileggo, dico sempre: ‘Avrei dovuto essere molto più estremo!’. Penso sempre di non esser andato abbastanza a fondo”.
Nella storia di Levy, il giornalismo ed Israele si intrecciano. Il suo rapporto di odio-amore con l’uno può essere confuso con il suo orrore per il sentiero su cui il suo paese – in cui i suoi genitori sono fuggiti dall’Europa quando era ancora Palestina – ora viaggia. “La cosa che mi manca davvero, le mie più grandi storie provenivano dalla Striscia di Gaza. E sono 11 anni che mi viene impedito di andarci, perché Israele non lascia entrare alcun israeliano, ancorché con doppia cittadinanza. Anche se la aprissero, pochissimi israeliani si preoccuperebbero di andarci. Hamas forse li fermerebbe. È un ordine contro cui i giornalisti israeliani non hanno mai protestato – tranne me. Perché a loro non potrebbe importare di meno – ricevono le informazioni dal portavoce dell’esercito israeliano – perché dovrebbero prendersi la briga di andare a Gaza?”.
Per Levy, invece, è una cosa professionale. “È una perdita molto profonda, perché le storie più forti erano sempre, e sono ancora, a Gaza. Il fatto che non possa essere lì in questi giorni… Voglio dire, mi chiedo sempre: ‘qual è il posto in cui vorresti di più andare nel mondo? Bali?’. E dico sempre la verità. ‘Gaza. Datemi una settimana a Gaza ora. E non ho bisogno di niente di più”.
I blog non hanno la credibilità dei giornali, dice Levy. “Dico però ai giovani – se e quando lo chiedono – di andare avanti. [Il giornalismo] è un ottimo lavoro, una professione meravigliosa. Non volevo diventarlo. Volevo diventare primo ministro. Le mie prime due scelte erano autista di autobus o primo ministro. Nessuno dei due ha funzionato. Sì, è una questione di leadership. L’autista del bus è il leader, dice lui alle altre persone cosa fare. Continuo a dire ai giovani: ‘Non troverete mai una professione del genere, con così tante opportunità. Avete bisogno solo di una cosa soprattutto, dovete essere curiosi’. È una qualità piuttosto rara, molto più rara di quanto si pensi, perché noi giornalisti pensiamo che tutti siano curiosi come noi”.
Il pessimismo oramai è in molti israeliani, nessuno più di Levy. “Guarda, ora abbiamo a che fare con 700.000 coloni [ebrei]. Non è realistico pensare che vengano cacciati 700.000 coloni. Senza la loro completa evacuazione, non si avrà mai uno stato palestinese vitale. Lo sanno tutti, ma tutti continuano con le solite solfe, perché fa comodo – all’Autorità Palestinese, all’Unione Europea, agli Stati Uniti – [dire] “due stati, due stati”. Dicendo così, l’occupazione durerà altri cento anni. Non succederà mai più. Abbiamo perso questo treno, e non tornerà mai più alla stazione”.
Torniamo ai peccati del giornalismo moderno. “Ammettiamolo – è tutto sui social media ora. Il nostro giornalismo sta morendo. Ora basta fare un tweet molto sofisticato. E per farlo, non devi andare da nessuna parte – seduto nella tua stanza, con un bicchiere di whisky, puoi essere molto, molto sofisticato con un certo senso dell’umorismo, e molto cinico. E questo forse è il problema principale. Voglio dire, pochissimi giornalisti si preoccupano davvero di qualcosa, agli altri importa apparire brillanti. Immagino ci siano alcune eccezioni. Non le vedo però né in Israele né in Cisgiordania. Sono attivisti ma non giornalisti. Ci sono molti giovani attivisti, che sono adorabili”.
Levy concorda sul fatto che Amira Hass di Haaretz, che vive in Cisgiordania, sia una sua pari, perlomeno per l’età – ha 65 anni – e “porta davvero il giornalismo ad un livello superiore perché vive con loro. Penso sia davvero senza precedenti: un giornalista che ‘vive col nemico’. Paga anche un grosso prezzo, in termini di minore importanza qui [in Israele]”.
Più volte però il giornalismo va sotto il microscopio di Levy. “Abbiamo alcuni giovani che vanno nelle zone di guerra solo per mostrare il proprio coraggio. Sono stati in Iraq, in Siria, in Iran. Tornano di solito con foto di sé nella reception dell’hotel, o in una sorta di cosiddetto campo di battaglia. Quando andai a Sarajevo nel ’93, ci andai anche per cercare l’ingiustizia. Non sono andato solo per ‘seguire la storia’. Ho cercato la “cattiveria” di una guerra. Penso ci sia stato molto male a Sarajevo. Ho visto cose che non ho mai visto qui – vecchie signore che scavavano nel terreno per cercare radici, perché non avevano alcunché da mangiare. L’ho visto coi miei stessi occhi. Qui, nei territori occupati, non lo vedi”.
I corrispondenti stranieri fanno poco meglio. “Vedo giornalisti, anche adesso, in piedi vicino alla recinzione [di Gaza], giornalisti che possono entrarci – in quei mesi sanguinosi, con quasi 200 vittime disarmate – e stanno molto, molto lontano. Entrare a Gaza ora non è pericoloso per i giornalisti stranieri. Li vedo però, alla BBC – ed anche su Al-Jazeera ogni tanto – dare i propri resoconti da una collina nel sud di Israele. Ricevono dei filmati, ovviamente dai social media, dai giornalisti locali. Non è però lo stesso”.
Come persistente critico di Israele e della malvagità del suo furto coloniale e del suo vile trattamento contro i palestinesi, mi trovo stranamente in contrasto con Levy – non tanto per la sua condanna dei giornalisti, quanto per la sua critica al popolo. I lettori israeliani sarebbero davvero più interessati alla morte di un cane israeliano che al massacro di 20 palestinesi? Sono scarsamente istruiti come sostiene Levy? Ha un po’ dell'”O tempora o mores”.
“Israele sta diventando uno dei paesi più ignoranti al mondo”, dice questo 65enne Cicerone. “Qualcuno ha detto che è meglio mantenere la gente ignorante… Le giovani generazioni non sanno nulla di nulla. Prova a parlare con qualcuno di loro – non ne hanno idea. Le cose più basilari – chiedi loro chi era Ben Gurion, chi era Moshe Dayan. Chiedi loro cosa sia la “Linea Verde”. Chiedi loro dove sia Jenin. Niente. Ancor prima del lavaggio del cervello, c’è l’ignoranza – parte di ciò che sanno è totalmente sbagliato”.
Un cameriere europeo parla meglio l’inglese di un giovane israeliano medio, sostiene Levy. La conoscenza dell’Olocausto e dei viaggi all’estero “è principalmente un’esperienza di viaggio con la loro scuola superiore ad Auschwitz, dove ti viene detto che il potere è l’unica cosa che conta: il potere militare, questa è l’unica garanzia, nient’altro che il potere militare; e che Israele, dopo l’Olocausto, ha il diritto di fare tutto ciò che vuole. Queste sono le lezioni. Nulla che abbia a che fare con la conoscenza”.
Sì, dice il nostro re filosofo, c’è “un ristretto gruppo di brillanti intellettuali”, ma un recente sondaggio ha scoperto che metà dei giovani israeliani riceve un’educazione da Terzo Mondo. Noi – e qui sono incluso nella generazione di Levy – siamo venuti al mondo dopo degli “eventi drammatici”. La Seconda Guerra Mondiale. Nel suo caso, la fondazione dello stato di Israele. I suoi genitori “si sono salvati all’ultimo minuto” dall’Europa.
“Avevamo anche delle valigie storiche sulle nostre spalle, nessun Facebook e Twitter potevano cancellarle. Oggi non ci sono eventi storici, neanche in questa regione. Cosa sta succedendo qui? Niente – tutto è più o meno uguale. Cinquant’anni di occupazione, nulla è sostanzialmente cambiato. Siamo nella stessa struttura… certo, più insediamenti, brutalità e meno la sensazione che la cosa sia temporanea. Ora è chiaro che non lo sia. Oramai è parte integrante di Israele”.
Ho chiesto a Levy se il sistema di voto proporzionale fosse stato fatto per creare governi di coalizione senza speranza. “Abbiamo quel che siamo”, risponde in modo sconfortante. “Israele è molto nazionalista, di destra e religiosa – molto più di quanto si pensi – ed il governo è uno specchio perfetto del popolo. Netanyahu è il miglior conduttore di Israele. È di gran lunga troppo istruito per il paese – ma, nella sua visione, questa è Israele. Potere, potere e potere – mantenere lo status quo per sempre, non credere affatto agli arabi. Non credere in alcun tipo di accordo con gli arabi, mai. Vivere solo di violenza, in un totale stato di guerra”.
Le relazioni con gli Stati Uniti sono facili. “Non credo che la gente sappia quanto Netanyahu detti la politica americana. Qualunque cosa sia decisa ora – UNRWA [l’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione per la Palestina], tutti i tagli – viene da Israele. A Trump non potrebbe importare di meno. Pensi che sapesse cosa fosse l’UNRWA prima? Il razzismo è ora politicamente corretto”. Dove sono allora iniziati i problemi? “Nel ’67, lì è avvenuto il peccato originale. Tutto inizia da lì. E, volendo, il 1948 – perché il ’48 non si è mai fermato in quell’anno. Potremmo davvero aver aperto un nuovo capitolo”. Ci sono ancora esempi di grandi uomini, insiste, anche nel mondo post Seconda Guerra Mondiale. Mandela, ad esempio.
Il giornalista più irascibile ed irritante di Israele dice però anche che “forse siamo troppo vecchi e solo amareggiati, pensavamo di essere i migliori…”. All’apice del sua discorso, appena dietro di noi, un enorme gatto bianco salta dalla siepe del giardino in preda al panico, inseguito da un gatto grigio ancor più grande che digrigna i denti e tira su foglie e polvere. Il gatto più piccolo rappresenta i nemici di Levy. E, nonostante i suoi 65 anni, potete indovinare chi mi ricorda il gatto più grande.
Robert Fisk

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lunedì 15 ottobre 2018

TZM Update | Oct. 2018 Newsletter

- Oct. 2018 Newsletter -

Argentina chapter to host the 2019 global Zday Event
After the success of the 10th Annual Zeitgeist Movement event in Frankfurt, Germany it was decided to have the next global Zday in Latin America. The passionate Paulina took up the torch and after some searching the Argentina chapter has put up their hand to run the next global Zday with help from other chapters such as Chile. For those that are interested you can contact Paulina by emailing konstancja.tzm@gmail.com. We are also working on a Zday document for helping those who want to run a Zday event get some ideas of what has happened with previous ones.


Teamspeak (new), Mumble and Discord Communication Platforms
-Teamspeak:
Server: tzm.teamspeak3.com
Pass: Tzm_GHJ

-Mumble:
For those wanting to do large scale 100+ voice chats like before the Zeitgeist.Earth team are donating their Mumble server to the cause.
Address: mumble.zeitgeist.earth
Password: heavenlyblue
How to setup mumble: https://wiki.zeitgeist.earth/doku.php?id=tutorial:mumble&s[]=mumble

-Discord:
There is also an existing TZM community on Discord which has a lot of chat and occasional International meetings.
For those interested in more general text chat then checkout The Zeitgeist Movement Discord server.


Website Consolidation
The Zday Global website and Zeitgeist Media Festival website have being merged with the main www.thezeitgeistmovement.com website. Those interested in future ZDAY or ZMF events, please refer to the main global site from now on.


TZM Content Help
We are looking for articles and posts for the website articles, Facebook, Twitter and other feeds. If you have any quality TZM materials or something Zeitgeist Movement related you can email tzmbot@thzeitgeistmovement.com with your article and preface the email subject with "TZM Content".


Template for Chapter Sites
In more techy news there's a request for anyone who's interested in web design and development to help out with a Jekyll based TZM chapter theme. The project, run by Juuso is designed to make it easier for TZM chapters to create a simple website. The idea is to make it easy to update the theme and have people use Github pages and similar version control systems to easily add content whilst sharing designs.




It's still under active development with an initial example page available. The Github repo is https://github.com/TZMCommunity/rbe-edu
For those that don't know Jekyll is a system for converting plain text into HTML websites.
Because the output is straight HTML5 and it doesn't need a database it can very easily be hosted with minimal requirements.
Contact the Finland coordinator juuso@vilmunen.net for more information.


New Media
Peter Joseph & Friends "The Viable System"
Cybernetics and The Viable System. Filmed in Toronto, featuring Toronto IRBE / Sharing and Tool Library in May.
https://youtu.be/AFZjZa5ZAyY


Anna Brodskaya : Happiness in a Time of Uncertainty, Zday 2018
Anna Brodskaya gives some advice on how to negate anger and experience happiness, for anyone from those on the frontline of political activism to those simply in the pursuit of a considered life.
https://youtu.be/W_BnQgUh4p8

Andrew Drummond, A Picture of Transition | ZDay 2018 London
"A Picture of Transition" looks at several looming economic crises in energy and resource overshoot, challenges that we will face in transitioning to a renewably-powered circular economy, social adaptations that need to be made, how they can improve quality of life, and with case studies, shows how you can get this ball rolling in your local community, making almost anything from almost nothing.

https://youtu.be/oQrMR4Hc6Iw


Zeitgeist (DOT) Earth
The Zeitgeist.earth project is introducing a number of digital tools and services for communities involving technology, hacking and open source culture, as well as art and storytelling.
Zeitgeist Moving Forward opens with perhaps one of the most appropriate quotes to be highlighted in our generation: "In a decaying society, art, if it is truthful, must also reflect decay. And unless it wants to break faith with its social function, art must show the world as changeable. And help to change it." — Ernst Fischer

In this spirit, while perhaps not obvious to everyone, it could be noted that memetic associations with the Japanese artform anime, currently underpin many of the Internet's subcultures and younger generations. The Zeitgeist .earth project is taking that spirit and has been hard at work creating an image board and wiki, are hosting the high capacity Mumble server mentioned as a TeamSpeak replacement. They are also running project management tools like taiga.io and gitea a self hosted equivalent to github to help developers create the digital tools needs to transition to an RBE.

The team has been hard at work and the professional graphic designers have been redesigning the Zeitgeist logo and are working on the image board design with both light and dark themes. However the project is still under heavy development.
More information check out https://zeitgeist.earth/newletter_01.html
You can also join the .earth Telegram group: https://t.me/zeitgeistearth or visit https://zeitgeist.earth once the team is ready to reveal more content.





Zeitgeist Survey Project
Want a project to sink your teeth into and you aren't good at web development but are interested in psychology?
The Zeitgeist survey project needs some help. The idea is to create a survey which can work out what the global Zeitgeist is. What is the general population's intellectual, cultural and moral spirit of the time, across the world? By repeating the survey every year we can see what direction it is headed in as a feedback mechanism.

Firstly we need help creating the survey itself. Working out the questions and how they'll be used. Once the survey is created we'll need the help of all ZM chapters to get the 16,000+ randomly distributed survey responses needed to have an adequate result. Hopefully we can then do a world wide poll every year and see which the places are most ripe for transition.

The briefing document is here and you can email survey@zeitgeist-info.com if you'd like to contribute.


Free World One
Free World One is the new, hybrid for-profit initiative that was launched by Colin Turner at Z-Day 2018. FW1 is a company designed to leverage the existing market system to promote RBE ambitions through monetizing various activities in education, awareness and prototyping. Profits raised by the company's ethical and sustainable projects will then be used to support other projects.

Colin, who founded The Free World Charter in 2011, is doing a great job at getting support and the company is now well into its first round of funding with over 270 investors. They are about to embark on an exciting educational project called LifeGames which promotes skills and traits like compassion, cooperation and critical thinking through fun classroom activities for kids. Books and apps of the LifeGames project are expected to go on sale to schools next Spring.


Help?
Want to contribute to the newsletter? Email newsletter@zeitgeist-info.com with any news or updates. If there's enough requests we can create a more automated solution and notice board.

Best Regards
~TZM 

domenica 14 ottobre 2018

Lo Stato non è una famiglia: se risparmia, siamo rovinati

L'esposizione ripetuta a un'immagine o a un contenuto fa sì che l'individuo modifichi la propria percezione della realtà e interiorizzi il messaggio veicolato. E' quello che gli psicologi chiamano "effetto priming", e che pubblicitari ed esperti della comunicazione conoscono molto bene. Quanto più un messaggio viene ripetuto ed enfatizzato, magari attraverso la forma dello spot, tanto più esso risulterà familiare. Così può accadere che un concetto privo di veridicità, ma ripetuto con insistenza e in modo convincente, acquisisca il rango di verità. E' quanto accaduto con la fake news economica del momento, tanto assurda quanto apparentemente efficace: il bilancio dello Stato sarebbe come quello di una famiglia. La ripetono all'unisono giornalisti, conduttori televisivi, economisti e qualunquisti. Così la gente comune, digiuna di economia e soprattutto in buona fede, ha interiorizzato un pensiero del tutto fuorviante. Secondo questa logica, quando un paese presenta un debito pubblico – dunque la normalità in un'economia moderna – dovrebbe assumere il comportamento di una brava e accorta casalinga: stringere la cinghia e tagliare le spese familiari. Così, come una donna morigerata risparmierà sul cibo, sul vestiario e, in condizioni di estrema ratio, alle cure sanitarie per sé, per il coniuge e per i figli, così lo Stato dovrebbe seguire il suo virtuoso esempio.

Dunque, poiché la "famiglia" dello Stato è lo Stato stesso, ossia l'insieme dei cittadini che lo abitano, il suo territorio e le sue istituzioni, i tagli si ripercuoteranno sull'intera collettività. Per risparmiare occorre innanzitutto che contravvenga a quello che casalingain un sistema socio-economico civile dovrebbe essere la sua funzione principale: tutelare chi non ha tutela, chi per nascita o per eventi sopravvenuti o condizioni particolari si trova in una situazione di evidente svantaggio. E qui gli esempi potrebbero essere infiniti, dal disoccupato all'invalido, alle vittime di disastri naturali. Potrebbe poi, in un'ottica di far quadrare il bilancio, ristrutturare la sanità pubblica in un'ottica mercatistica orientata al profitto, trasformando il paziente in un cliente. Continuare poi in un'opera di privatizzazione dei servizi pubblici e delle infrastrutture, facendoli gestire al mercato – considerato per antonomasia efficiente. A parte qualche piccola eccezione come successo a Genova. Così si potrebbe abbracciare un modello di scuola privata, in cui i genitori offriranno ai loro figli un livello di istruzione strettamente legato al proprio reddito. Ci sarebbe solo il piccolo inconveniente di bloccare l'ascensore sociale e rinstaurare il censo.

Siccome non amo la retorica, mi fermo qui, ma gli esempi pratici per smontare l'assurda comparazione tra bilancio pubblico e familiare potrebbero andare avanti ancora a lungo. Lo Stato non è una famiglia perché esso ha come obiettivo il benessere e la Ilaria Bifarinitutela di tutti cittadini, non solo dei suoi figli come la famiglia, e opera su un orizzonte temporale di lungo periodo. Deve inoltre garantire il funzionamento delle istituzioni a garanzia del diritto e della democrazia. Infine, come dicono gli inglesi last but not least, da un punto di vista economico e contabile adottare la condotta della brava casalinga, che per uno Stato significa adottare l'austerity, vuol dire licenziare, rendere i servizi pubblici essenziali sempre più costosi, aumentare il livello di povertà, di disuguaglianza e disoccupazione. Così potrebbe accadere che la stessa virtuosa casalinga a causa dell'austerity debba rinunciare a curarsi o, addirittura, che suo marito perda il lavoro. Esiste infatti una relazione diretta, alquanto intuitiva, tra tagli dello Stato e diminuzione della ricchezza privata perché, per dirla con le parole del premio Nobel Krugman, «la tua spesa è il mio reddito». Potremmo dunque a ragion veduta ribaltare lo spot e affermare: «Il bilancio dello Stato è il contrario di quello della famiglia». Ma i pregiudizi si sa, una volta sedimentati sono difficili da scardinare.

(Ilaria Bifarini, "Lo Stato è il contrario di una famiglia", dal blog della Bifarini del 28 settembre 2018).

To see the article visit www.libreidee.org

sabato 13 ottobre 2018

Bayer-Monsanto: la malattia e la cura te le vendiamo noi


C'é molto fermento in questi ultimi mesi nelle grandi multinazionali farmaceutiche, quella ristretta casta di semidei impegnati nel vendere a tranci la nostra salute un tanto al chilo al mercato della speranza e della disperazione.
Dall'inizio del 2018 non si riesce a tenere conto delle acquisizioni e delle fusioni intervenute all'interno di Big Pharma, tanto è alto il loro numero. Nel mese di gennaio la francese Sanofi ha acquistato per 11,5 miliardi di dollari l'azienda statunitense Bioverativ, specializzata nell'emofilia e la Celgene ha acquisito Juno Therapeutics, specializzata nelle cure per il cancro, sborsando la cifra di 9 miliardi di dollari, mentre a lungo si è ventilata l'ipotesi di una colossale fusione fra Pfizer e Bristol Myers, finora non ancora andata in porto.
Ma ciò che più ha fatto scalpore è stata l'acquisizione intervenuta lo scorso giugno della tristemente nota Monsanto, da parte del colosso tedesco Bayer per la strabiliante cifra di 63 miliardi di dollari....


La multinazionale Monsanto è nota a tutti per la sua travagliata storia di azienda "killer" della salute umana, con alle spalle quasi un secolo di scandali e cause giudiziarie, giocati sulla pelle di milioni di consumatori e coltivatori in tutto il mondo. Sono stati suoi i brevetti del DDT, del PCB e del micidiale Agente Arancio usato dall'esercito statunitense nel corso della guerra del Vietnam. Sono suoi i brevetti delle sementi OGM che hanno stravolto l'agricoltura, così come è "suo" il cancerogeno glifosato, contenuto nel diserbante RoundUp che l'azienda commercializza dal 1974.

La multinazionale Bayer si considera "un'anima candida" e nel momento stesso dell'acquisizione ha espresso la volontà di cambiare immediatamente nome alla Monsanto, nel palese tentativo di fare dimenticare all'opinione pubblica i disastri compiuti finora dalla multinazionale statunitense.

Ma al di là delle buone intenzioni (di cui spesso è lastricato l'inferno) esistono almeno due ordini di problemi sui quali sarebbe bene riflettere.
In primo luogo la Bayer non è quell'anima candida che la sua dirigenza vorrebbe indurci a credere, dal momento che negli anni 80/90 fu coinvolta pesantemente nello scandalo concernente gli emoderivati con al centro migliaia di persone infettate in tutto il mondo. Risulta fra le multinazionali più invasive nell'ambito della pubblicità deviante, nella quale investe oltre 10 miliardi di euro l'anno, con un'operazione di lobbing che coinvolge pesantemente tutto l'ambiente della sanità, dai medici agli informatori scientifici, dai direttori delle riviste specializzate fino ai referenti politici del settore. E' rimasta coinvolta, sia pur indirettamente, nel finanziamento della guerra civile nella Repubblica Democratica del Congo. E' responsabile dello scandalo del Lipobay, il farmaco anti colesterolo ritirato dal commercio nel 2001 e responsabile della morte di centinaia di persone. E' attualmente sotto accusa (ed ha già pagato 2 miliardi di dollari d'indennizzo) per le pillole contraccettive Yaz/Yasmin che provocano un rischio di trombosi, infarti ed ictus doppio rispetto ai vecchi prodotti, anche se i medicinali incriminati non sono ancora stati ritirati dal mercato. Solo per citare gli scandali più eclatanti degli ultimi 40 anni.

In secondo luogo la concentrazione nelle mani di una delle più grandi multinazionali farmaceutiche mondiali, di un colosso della chimica specializzato nella produzione di sementi ogm e di pesticidi, responsabili questi ultimi non solo del cancro ma anche di molte altre malattie devastanti come il Parkinson, l'Alzheimer, la SLA, il diabete ed una sequela di patologie autoimmuni, non può che creare più di qualche perplessità e molta inquietudine.
La coesistenza nelle stesse mani dell'industria che ogni anno crea milioni di malati, con quella che costruisce miliardi di profitto proprio curando quelle stesse malattie, crea un circolo perverso dinanzi al quale non si può fare altro che restare inorriditi. Un circolo perverso al centro del quale purtroppo ci troviamo noi tutti, come tanti polli in batteria, impotenti ostaggi di quella mano alla quale serve che noi si sia ammalati, per renderci così consumatori di prodotti farmaceutici durante tutto il corso della nostra vita.

Marco Cedolin
Fonte: DolceVita online

To see the article visit ilcorrosivo.blogspot.com

venerdì 12 ottobre 2018

LA VOCE rooseveltiana N° 1 di Venerdì, 12 Ottobre 2018


La Voce Rooseveltiana


D(i)RITTI VERSO LA LIBERTÀ DAL BISOGNO
 
Siamo una comunità di cittadini che sognano il Rinascimento democratico
di cui la società ha bisogno




Editoriale
 
NOI AVANGUARDIE DEMOCRATICHE
di Gioele Magaldi



Movimento Roosevelt e Massonerie: entità diverse
e non assimilabili
Patrizia Scanu

Questo numero 1 de "La Voce rooseveltiana" diretta da Giorgio Cattaneo (dopo la pubblicazione del numero zero, scaricabile su https://blog.movimentoroosevelt.com/la-voce.html ) contiene già diversi resoconti di mie interviste e interventi recenti su varie questioni di stringente attualità.

Scriverò dunque questo sintetico editoriale avvalendomi soprattutto della testimonianza di altre voci, tutte autorevoli, perspicaci e limpide nello spiegare la natura specifica del Movimento Roosevelt, del tutto non assimilabile ad entità di tipo massonico o paramassonico.

Chiarire una volta per tutte che il MR non è un'organizzazione/associazione massonica o paramassonica, tuttavia, va di pari passo con la necessità di ribadire – erga omnes – che ogni cittadino autenticamente democratico dovrebbe nutrire nei confronti della Libera Muratoria e dei liberi muratori un sentimento profondo di ammirazione e riconoscenza.


 
LEGGI TUTTO
 



TragiComix
di Mirko Bonini

TragiComix by Mirko Bonini 2
 



Secondo Noi
   
Gioele Magaldi MAGALDI: SE IL PADRONE DRAGHI VISITA
IL MAGGIORDOMO MATTARELLA


Draghi e Mattarella, "padrone e maggiordomo": Gioele Magaldi sul canale YouTube di Border Nights, con David Gramiccioli, dopo la chiusura di "Massoneria On Air" 

Licenziato David Gramiccioli e chiusa "Massoneria On Air", Gioele Magaldi torna on line il lunedì mattina (sul canale YouTube di Border Nights, grazie a Carpeoro e Frabetti). Ospite Gramiccioli, licenziato da Colors Radio per le sue denunce giornalistiche. Magaldi ricorda Stefano Andreani e attacca Mattarella, "maggiordomo" imposto da Draghi al Quirinale.

(Intervento su YouTube, ripreso dal blog MR e da Libreidee).
CARPEORO: MASSONERIA DISCRIMINATA, MA NON TRASPARENTE

Gianfranco Carpeoro: colpa anche della massoneria se la Sicilia discrimina i massoni in modo anticostituzionale, obbligando i consiglieri regionali a rivelare la loro identità

«Dovrebbe essere la massoneria stessa, e non lo Stato, a imporre ai propri affiliati di dichiarare la propria identità se aspirano a cariche pubbliche». Lo afferma Gianfranco Carpeoro, commentato l'adozione, in Sicilia, dell'obbligo all'autodenuncia da parte dei consiglieri regionali massoni, «provvedimento che peraltro mi pare incostituzionale».

(Intervento su YouTube, ripreso da Libreidee).
Gianfranco Carpeoro
Gioele Magaldi MAGALDI: MATTARELLA QUALE COSTITUZIONE DIFENDE, QUELLA DI MONTI?

Gioele Magaldi al presidente della Repubblica: Mattarella tutela la Costituzione democratica del 1948 o quella stuprata da Monti nel 2012 col pareggio di bilancio?

Non è piaciuto, al presidente del Movimento Roosevelt, l'appello del Quirinale al famigerato "equilibrio di bilancio" introdotto nella Costituzione nel 2012: contestando il deficit al 2,4% Mattarella quale Carta tutela, quella democratica del 1948 o quella "stuprata" dal governo Monti, imposto dalla supermassoneria neoaristocratica per commissariare il nostro paese?

(Intervento su YouTube, ripreso da Libreidee e dal blog MR, anche con comunicato stampa).
MOISO: FINTI PROGRESSISTI SI STRACCIANO LE VESTI PER QUEL DEFICIT AL 2,4%

Ridateci Keynes! Marco Moiso: davvero penoso lo spettacolo della sedicente sinistra italiana, terrorizzata dal deficit al 2,4% fissato dal governo (il minimo vitale)

Da Londra, lo sconcerto di Marco Moiso per l'allarmismo della sedicente sinistra (Pd e LeU) di fronte all'esiguo 2,4% di deficit fissato nel Def del governo Conte, che rappresenta il minimo vitale per ridare fiato all'economia delle aziende e delle famiglie. Come non ricordare il motto di Keynes, secondo cui l'unica cosa di cui avere paura è proprio la paura?

(Intervento sul blog MR).
Marco Moiso
Gioele Magaldi MAGALDI: TRIA SI DIMETTA, SE PENSA DI "SERVIRE" MASSONI OLIGARCHICI

Gioele Magaldi avverte il ministro Giovanni Tria: meglio che si dimetta, se intende tradire gli impegni gialloverdi per "servire" massoni neoaristocratici come Draghi

Il presidente del Movimento Roosevelt, Gioele Magaldi, avverte il ministro Giovanni Tria: meglio che rassegni le dimissioni, se non intende rispettare il "contratto di governo" e pensa di comprimere il deficit – di cui l'Italia ha disperato bisogno – per compiacere i potenti massoni neoaristocratici come Draghi e i suoi terminali italiani, a cominciare da Visco.

(Intervento sul blog MR, ripreso da Libreidee).
CATTANEO: FOA ALLA RAI, CHE SUCCEDE SE UN ERETICO SALE AL POTERE?

Marcello Foa finalmente eletto presidente della Rai: che cosa accade quando accede al potere un vero eretico, "alieno" al pensiero unico dominante nei media mainstream?

Marcello Foa, autentico liberale disgustato dal neoliberismo, finalmente alla guida della televisione di Stato. Per Giorgio Cattaneo rappresenta un indizio: il governo gialloverde intende sfidare il mainstream anche sul piano mediatico, attraverso l'esemplare coerenza umana e professionale di un uomo libero e indipendente come il neo-eletto Foa.

(Intervento sul blog MR, ripreso da Libreidee).
Giorgio Cattaneo
Gioele Magaldi MAGALDI: IL SOVRANISMO È UNA FALSA MONETA, MEGLIO LA SOVRANITÀ

Gioele Magaldi: la sovranità è di tutti, mentre l'ambiguo "sovranismo" fa il gioco della guerra tra "piccole patrie" creata dagli oligarchi dell'attuale Disunione Europea. 

Sovranismo, maneggiare con cura. Gioele Magaldi risponde a Steve Bannon e Giorgia Meloni: giusto recuperare la dignità nazionale, ma non dalle piccole trincee care agli oligarchi finto-europeisti che stanno dividendo l'Europa, demolendola. La sovranità è di tutti e, per funzionare davvero, va declinata – oggi più che mai – in senso almeno continentale.

(Intervento su Colors Radio, ripreso dal blog MR e da Libreidee).
GALLONI: PERCHÉ L'ITALIA HA "BISOGNO" DI LAVORATORI CLANDESTINI

Nino Galloni: va spiegata la presenza, in Italia, di lavoratori stranieri sfruttati.
Serve un nuovo modello: filiere corte, basate innanzitutto sul mercato interno.


Nino Galloni: l'euro-globalizzazione esaspera la competizione e riempie anche l'Italia di lavoratori clandestini sfruttati. Molto meglio cambiare passo, con un nuovo modello di economia basato sullo sviluppo locale dei territori: filiere corte a chilometri zero. Una vera autoproduzione, pensata direttamente per soddisfare la domanda interna.

(Intervento su Scenari Economici, ripreso dal blog MR e da Libreidee).
Nino Galloni
Gianfranco Carpeoro CARPEORO: IPOCRITI, POSSIBILE CHE SIA SEMPRE COLPA DEI MASSONI?

Ipocrisia nazionale nell'Italia delle caste: è sempre "colpa" della massoneria. Gianfranco Carpeoro: nessuno sa che la democrazia è il "dono" storico delle logge?

A confronto con Fabio Frabetti di "Border Nights", Carpeoro denuncia l'ipocrisia antimassonica dell'Italia delle caste e difende il ruolo storico delle logge: «Anche se nessuno ha mai l'onestà intellettuale di ricordarlo, dobbiamo proprio alla libera muratoria la libertà di parola e il diritto di voto, in un paese in cui è stata abrogata la pena di morte».

(Intervento su YouTube, ripreso da Libreidee).

 

 
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MR News


MR News

 

ASSEMBLEA GENERALE: NUOVO PARADIGMA PER COSTRUIRE IL FUTURO


Stop alla "teologia" neoliberista che opprime i paesi dell'Ue: le idee del Movimento Roosevelt (in assemblea a Roma) per ridisegnare il futuro dell'Italia e dell'Europa

MARCO MOISO VICEPRESIDENTE
DEL MOVIMENTO 


Marco Moiso designato tra i vicepresidenti MR, accanto a Galloni, Cavaleiro e Winkler.
L'ex coordinatore ha ora la delega ai rapporti con la Segreteria Generale di Patrizia Scanu.

CONSOLI: L'ANGELO ECOLOGISTA DELL'ECONOMIA


Già braccio destro di Jeremy Rifkin, Angelo Consoli è il nuovo direttore del Dipartimento per la Transizione energetica e la Sovranità alimentare del Movimento Roosevelt.
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ALESSIA MUCCIO: MARE NOSTRUM,
NOI E I MIGRANTI

Università europee e incarichi nelle Nazioni Unite:
sarà Alessia Muccio a dirigere il Dipartimento MR per le Politiche del Mediterraneo e per i fenomeni migratori.

EGIDIO RANGONE:
UN ALTRO SVILUPPO PER L'ITALIA IN UE 

Economista, specializzato nello sviluppo dell'Est Europa: Egidio Rangone dirigerà il Dipartimento MR per Economia e Sviluppo (nonché, ad interim, Lavoro e Welfare).

TRE CANDIDATI
PER IL MR IN LOMBARDIA

Jancy Mary Beltrami, Vittorio Meroni e Andrey Pinto: 
3 candidati alla Segreteria regionale MR Lombardia. Candidature aperte fino al 26 ottobre, elezione il 30 novembre.
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Agenda MR

 

12-10

23-10
RIUNIONE MR PIEMONTE
(TORINO - h 19)
La banca, la moneta e l'usura: Daniele Gervasoni presenta il libro di Andrea Tarquini ai soci rooseveltiani del Piemonte, riuniti a Torino al Caffè Basaglia (Via Mantova, 34).

Introdotta da un apericena alle ore 19 (costo, 10 euro) la prossima riunione dei soci rooseveltiani piemontesi si terrà venerdì 12 ottobre al Caffè Basaglia di via Mantova 34 a Torino. Tema della serata: la presentazione, a cura di Daniele Gervasoni, del saggio di Andrea Tarquini "La banca, la moneta e l'usura" (Controcorrente, 2010).
(Adesioni via email entro domenica 7 ottobre a daniele.gervasoni@gmail.com).
FORUM ATENIESE
(LONDRA - h 19 GMT)
 
Il 23 ottobre riprendono le riunioni mensili del Forum Ateniese, format di libero dibattito democratico adottato dalla sezione Regno Unito del Movimento Roosevelt  

L'attività politica del MR Uk riprende decisa dopo la pausa estiva, con le consuete riunioni mensili stile 'Forum Ateniese', un format di libero scambio democratico di opinioni adottato dal MR UK da pià di un anno. L'appuntamento è per domenica 23 ottobre, ore 19.00 ora locale, come sempre presso l'Inca-Cgil – Italian Advice Centre (124 Canonbury Road, London N1 2UT). See you there!


(Per partecipare, scrivete a info@rooseveltmovement.co.uk)


26-10
ASSEMBLEA MR LOMBARDIA
(MILANO - h 20)
 
Jancy Beltrami, Vittorio Meroni e Andrey Pinto: a confronto i primi tre candidati per la nuova Segreteria regionale della Lombardia (l'elezione si svolgerà il 30 novembre).

Venerdì 26 ottobre (Circolo Arci Corvetto, via Oglio 21, Milano) si confronteranno i primi tre candidati emersi il 28 settembre per la Segreteria generale MR Lombardia: si tratta di Jancy Mary Beltrami, Vittorio Meroni e Andrey Pinto. Candidature ancora aperte fino al 26 ottobre, data nella quale i candidati presenteranno se stessi e il loro programma; l'elezione poi si svolgerà il 30 novembre. Già fissate le successive riunioni 2019, ogni ultimo venerdì del mese: 25 gennaio, 22 febbraio e 29 marzo. Per l'adesione all'assemblea del 26 ottobre (cena alle ore 19,30, riunione alle 21,30) occorre prenotarsi entro il 23 ottobre scrivendo a jancy.beltrami@movimentoroosevelt.com. Il circolo Corvetto concede gratuitamente la sala, purché ci si iscriva all'Arci (13 euro la tessera annuale). Per arrivarci: dal Duomo, linea metro gialla direzione San Donato, fermata Corvetto.


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Movimento Roosevelt / Democrazia contro oligarchia
 
Il mondo non è mai stato così ricco, eppure la società è colpita da diseguaglianze inaudite:
senza giustizia sociale non si possono garantire né diritti né pari opportunità.
Grazie all'opposizione artificiosa tra destra e sinistra, l'élite neoliberista ha potuto privatizzare il mondo, minando, dagli anni '70, il futuro delle istituzioni democratiche.
Oggi la vera contrapposizione politica non è più tra destra e sinistra, ma tra democrazia e oligarchia. 
Il Movimento Roosevelt è un soggetto politico meta-partitico ispirato da Gioele Magaldi
e istituito da 500 soci fondatori a Perugia  il 21 marzo del 2015.
Il nostro movimento è impegnato a smascherare la pretesa scientificità economicistica
del rigore nei bilanci pubblici, contribuendo al risveglio democratico della politica italiana, europea e mondiale.
Dobbiamo utilizzare indicatori economici che siano accurati nel misurare il benessere della collettività e ricominciare a costruire ricchezza con le politiche economiche proprie del modello post-keynesiano,
fondato sull'investimento pubblico strategico per rilanciare il settore privato.
Si tratta di una sfida culturale per la quale il Movimento Roosevelt si rivolge a tutte le persone di animo sinceramente progressista, disposte a contribuire a far crescere una nuova consapevolezza.
Per ridiventare cittadini e smettere di essere "sudditi" di anonimi tecnocrati, al servizio di potentati economici privatistici, abbiamo bisogno della consapevolezza, del supporto e dell'impegno del popolo.
L'orizzonte per il quale lavoriamo è squisitamente democratico: vogliamo restituire alla collettività
un futuro prospero e degno di essere vissuto appieno.


 
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