Visualizzazione post con etichetta Nuovo Ordine Mondiale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Nuovo Ordine Mondiale. Mostra tutti i post

venerdì 6 dicembre 2019

Una storia del 21° secolo


Negli anni ’90, mentre l’Unione Sovietica crollava con l’arresto del presidente sovietico Gorbachev da parte dell’ala dura del Partito Comunista,  Eltsin era il burattino degli USA e gli Americani e gli Israeliani saccheggiavano la Russia, i Neoconservatori avevano ordinato a Washington di rovesciare i governi del Medio Oriente. Lo scenario neoconservatore per la ristrutturazione del Medio Oriente era stato messo a punto ben prima degli eventi dell’11 settembre 2001.
I Neoconservatori avevano affermato di aver bisogno di “una nuova Pearl Harbor” per scatenare queste guerre in Medio Oriente. La storia di copertura era portare la democrazia in Medio Oriente, ma il vero scopo era rimuovere i governi che erano d’intralcio all’espansione israeliana.
Il principale obiettivo di Israele erano le risorse idriche nel sud del Libano. L’esercito israeliano aveva già tentato di occupare il Libano meridionale ma era stato ricacciato indietro dalla milizia di Hezbollah. Israele aveva così deciso di usare il suo vassallo americano per rovesciare Iraq, Siria e Iran, i governi che sostenevano i combattenti di Hezbollah. Una volta che il fantoccio americano avesse eliminato la resistenza all’espansione di Israele, Hezbollah non avrebbe più avuto alcun sostegno finanziario o militare e avrebbe potuto essere attaccato in sicurezza dall’esercito israeliano, una forza militare capace solo di uccidere donne e bambini palestinesi disarmati.
L’11 settembre è stato la loro Nuova Pearl Harbor.
Il generale Wesley Clark, un generale americano a 4 stelle che era stato comandante supremo alleato della NATO, aveva rivelato in televisione che, solo 10 giorni dopo l’11 settembre, mentre si trovava al Pentagono, gli era stato riferito da un generale che precedentemente aveva prestato servizio sotto il suo comando che la decisione di invadere l’Iraq era già stata presa. Questo accadeva prima della comparsa sui media americani controllati dai Neoconservatori di uno qualsiasi dei presunti, e poi smentiti, legami tra l’Iraq e l’11 settembre.
In altre parole, l’invasione dell’Iraq era stata prevista molto prima dell’11 settembre. Era già tutto pronto per la messa in scena di una false flag.
Il generale Clark, poche settimane dopo che il regime di Cheney/Bush aveva iniziato i bombardamenti sull’Afghanistan, aveva detto in TV di aver nuovamente incontrato il suo ex subordinato al Pentagono. Questo generale aveva in mano un promemoria che “descriveva come avremmo eliminato sette paesi in cinque anni, iniziando con l’Iraq, e poi Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e finendo con l’Iran.”
Il generale a 4 stelle Clark, era uno degli eletti. Aveva creduto di poter dire la verità, ma le sue rivelazioni non avevano avuto alcun effetto. Sono sorpreso che non sia stato arrestato e torturato come Julian Assange per aver rivelato “notizie riservate.
Osama bin Laden, un operativo della CIA che era stato usato contro i Sovietici in Afghanistan, e Al Qaeda, un gruppo di combattenti sostenuti dalla CIA  usati anch’essi contro i Sovietici in Afghanistan, erano stati accusati dell’attacco dell’11 settembre, nonostante la smentita di bin Laden. Tutti sanno che i veri terroristi rivendicano sempre la responsabilità di tutto ciò che accade, indipendentemente dal fatto che ne siano, o meno, responsabili. È così che promuovono le loro organizzazioni. Non aveva senso per il presunto leader terrorista bin Laden negare una tale vittoria senza precedenti storici contro “l’unica superpotenza mondiale.”
Secondo i necrologi provenienti da tutto il Medio Oriente, dall’Egitto e da Fox News, Osama bin Laden era deceduto per insufficienza renale e varie altre malattie nel dicembre 2001. Avevo documentato sul mio sito web la pubblicazione di questi numerosi necrologi.
Osama bin Laden è morto due volte. La sua morte, nel dicembre 2001, non aveva impedito al corrotto regime di Obama di ucciderlo nuovamente ad Abbottabad, in Pakistan, un decennio più tardi, nel 2011, perchè Obama, con la rielezione in pericolo a causa dei fallimenti del suo primo mandato, aveva un disperato bisogno di una rivincita.
C’e l’avevano anche fatto vedere. Ci avevano mostrato Obama e i suoi alti funzionari immobili davanti ad uno schermo televisivo, mentre, presumibilmente, guardavano il Team SEAL degli Stati Uniti uccidere un indifeso bin Laden. Questa sceneggiata era stata un errore, perchè tutti avevano poi chiesto che il filmato della morte di bin Laden fosse reso pubblico. Qualcuno non aveva tenuto nel debito conto la necessità di fare PR. Non essendoci alcun filmato, il regime di Obama si era trovato in imbarazzo. Era stata fatta una correzione. Il fatto che Obama e il suo team stessero guardando le riprese dell’assalto dei SEAL al complesso di bin Laden era stato un falso scoop giornalistico. La storia sostitutiva era che stavano ascoltando le notizie dell’attacco a Bin Laden.
Erano però emersi altri problemi. La TV pachistana aveva interrogato una persona che abitava vicino al presunto “complesso di bin Laden” riguardo ciò a cui aveva assistito la notte in cui le forze degli US SEAL erano presumibilmente atterrate, avevano ucciso Osama bin Laden e portato via il suo corpo, che sarebbe stato successivamente sepolto in mare da una portaerei americana.
Il vicino di casa aveva detto che tre elicotteri avevano sorvolato la zona ma che solo uno era atterrato. I soldati scesi dall’elicottero parlavano il pashtu. I Navy SEAL non conoscono il pashtu. Non erano Navy SEAL.
Il testimone (tutto questo era apparso sulla TV pachistana, ho i link nei miei archivi, sperando che non siano stati cancellati da Google o da qualche altro servo dell’Impero Diabolico) aveva riferito che gli occupanti dell’unico elicottero atterrato erano entrati nella casa del suo vicino, che sicuramente non era Bin Laden, e che ne erano usciti 20 minuti dopo. Aveva poi detto che l’elicottero era esploso mentre era in fase di decollo. Aveva affermato che non c’erano stati sopravvissuti e che il terreno era cosparso di resti umani. Aveva poi detto che erano arrivati i militari pachistani che avevano immediatamente fatto allontanare gli osservatori. Secondo il testimone, nessun altro elicottero era atterrato.
Il governo degli Stati Uniti aveva ammesso che un elicottero era esploso e aveva fatto pressioni sul Pakistan per poter riportare in patria i resti del velivolo. Il regime di Obama aveva affermato che erano atterrari altri elicotteri, che avevano poi trasportato il team SEAL e il corpo di bin Laden su una portaerei americana. I testimoni oculari pachistani sulla scena avevano però riferito che non era successo nulla del genere. L’unico elicottero di cui avevano parlato alla televisione pachistana era quello che era esploso e non c’erano stati sopravvissuti.
Quindi, come aveva potuto qualcuno fuggire con il corpo di bin Laden e poi gettarlo in mare da una portaerei americana?
Molti altri problemi erano derivati da questa sceneggiata a base di fake news del regime Obama.
I 2 o 3 mila marinai statunitensi della famosa portaerei da cui presumibilmente sarebbe stata data la sepoltura in mare a Bin Laden avevano scritto a casa che sulla loro nave non c’era stata alcuna sepoltura di Bin Laden. Sulle portaerei, come su tutte le navi della marina militare, ci sono persone sveglie, in servizio, a tutte le ore del giorno e della notte. Una nave non chiude i battenti e manda tutti a dormire, così che una sepoltura in mare possa essere fatta in segreto.
Inoltre, come si sono poi chiesti tutti coloro con sufficiente intelligenza, perché uccidere in modo così insensato una indifesa “eminenza grigia” quando se ne sarebbero potute ricavare tantissime informazioni preziose? Perché il suo cadavere era stato eliminato, invece di essere presentato come prova? Perché disfarsi di un corpo che avrebbe stabilito con certezza che la persona morta un decennio fa era ancora viva, nonostante l’insufficienza renale, e che, dopo un decennio, era stata infine localizzata e uccisa in un paese straniero non soggetto alle leggi degli Stati Uniti? I giornalisti non si erano posti queste domande e nemmeno il regime di Obama.
Senza una stampa [onesta], gli Americani sono indifesi. Non c’è nessuno che parli per loro. La CIA questo lo sapeva e il controllo dei media americani da parte della CIA ha conferito a Washington il potere totale. Le uniche spiegazioni che gli Americani ascoltano sono quelle che li tengono in uno stato di sottomissione mentale.
Poi abbiamo saputo che l’unità SEAL, da cui presumibilmente proveniva la squadra [dell’operazione bin Laden], era stata caricata su un elicottero per trasporto truppe dell’epoca del Vietnam, in violazione della regola che vieta di far salire tutti i membri di un’unità SEAL sullo stesso velivolo, e questo vetusto elicottero non armato era stato abbattuto Afghanistan e tutti i SEAL erano morti.
Le famiglie dei SEAL avevano gridato allo scandalo. Avevano detto di aver ricevuto messaggi dai loro figli che asserivano di sentirsi in pericolo, che qualcosa non andava. Le famiglie volevano sapere perché non era stata rispettata la regola di non far salire tutti i membri di un’unità SEAL sullo stesso velivolo. Perché erano stati fatti volare su un territorio ostile in un elicottero antiquato? All’epoca avevo riportato queste notizie. Da allora non se ne è saputo più nulla. Ovviamente, i SEAL si chiedevano l’un l’altro: “eri nella missione che ha eliminato Bin Laden?” E nessuno c’era stato. Perciò Washington ha dovuto eliminare l’unità SEAL.
Washington ha poi presentato un presunto membro del team SEAL che “aveva ucciso Bin Laden” e lo ha mandato in tournée. È stato scritto un libro. È stato realizzato un film. I media venduti alla CIA hanno dato grande enfasi alla veridicità della falsa narrativa. Gli Americani creduloni sono stati lieti di apprendere che Osama bin Laden aveva ricevuto quello che si meritava con una seconda morte un decennio dopo essere morto per insufficienza renale.
Una popolazione ingenua come quella americana non ha alcuna prospettiva di discernere la verità dalla finzione. E’ un popolo perduto, il cui destino è la tirannia. E penseranno di vivere in un modo di verità.
Attraverso il controllo operato sui media, come evidenziato dall’Operazione Mockingbird e dal libro di Udo Ulfkotte, la CIA è riuscita a trasformare la popolazione americana in Stepford Wives [1]. Questo serve al Deep State per il controllo dell’ordine interno, ma le Stepford Wives non sono una forza in grado di affrontare le forze armate russe e cinesi. Il complesso militare/di sicurezza ha assunto il comando, trasformando una nazione orgogliosa in un gregge disinformato.
Paul Craig Roberts
Scelto e tradotto per comedonchisciotte.org da MARKUS
[1] Stepford è un termine usato in riferimento a qualcuno talmente obbediente e perfetto da sembrare quasi un robot. Una donna estremamente sottomessa al marito e che soddisfa ogni sua esigenza in maniera assolutamente perfetta è un esempio di moglie Stepford.

domenica 1 dicembre 2019

ASSANGE / IN PERICOLO DI VITA, APPELLO DI 60 MEDICI


Il fondatore di WikileaksJulien Assange, rischia la vita per la mancanza di cure mediche.
Sessanta medici di varie nazioni hanno firmato un appello indirizzato al ministro degli interni britannico, Priti Patel, affinchè intervenga, dal momento che attualmente Assange è detenuto nel carcere di Belmarsh, nella zona sudest di Londra.
Assange è in attesa di un’udienza a febbraio, per contestare l’ennesima richiesta di estradizione negli Stati Uniti, dove viene accusato di ben 18 reati: tra cui quello di aver complottato (sic) contro gli americani, hackerando un computer del Pentagono.
Così viene scritto nella lettera-appello: “Da un punto di vita medico, sulle prove attualmente disponibili, nutriamo serie preoccupazioni riguardo all’idoneità del signor Assange per affrontare un processo nel febbraio 2020. E’ soprattutto nostra opinione che Assange abbia bisogno di una valutazione medica urgente da parte di esperti sul suo stato di salute sia fisico che psicologico. Qualunque terapia medica indicata deve essere somministrata in un ospedale universitario adeguatamente attrezzato e dotato di personale esperto”.
La Svezia, intanto, ha ritirato le sue accuse ad Assange per una storia (chiaramente taroccata) di violenza sessuale che vedeva Assange sul banco degli accusati. Restano in piedi le (altrettanto taroccate) accuse a stelle e strisce per l’attacco al Pentagono…

mercoledì 30 ottobre 2019

Il golpe anglo-americano che aveva messo fine all’indipendenza dell’Australia


Nel 1975, il Primo Ministro Gough Whitlam, che è mancato questa settimana [L’articolo è dell’ottobre 2014 ed era stato scritto subito dopo la morte dell’ex primo ministro, N.D.T.], aveva osato rivendicare l’autonomia del proprio paese. La CIA e il MI6 si erano assicurati che ne pagasse il prezzo.
Sui media e nell’establishment politico australiano è calato il silenzio sulla memoria del grande Primo Ministro riformatore Gough Whitlam. I suoi successi sono riconosciuti, seppur a malincuore, i suoi errori vengono sottolineati con falso rincrescimento. Ma la ragione principale del suo straordinario insuccesso politico, essi sperano, sarà seppellita con lui.
L’Australia, durante gli anni di Whitlam, 1972-75, era diventata per un breve periodo di tempo uno stato indipendente. Un commentatore americano aveva scritto che nessun paese aveva “invertito la sua posizione negli affari internazionali in modo così totale senza passare attraverso una rivoluzione interna.” Whitlam aveva posto fine alla servilità coloniale della sua nazione. Aveva abolito il patrocinio reale, indirizzato l’Australia verso il Movimento dei paesi non allineati, sostenuto le”zone di pace” e si era opposto ai test sulle armi nucleari.
Anche se non veniva considerato un laburista di sinistra, Whitlam era un socialdemocratico anticonformista per principio, orgoglio e correttezza. Credeva che una potenza straniera non dovesse controllare le risorse del suo paese e dettarne la politica economica ed estera. Aveva intenzione di “ricomprare la fattoria.” Nel redigere i primi atti legislativi sui diritti delle terre degli aborigeni, il suo governo aveva risvegliato il fantasma del più grande esproprio terriero nella storia dell’umanità, la colonizzazione britannica dell’Australia e la questione di chi fossero le enormi ricchezze naturali del continente insulare.
I Latino-Americani riconosceranno l’audacia e il pericolo di questa “voglia di libertà” in un paese il cui establishmente era indissolubilmente legato ad un grande potenza straniera. Gli Australiani avevano partecipato ad ogni avventura imperiale britannica, fin da quando in Cina era stata repressa la ribellione dei Boxer. Negli anni ’60, l’Australia aveva implorato per unirsi agli Stati Uniti nell’invasione del Vietnam, poi aveva messo a disposizione i suoi “black team” [gruppi di specialisti per operazioni clandestine], gestiti però dalla CIA. I cablogrammi diplomatici statunitensi pubblicati lo scorso anno da Wikileaks rivelano i nomi di figure di spicco in entrambi i principali partiti, tra cui un futuro primo ministro e un ministro degli esteri, nel ruolo di informatori di Washington durante gli anni di Whitlam.
Whitlam conosceva il rischio che stava correndo. Il giorno dopo la sua elezione, aveva ordinato che il suo staff non venisse “controllato o molestato” dal servizio di sicurezza australiana, Asio, allora come adesso legato all’intelligence anglo-americana. Quando i suoi ministri avevano pubblicamente condannato i bombardamenti americani sul Vietnam definendoli “corrotti e barbari,” un funzionario della stazione della CIA a Saigon aveva dichiarato: “Ci hanno detto che gli Australiani potrebbero benissimo essere considerati dei collaboratori dei Nord-Vietnamiti.
Whitlam aveva chiesto di sapere se e perché la CIA gestisse una base di spionaggio a Pine Gap, vicino ad Alice Springs, un gigantesco aspirapolvere che, come ha da poco rivelato Edward Snowden, consente agli Stati Uniti di spiare tutti. “Se cercherete di fregarci o di manipolarci,” aveva detto il primo ministro all’ambasciatore degli Stati Uniti, “[Pine Gap] diventerà una questione tutta da rivedere.
Victor Marchetti, l’ufficiale della CIA che aveva contribuito a creare Pine Gap, mi aveva confidato in seguito: “Quella minaccia di chiudere Pine Gap aveva fatto venire un colpo apoplettico alla Casa Bianca … si era iniziato a preparare una specie di [golpe come in] Cile.”
I messaggi top-secret di Pine Gap venivano decodificati da un’azienda dipendente dalla CIA, la TRW. Uno dei decodificatori era Christopher Boyce, un giovane turbato dall’inganno e dal tradimento da parte di un alleato. Boyce aveva riveato che la CIA si era infiltrata nella dirigenza politica e sindacale australiana e che si riferiva al Governatore Generale dell’Australia, Sir John Kerr, come “il nostro uomo, Kerr.”
Kerr non era solo l’uomo della Regina, aveva legami di vecchia data con l’intelligence anglo-americana. Era un appassionato sostenitore dell’Associazione Australiana per la Libertà Culturale, descritta da Jonathan Kwitny del Wall Street Journal nel suo libro, The Crimes of Patriots, come “un gruppo d’élite, esclusivamente su invito … smascherato di fronte al Congresso come fondato, finanziato e completamente gestito dalla CIA.” La CIA “aveva pagato i viaggi di Kerr, costruito il suo prestigio … Kerr aveva continuato ad assecondare la CIA per soldi.”
Quando Whitlam era stato rieletto per un secondo mandato, nel 1974, la Casa Bianca aveva inviato a Canberra come ambasciatore Marshall Green. Green era una figura imperiosa e sinistra, che operava all’ombra dello “stato profondo” americano. Conosciuto come il “maestro del golpe,” aveva avuto un ruolo centrale nel colpo di stato del 1965 contro il presidente Sukarno in Indonesia, che aveva provocato quasi un milione di morti. Uno dei suoi primi discorsi in Australia, presso l’Australian Institute of Directors, era stato descritto da un membro allarmato del pubblico come “un incitamento agli imprenditori del paese a ribellarsi contro il governo.
Gli Americani e gli Inglesi avevano lavorato insieme. Nel 1975, Whitlam aveva scoperto che il MI6 britannico stava operando contro il suo governo. “Gli Inglesi stavano effettivamente decodificando i messaggi segreti che arrivavano nel mio ufficio per gli affari esteri,” aveva detto in seguito. Uno dei suoi ministri, Clyde Cameron, mi aveva riferito: “Sapevamo che il MI6 stava spiando le riunioni di gabinetto per conto degli Americani.” Negli anni ’80, alcuni alti funzionari della CIA avevano rivelato che il “problema Whitlam” era stato discusso “con urgenza” dal direttore della CIA, William Colby e dal capo del MI6, Sir Maurice Oldfield. Un vicedirettore della CIA aveva detto: “Kerr ha fatto quello che gli era stato detto di fare.
Il 10 novembre 1975, a Whitlam era stato mostrato un messaggio telex top-secret proveniente da Theodore Shackley, il noto capo della divisione della CIA per l’Asia Orientale, che aveva contribuito al colpo di stato contro Salvador Allende in Cile, due anni prima.
Il messaggio di Shackley era stato letto a Whitlam. In esso si diceva che il primo ministro australiano rappresentava un rischio per la sicurezza del suo paese. Il giorno prima, Kerr aveva visitato il quartier generale del Defence Signals Directorate (DSD), la NSA australiana, dove era stato informato sulla “crisi della sicurezza.”
L’11 novembre, il giorno in cui Whitlam avrebbe dovuto informare il parlamento della presenza segreta della CIA in Australia, era stato convocato da Kerr. Invocando arcaici, vice-regali “poteri di riserva,” Kerr aveva licenziato il suo primo ministro democraticamente eletto. Il “problema Whitlam” era stato risolto e la politica australiana, e la nazione intera, non avrebbero mai più riconquistato la loro vera indipendenza.
John Pilger
Fonte: www.theguardian.com

Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

domenica 27 ottobre 2019

‘Non riesco a pensare’: Assange cerca di non piangere e quasi non ricorda il suo nome durante l’udienza preliminare per l’estradizione negli USA


Era sembrato che Julian Assange stesse per piangere mentre diceva “non riesco a pensare correttamente,” di fronte alla corte che dovrebbe decidere sulla sua estradizione negli Stati Uniti.
Il fondatore di WikiLeaks aveva avuto anche difficoltà a parlare, aveva fatto lunghe pause e aveva balbettato, mentre confermava il suo nome e la data di nascita all’inizio dell’udienza preliminare per la gestione del processo, a Londra, lunedì scorso.
Il governo americano sta cercando di estradare il 48enne per incriminarlo della diffusione di centinaia di migliaia di documenti top secret.
Dovrà affrontare 18 accuse, tra cui quella di cospirazione per hackerare i computer del governo e di violazione della legge sullo spionaggio e potrebbe passare decenni in prigione, se ritenuto colpevole.
Assange, che quando era stato arrestato ad aprile aveva una barba lunga ed incolta, si è presentato alll’udienza della corte dei magistrati di Westminster rasato e vestito con un abito blu scuro sopra un maglione blu chiaro.
John Pilger, il giornalista e documentarista e l’ex sindaco di Londra Ken Livingstone, erano tra i sostenitori seduti in una galleria destinata al pubblico completamente piena, mentre altri protestavano fuori dal tribunale.
L’avvocato difensore di Assange, Mark Summers, ha definito la richiesta di estradizione “un tentativo politico” da parte dell’amministrazione Trump di “far capire ai giornalisti le conseguenze della pubblicazione di informazioni [riservate].”
Legalmente è una cosa senza precedenti,” ha detto alla corte.
Summers ha affermato che esiste un “legame diretto” tra l’elezione di Trump e il “rinvigorimento” dell’indagine, che si era conclusa sotto la presidenza di Barack Obama senza accuse nei confronti di Assange.
L’avvocato ha anche affermato che gli Stati Uniti “avevano fatto notevoli sforzi per intromettersi nelle discussioni coperte da segreto professionale tra Assange e i suoi avvocati” nell’ambasciata ecuadoriana [di Londra], dove il fondatore di WikiLeaks era stato rinchiuso per quasi sette anni dopo l’ottenimento dell’asilo politico [da parte di quel paese].
Le intrusioni comprendevano il “controllo illegale dei telefoni e dei computer” e “uomini incappucciati che irrompevano negli uffici,” ha affermato Summers.
Queste preoccupazioni sono solo alcune della “pluralità” dei problemi, infatti il team legale di Assange avrebbe voluto avere più tempo per la preparazione del caso, ha affermato l’avvocato, che aveva richiesto una proroga di tre mesi sulla data dell’udienza vera e propria di estradizione.
Ma il giudice distrettuale, Vanessa Baraitser, ha rifiutato di concedere agli avvocati della difesa più tempo per la raccolta delle prove. Ha detto ad Assange che la prossima udienza preliminare sulla gestione processuale si terrà il 19 dicembre e che l’udienza vera e propria seguirà, come previsto, a febbraio.
Mentre la corte rinviava i lavori, Assange ha affermato di non aver compreso la procedura e si è lamentato che “questo non è giusto.
Ha aggiunto: “Non posso fare ricerche su nulla, non posso accedere a nessuno dei miei scritti. È molto difficile dove mi trovo.
Assange, che è detenuto nella prigione di massima sicurezza di Belmarsh, ha detto al giudice di trovarsi contro una “superpotenza” con “risorse illimitate” e, mentre sembrava ricacciare indietro le lacrime, ha aggiunto: “non riesco a pensare correttamente.”
Era stato incarcerato a maggio e condannato a 50 settimane di detenzione per aver violato le norme del rilascio su cauzione rifugiandosi nell’ambasciata ecuadoriana di Londra per evitare l’estradizione in Svezia, dove era accusato di violenza sessuale [accusa dimostratasi poi infondata, N.D.T.].
Assange era stato arrestato quando la polizia aveva fatto irruzione nell’ambasciata, dopo che la nazione sudamericana aveva ritirato la sua offerta di asilo.
Avrebbe dovuto essere rilasciato dal carcere di Belmarsh il mese scorso [1], ma il giudice lo aveva trattenuto in custodia perché c’erano “motivi sostanziali” per credere che si sarebbe reso irreperibile.
L’ex Ministro dell’Interno, Sajid Javid, aveva firmato nel mese di giugno una delibera che autorizzava il dibattito processuale sulla richiesta di estradizione [di Assange] da parte degli Stati Uniti.
A maggio, Wikileaks aveva affermato che c’erano “gravi preoccupazioni” per la salute di Assange, dopo il suo trasferimento nell’infermeria della prigione. Quando non era apparso per un’udienza in tribunale, il magistrato capo, Emma Arbuthnot, aveva dichiarato che l’Australiano “non si sentiva molto bene.”
All’epoca, WikiLeaks aveva dichiarato: “Durante le sette settimane a Belmarsh la sua salute ha continuato a peggiorare ed è dimagrito in modo drammatico. La decisione delle autorità carcerarie di trasferirlo nel reparto sanitario parla da sola.”
In una dichiarazione subito prima dell’udienza di lunedì scorso, Amnesty International ha esortato il Regno Unito a respingere la richiesta di estradizione.
Massimo Moratti, vicedirettore del gruppo per i diritti umani per l’Europa, ha dichiarato: “Le autorità britanniche devono riconoscere i rischi reali di gravi violazioni dei diritti umani che Julian Assange dovrebbe affrontare se fosse inviato negli Stati Uniti. Il Regno Unito deve rispettare l’impegno, già assunto, che [Assange] non venga inviato dove potrebbe subire torture o altri maltrattamenti.
Chris Baynes
[1] Il giudice che lo aveva condannato a 50 settimane di detenzione, Deborah Taylor, aveva stabilito che Assange avrebbe potuto essere rilasciato dopo aver scontato almeno metà della sentenza, ma che il rilascio condizionale sarebbe stato “soggetto alle condizioni e all’esito di qualsiasi altro procedimento nei suoi confronti.” N.D.T.
Fonte:
www.independent.co.uk

Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

venerdì 18 ottobre 2019

Il più importante prigioniero politico al mondo


Siamo a solo una settimana dalla fine della lunghissima detenzione di Julian Assange, reo di non essersi presentato in tribunale dopo esser stato rilasciato su cauzione. Dal resto di quella sentenza riceverà la libertà condizionale, ma continuerà a rimanere in custodia cautelare in attesa dell’udienza sull’estradizione verso gli Stati Uniti – un processo che potrebbe durare diversi anni.
A quel punto, svaniranno tutte le giustificazioni per la prigionia di Assange che i finti liberali britannici hanno accampato. Non ci sono accuse né indagini pendenti in Svezia, dove le “prove” si sono disintegrate al primo soffio di controllo critico. Ha scontato la propria pena. L’unico motivo della sua attuale incarcerazione è la pubblicazione dei registri di guerra afgani ed iracheni, ricevuti da Chelsea Manning, che comprovavano molteplici illeciti e crimini di guerra.
Nell’incarcerare Assange per non esser comparso innanzi alla corte dopo la cauzione, il Regno Unito è chiaramente andata contro la sentenza del Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite sulla Detenzione Arbitraria (UNWGAD), la quale attesta:
“In base al diritto internazionale, la detenzione preventiva deve essere imposta solo in limitati casi. Quella durante le indagini deve essere ancor più limitata, soprattutto in assenza di accuse. Le indagini svedesi sono chiuse da oltre 18 mesi: l’unico motivo rimasto per la continua privazione della libertà del signor Assange è il non essersi presentato in tribunale dopo il rilascio su cauzione nel Regno Unito. Questo è, oggettivamente, un reato minore, che non può giustificare, post facto, gli oltre 6 anni di confino a cui è stato sottoposto da quando ha cercato asilo nell’ambasciata dell’Ecuador. Assange dovrebbe essere in grado di esercitare il proprio diritto alla libera circolazione, in conformità alle convenzioni sui diritti umani, che il Regno Unito ha ratificato.”
Nel ripudiare l’UNWGAD, il governo britannico ha minato un importante pilastro del diritto internazionale, uno che ha sempre sostenuto in centinaia di altre decisioni. I media mainstream non hanno del tutto sottolineato il fatto che l’UNWGAD abbia chiesto il rilascio di Nazanin Zaghari-Ratcliffe – una potenzialmente preziosa fonte di pressione internazionale sull’Iran, che il Regno Unito ha reso vano per il proprio rifiuto di conformarsi alle Nazioni Unite sul caso Assange. L’Iran ha semplicemente risposto “se non rispettate voi l’UNWGAD, perché dovremmo noi?”
È in effetti un’indicazione chiave della collusione tra media e governo il fatto che i media britannici, che riportano regolarmente sul caso Zaghari-Ratcliffe per promuovere la propria agenda governativa anti-iraniana, non abbiano riportato l’appello dell’UNWGAD per la scarcerazione di lei – per il desiderio di negare la credibilità dell’organismo delle Nazioni Unite nel caso di Julian Assange.
Nel presentare domanda di asilo politico, Assange stava entrando in un procedimento legale diverso e più elevato, un diritto riconosciuto a livello internazionale. Un’altissima percentuale di prigionieri politici in tutto il mondo sono in carcere con accuse penali apparentemente non correlate, che le autorità affibbiano loro. Molti dissidenti hanno ricevuto asilo in queste circostanze. Assange non si è nascosto – si sapeva dove fosse. La semplice caratterizzazione di questo come “fuga” da parte del giudice distrettuale Vanessa Baraitser è una farsa di giustizia – e, come il ripudio del rapporto UNWGAD nel Regno Unito, è un atteggiamento che i regimi autoritari saranno lieti di ripetere nei confronti dei dissidenti di tutto il mondo.
La sua decisione di costringere Assange ad una ulteriore prigionia, in attesa dell’udienza di estradizione, è stata eccessivamente crudele, anche in considerazione dei gravi problemi di salute che questi ha incontrato a Belmarsh.
Vale la pena far notare che l’affermazione della Baraitser, secondo cui Assange aveva dei “precedenti di fuga in questi procedimenti” – e ho già considerato “fuga” un termine estremamente inappropriato – è inaccurata, in quanto “questi procedimenti” sono del tutto nuovi, e si riferiscono soltanto alla richiesta di estradizione statunitense. Assange era in prigione per tutto il corso di “questi procedimenti”, e certamente non è fuggito. Il governo ed i media hanno interesse a confondere “questi procedimenti” con le precedenti, risibili, accuse provenienti dalla Svezia, e con la successiva condanna in séguito al rilascio su cauzione. Dobbiamo dipanare questa maligna matassa. Dobbiamo chiarire che Assange è ora detenuto solo e soltanto per aver pubblicato quei documenti. Che un giudice debba mescolare le accuse è disgustoso. Vanessa Baraitser è una vergogna.
Assange è stato demonizzato dai media come un pericoloso, insano e folle criminale. Non c’è cosa più lontana dalla verità. Assange non è mai stato condannato per alcunché, tranne che per violazione dopo cauzione.
Nel Regno Unito abbiamo quindi ora un governo di destra con evidente scarsa preoccupazione per la democrazia. Abbiamo, in particolare, un estremista di destra come Segretario degli Interni. Assange ora è, chiaramente e senza discussioni, un prigioniero politico. Non è in prigione per aver disertato il tribunale dopo la cauzione. Né per molestie sessuali. È incarcerato soltanto per aver pubblicato segreti d’ufficio. Il Regno Unito detiene ora il prigioniero politico più famoso al mondo, e non ci sono motivi razionali per negare questo fatto. Chi prenderà posizione contro questo atto d’autoritarismo ed a favore della libertà di pubblicazione?
Traduzione  per www.comedonchisciotte.org  a cura  HMG

martedì 17 settembre 2019

Menti raffinatissime: i poteri a cui Grillo ora svende l’Italia

Beppe Grillo “Fare la storia, cambiare l’Italia: occasione irripetibile”. Ogni volta che parte la supercazzola di Beppe Grillo, ci siamo: sta per succedere qualcosa di orrendo. Il segnale: basta che il padrone del Movimento 5 Stelle si metta a parlare come un rivoluzionario dei cartoni animati. Caricatura di se stesso solo in apparenza, l’infido Grillo: è il servitore decisivo del potere europeo, l’unico capace di ripristinare la totale sottomissione del Belpaese. Dopo l’ambigua e velleitaria sbornia gialloverde, che aveva illuso la Lega (e gli italiani) che le regole potessero davvero cambiare, è intervenuto l’uomo del Britannia: è stato l’ex comico a dare il via libera alla “soluzione finale”. Senza il suo intervento padronale, i valletti grillini – pur traumatizzati dall’incubo delle elezioni anticipate – non ce l’avrebbero fatta, a calare le brache fino al punto di arrendersi all’odiato Matteo Renzi, decretando in questo modo la morte politica del Movimento 5 Stelle. L’indecorosa trattativa è stata affidata a manovali recalcitranti come Di Maio e Zingaretti, che hanno finto di prendere sul serio l’imbarazzante prestanome Giuseppe Conte. Ma è evidente che a decidere è stato il Giglio Magico, che ha colto al volo l’assist – decisivo – del Mago di Genova.
Avverte il massone progressista Gianfranco Carpeoro: a Renzi, che da premier aveva bussato inutilmente alle superlogge reazionarie, è stata fatta balenare la possibilità – dopo la strana passerella del Bilderberg (unico politico italiano invitato, nel 2019) – di ottenere finalmente l’agognato accesso al santuario esclusivo della supermassomeria oligarchica. Compitino da svolgere, per superare la prova: evitare in ogni modo le elezioni anticipate, anche osando l’impensabile – le nozze coi vituperati, abominevoli grillini – pur di mettere fuori gioco Salvini. Missione compiuta, ma solo grazie al domatore genovese dei sub-parlamentari penstastellati. Dopo la lunga stagione della finta palingenesi (“uno vale uno”) e il precario intermezzo gialloverde, ora le acque sono ridiventate cristalline: l’Italia è chiaramente sotto padrone, e la mano del reggente è tornata in piena luce. Certo, il coro gracidante del mainstream si eserciterà puntualmente nel valutare solo l’effimero: l’acconciatura stagionale dei servi sciocchi dell’operazione, gli euro-camerieri del Pd, e magari i mielosi cinguettii del finto innamoramento con gli ex pseudo-rivoluzionari grillini, nullità politiche assolute e disperatamente avvinghiate alla poltrona. E così, ancora una volta, si eviterà la narrazione scomoda, veritiera, della tragicommedia in corso.
Matteo Renzi – il vero titolare del povero Zingaretti – è stato avvistato dalle parti della superloggia Maat, a suo tempo creata dallo stratega americano Zbigniew Brzesinski per dare al suo ultimo progetto (lo specchietto per allodole chiamato Barack Obama) un profilo di “pontiere” supermassonico tra “l’impero del male” (i Bush) e la massoneria democratica. Premessa: se non si entra nei territori elusivi delle Ur-Lodges, da cui peraltro non è possibile riportare “selfie”, non si riesce a leggere la trama del film: si assiste al semplice spettacolo delle comparse, senza scorgere né i mandanti né il loro movente. Letta solo dal basso, la politichetta nazionale si riduce a una questione di simpatie e antipatie personali, al massimo di presunte incompatibilità politiche – ridicolo, specie in questa Italia dove Zingaretti e Renzi, Grillo e Di Maio sono riusciti a dire tutto e il contrario di tutto praticamente ogni giorno, ribaltando alleanze e linea politica. Più facile che bersi un mojito sulla spiaggia romagnola del Papeete. Unica clausola: del “terzo livello” è bene che non si parli mai, così come per la mafia, altrimenti i Brzezinski e Obamagestori del sistema si irritano. E se esce un saggio come “Massoni”, di Gioele Magaldi, meglio ignorarlo, anche se diventa un bestseller: la scoperta del “chi è chi, ma per davvero” è qualcosa di troppo indigesto per la stampa, troppo rischioso.
Fu Brzezisnki, consigliere per la sicurezza nazionale sotto Jimmy Carter, a reclutare in Afghanistan il saudita Osama Bin Laden, come pedina contro l’Urss. Socio dei petrolieri Bush, il futuro capo di Al-Qaeda lasciò poi la superloggia “Three Eyes” per approdare alla “Hathor Pentalpha”, vero e proprio avamposto dei neocon, sospettata di aver progettato l’attentato dell’11 Settembre per accelerare, a mano armata, la globalizzazione solo mercantile e finanziaria del pianeta. Sempre Magaldi rivela che lo stesso Abu-Bakr Al-Baghadi, “califfo” del sedicente Stato Islamico, milita nella “Hathor”, che ha annoverato tra le sue fila, oltre al clan Bush, politici come Blair, Sarkozy, Erdogan. Tradotto: terrorismo e guerra. Afghanistan e Iraq, Libia e Siria, attentati in Europa firmati Isis ma propiziati da servizi segreti “distratti”. Tranne che in un paese: l’Italia. «Avevamo il miglior dispositivo antiterrorismo del mondo», ha ripetuto Carpeoro, sodale di Magaldi. Messaggio: agenti leali, fedeli alle istituzioni e decisi a dimostrare ai “professionisti del terrore” che non tutta l’Europa era caduta nelle loro mani, visto che almeno nel Belpaese l’intelligence avrebbe compiuto il suo dovere, sventando decine di attentati (anche se la notizia non è mai apparsa sui media). Unico indizio: lo stragista di Berlino – Anis Amri, mercatino di Natale 2016 – freddato a Milano dalla polizia.
Nel saggio “Dalla massoneria al terrorismo”, Carpeoro svela i retroscena anche simbologici (templari, non islamici) degli attentati in Europa. E spiega: i settori eversivi della supermassoneria sovranazionale reazionaria – epicentro, la Francia – volevano essenzialmente spaventare il presidente socialista François Hollande, eletto nel 2012 grazie alla promessa di opporsi all’austerity europea promossa dal sistema di potere che usa la Germania come “ariete” del rigore da imporre agli altri paesi. Per inciso: Hollande era in quota alla superloggia progressista “Fraternitè Verte”, riferisce Magaldi, mentre la Merkel è saldamente arruolata nella “Golden Eurasia”, officina dell’oligarchia mercantilista e post-democratica. Nel 2012, quando Hollande si apprestava a “cambiare verso” alla politica francese provando ad allentare la stretta del rigore di bilancio, Beppe Grillo – a colpi di Vaffa – stava per lanciare la volata decisiva al Movimento 5 Stelle, che l’anno seguente sarebbe diventato il primo partito italiano, il più votato alla Camera. Il seguito è cronaca: la resa di Hollande al ricatto del terrore (Charlie Hebdo,CarpeoroBataclan) e l’obbedienza italiana alla legge del Rigor Montis, tramite grigi esecutori (Letta, Gentiloni) con in mezzo il menestrello Renzi, rivoluzionario solo a chiacchiere – proprio come il suo attuale socio, Beppe Grillo.
Dal cilindro delle “menti raffinatissime” che hanno dominato il backstage europeo in questi anni, nel 2017 è uscito Emmanuel Macron. La strage di Nizza – 14 luglio – ha siglato nel sangue il suo esordio di finto “avvocato del popolo”: sangue sull’anniversario della Presa della Bastiglia, emblema di libertà per i massoni progressisti. L’anno seguente, la rabbia dei francesi (imbrogliati, traditi) sarebbe esplosa nelle strade invase dai Gilet Gialli, ma senza riuscire a trasformarsi in proposta votabile. Colpa anche del sistema politico transalpino, bloccato dall’ineleggibile Marine Le Pen che domina l’opposizione, congelandola. In ogni caso il massone Macron, già banchiere Rothschild (prescelto da Papa Francesco come grande amico del Vaticano) si è distinto nella guerra contro l’Italia gialloverde, e in particolare contro Salvini. Un’Italia strana, ibrida, bifronte. Con un’ulteriore stranezza: la delega ai servizi segreti rimasta a Palazzo Chigi anziché al Viminale, com’era sempre stato, fino ai tempi dell’ottimo Minniti. «Non cambiate i vertici dei servizi», si era raccomandato Carpeoro. Poi invece il governo Conte ha licenziato quelli che erano stati gli impeccabili tutori della sicurezza italiana. «In realtà – accusa Carpeoro – a ordinare il cambio della guardia è stato direttamente il massone reazionario Jacques Attali, mentore di Macron». Un caso, se poi a Mosca viene intercettato il colloquio tra il leghista Savoini e alcuni emissari di seconda fila del potere russo?
La barzelletta che oggi va per la maggiore è che Matteo Salvini sia impazzito, sulla spiaggia di Milano Marittima. “Il cinghialone leghista, drogato dal boom delle europee”. Affermazioni deliranti: eppure sono i giornalisti nostrani a biascicarle, pur di non dire la verità. Che è tragicamente semplice: gli amici italiani di Macron hanno sabotato l’unico politico di cui avevano paura. L’unico, con tutti i suoi limiti, che aveva messo in allarme il sistema del dominio europeo che vuole un’Italia succube e depredabile, grazie alla cortese collaborazione dell’establishment tricolore. Tutto si era messo nel peggiore dei modi fin dall’inizio, con la bocciatura di Paolo Savona: l’ex ministro di Ciampi, voluto da Salvini, avrebbe avuto la statura per rinegoziare condizioni onorevoli per l’Italia, provando a risollevare l’economia nazionale liberandola dai vincoli più soffocanti. L’oligarca tedesco Günther Oettinger, massone reazionario, si è affrettato ad avvertici che sarebbero stati “i mercati” a Paolo Savonainsegnarci come votare. A ruota, Sergio Mattarella – nel bocciare Savona – ha ripetuto (ufficialmente, da presidente della Repubblica) che sono proprio “i mercati” a decidere chi governa, e non i cittadini: comanda lo spread, non gli elettori.
La Lega ha abbozzato; perso Savona, sperava comunque di introdurre elementi progressisti nell’economia nostrana, grazie anche agli economisti keynesiani (Bagnai, Rinaldi) ingaggiati da Salvini: i soli a introdurre una narrazione “di sinistra” nel cimitero politico italiano. Solo in casa leghista, infatti, è risuonato un paradigma alternativo al rigore mortale del “ce lo chiede l’Europa”, santificato da Monti e Letta, Renzi e Gentiloni, fino all’ultima comparsa del teatrino italico, il professor-avvocato Giuseppe Conte. Nei momenti decisivi, il finto amico del popolo Beppe Grillo non ha mai mancato di far sapere da che parte stesse: nel 2016 tentò di traghettare il gruppo europarlamentare del Movimento 5 Stelle tra gli ultras dell’Eurozona, nell’Alde. Ma Grillo un tempo non agitava lo spettro del referendum sull’euro? Appunto: è la sua tecnica. Dietro al Vaffa, il piano nascosto: il vero obiettivo. L’orrendo Salvini? E’ stato cucinato a fuoco lento: assediato dalle inchieste sullo stop ai migranti, minacciato dai gossip sulla Russia, boicottato sulla riforma strategica della de-tassazione. Colpo di grazia: il voto dei grillini per Ursula von der Leyen. Ha staccato la spina, quando ha capito che non sarebbe arrivato vivo a fine anno: era questo, il progetto messo a punto dai vari Grillo e Macron, Attali e Renzi.
Il loro ometto del momento? Conte, fattosi improvvisamente imperioso, nei toni. Mancava solo il Pd, ma a reclutarlo è bastato poco. E ancor meno fatica è costato il tradimento suicida dei 5 Stelle, con l’inevitabile esilio del peso-piuma Di Maio. Se il peggior potere europeo deve ringraziare qualcuno, per il favoloso Conte-bis, può certo applaudire le anime morte del Pd e il loro condottiero Matteo Renzi, che ora potrà sperare di essere finalmente accolto a bordo, al pari di personaggi come Massimo D’Alema e Giorgio Napolitano, fino a Pier Carlo Padoan. Ma senza il vero protagonista dell’inciucio – il Mago di Genova, l’uomo del Vaffa e del Britannia – i vari Macron, Merkel, Attali e Oettinger non avrebbero avuto di che brindare. Un conto è convincere il “partito della Boschi” a turarsi il naso, sopportando gli ex rivoluzionari all’amatriciana. Ben altra impresa, invece, Grillo e Renziè indurre gli sventurati grillini a tradire la loro storia, cioè gli ideali di trasparenza sbandierati per dieci anni, fino a naufragare tra le spire di quello che fino a ieri insultavano come “il partito di Bibbiano”.
C’è riuscito, eccome, il mago Beppe, anche se orfano del massone Gianroberto Casaleggio, a sua volta compagno di avventura – agli albori – del prestigioso Enrico Sassoon, eminente pensatore e uomo di primissimo piano dell’élite supermassonica internazionale. E’ capace di tutto, del resto, Giuseppe Piero Grillo detto Beppe: prima di attraversare a nuoto lo Stretto di Messina, nel 2013, era riuscito a incantare persino gli irriducibili NoTav. Retropensiero: quei fessi. Come tutti gli altri italiani, del resto. Abbindolati in modo spettacolare da un ex comico, e ora venduti alla banda Macron: cioè al cuore nero della peggior destra economica, tecnocratica e supermassonica, quella che – usando l’ex sinistra, in tutta Europa – confisca la democrazia per meglio rapinare i cittadini. Grazie a Grillo, se non altro, ora è tutto più chiaro. Caduto anche l’ultimo velo, l’Elevato è in vena di regali: riesce finalmente a riconsegnare l’Italia agli stranieri, ma in compenso apre gli occhi agli italiani. Compresi quelli che un anno fa credettero di votare per il mitico, fenomenale “cambiamento”.
(Nel libro “Massoni. Società a responsabilità illimitata. La scoperta delle Ur-Lodges”, pubblicato da Chiarelettere nel 2014, Gioele Magaldi dichiara che sue affermazioni sono comprovate da documenti d’archivio. Si tratta di 6.000 pagine di dossier riservati, che l’autore è disposto a esibire in caso di contestazioni. Nessuno dei soggetti citati si è però azzardato a contraddire l’autore).