venerdì 14 dicembre 2018

Galloni: come sopravvivere se lo spread sale a quota 400

Ieri l’asta dei Btp è stata molto fiacca. Dicono i giornali perché lo spread è salito a quota oltre 330; insomma, se ci si aspetta che lo spread salga ancora (magari in funzione della procedura contro l’Italia preannunciata per il 22 novembre), gli investitori aspettano a comperare titoli a più lungo termine. Se è così – e, soprattutto gli investitori (grandi banche dealer) sono costrette a comperare titoli per l’immensa disponibilità liquida loro fornita dalle banche centrali che poi obbligano a depositi presso di esse con tassi negativi – perché non offrire bonds a breve e risparmiare sui tassi? Non si sa. Giornali, televisioni, politici e accademici dicono che l’aumento dello spread determina un impoverimento dei possessori di titoli: se anche io li voglio vendere anticipatamente, so che il prezzo cala, quindi, che li venderò (sempre che decida di rientrare in possesso della liquidità prima della scadenza) ad un valore più basso; ma, se me li tengo fino a scadenza, avrò il reddito pattuito e, infine, il rimborso del capitale originario.
Casomai, se l’attesa di aumento dei rendimenti dei titoli futuri supera la svalutazione di quelli vecchi di cui si chiede il rimborso anticipato, allora sarà conveniente chiedere quest’ultimo e aspettare il momento buono per investire sul nuovo Nino Galloniprimario. Di qui due deduzioni: 1) agli speculatori serve che l’aumento delle spread sia seguito da un aumento dei tassi sulle nuove emissioni e, quindi, possono operare in tal senso (come è già accaduto qualche anno fa coi titoli greci); 2) bisogna offrire nuovi titoli a rendimenti e scadenze più corte.
A quota 400 tutti – compreso il ministro dell’economia – pensano che il sistema non regga: certo questo sistema che, però, lo si dice da una vita, è intrinsecamente sballato. Occorrono, invece, quattro cose: 1) ridurre i tempi delle scadenze delle nuove emissioni per guadagnare dai tassi più bassi che la speculazione accetta in attesa delle nuove emissioni a lungo termine coi tassi più alti (e che determineranno tra non tantissimo tempo la crisi delle borse ed il rafforzamento dei ribassisti); 2) consentire agli Stati di immettere moneta non a debito a sola circolazione nazionale per finanziare attività  nell’ambiente e l’occupazione soprattutto giovanile; 3) non interrompere il quantitative easing della Bce sul mercato secondario; 4) istituire un’agenzia di rating titolata a dare giudizi su basi serie e trasparenti.
(Nino Galloni, “Come sopravvivere a quota 400”, da “Scenari Economici” del 20 novembre 2018).

giovedì 13 dicembre 2018

La secessione dell'Unione Europea, di Thierry Meyssan


Secondo Thierry Meyssan, il modo in cui Germania e Francia negano al Regno Unito il diritto di uscire dall’Unione Europea dimostra che quest’ultima non è soltanto una camicia di forza. Dimostra altresì che gli europei insistono a preoccuparsi poco dei propri vicini, come accadde per le due guerre mondiali. Evidentemente hanno dimenticato che governare non vuole dire semplicemente difendere gli interessi immediati del proprio Paese, significa avere un orizzonte di ampio respiro e scongiurare conflitti con chi ci sta accanto.
Le popolazioni dell’Unione Europea non sembrano essere consapevoli delle nuvole che si stanno addensando sopra le loro teste. Hanno individuato i gravi problemi della UE, ma li affrontano con disinvoltura e non capiscono cosa c’è in gioco con la secessione britannica, la Brexit. Si stanno inoltrando lentamente in una crisi che potrebbe risolversi solo con la violenza.

L’origine del problema

Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, i membri della Comunità Europea hanno accettato di piegarsi al volere degli Stati Uniti e hanno ammesso gli Stati dell’Europa Centrale, benché non rispondessero affatto ai criteri logici di adesione. Imboccata questa strada, hanno adottato il Trattato di Maastricht, che ha fatto scivolare il progetto di un coordinamento economico degli Stati europei verso l’idea di uno Stato sovranazionale. Si trattava di creare un vasto blocco politico che, con la protezione militare degli Stati Uniti, si sarebbe avviato insieme a loro sulla via della prosperità.
Questo super-Stato non è per niente democratico. È amministrato da un consesso di alti funzionari, la Commissione, composta da un delegato per ogni Stato dell’Unione, designato dal capo di Stato o di governo del proprio Paese. Mai nella storia si è visto un impero funzionare così. Il modello paritetico della Commissione ha partorito molto presto una gigantesca burocrazia paritaria, dove alcuni Stati sono “più uguali di altri”.
Il disegno di uno Stato sovranazionale si è dimostrato inadeguato al mondo unipolare. La Comunità Europea (CE) era nata dalla branca civile del piano Marshall, di cui la NATO era l’ambito militare.
Le borghesie dell’Europa occidentale, che si sentivano minacciate dal modello sovietico, sostennero la CE sin dal congresso convocato nel 1948 all’Aia da Winston Churchill. Dissolta l’URSS, non avevano più interesse a continuare su questa via.
Gli Stati dell’ex Patto di Varsavia esitavano tra imbarcarsi nell’Unione Europea o allearsi direttamente con gli Stati Uniti. La Polonia, per esempio, acquistò aerei da guerra USA, che utilizzò in Iraq, con il finanziamento della UE per la modernizzazione dell’agricoltura.
Oltre a istituire una cooperazione di polizia e giudiziaria, il Trattato di Maastricht diede vita anche a una moneta e a una politica estera uniche. Tutti gli Stati membri avrebbero adottato l’euro non appena la loro economia lo avesse permesso. Solo Danimarca e Regno Unito intuirono i problemi che sarebbero sorti e ne rimasero fuori. In un mondo unipolare dominato dagli Stati Uniti, la politica estera sembrava non porre problemi.
Considerate le differenze all’interno della zona euro, gli Stati piccoli divennero in breve preda di quello più grosso, la Germania. La moneta unica, che al momento della messa in circolazione era stata allineata al dollaro, si trasformò progressivamente in una versione internazionalizzata del marco tedesco. Non in grado di competere, Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna erano emblematicamente definiti dai mercati finanziari PIGS (maiali). Mentre saccheggiava le loro economie, Berlino propose ad Atene di ristabilirne l’economia in cambio della cessione di parte del suo territorio.
Accadde che l’Unione Europea, pur perseguendo una crescita economica globale, fosse superata da altri Stati il cui sviluppo economico era di parecchie volte più rapido. L’adesione all’Unione Europea, vantaggiosa per i Paesi ex membri del Patto di Varsavia, divenne invece una palla al piede per gli europei dell’Occidente.
Facendo buon uso di quanto insegnato dal fallimento, il Regno Unito decise di ritirarsi dal super-Stato (Brexit) per potersi consociare con gli alleati storici del Commonwealth e, se possibile, con la Cina. La Commissione temette che l’esempio britannico potesse aprire la strada ad altre defezioni, nonché alla fine dell’Unione, pur conservando il Mercato Comune. Decise perciò di stabilire condizioni d’uscita dissuasive.

I problemi interni del Regno Unito

Poiché l’Unione Europea è al servizio dei ricchi contro i poveri, contadini e operai britannici hanno votato per uscirne, il settore terziario per rimanervi.
Come negli altri Paesi europei, anche nella società britannica vi è un’alta borghesia che deve il proprio arricchimento all’Unione Europea, ma, diversamente dagli altri Grandi d’Europa, nel Regno Unito vi è anche una potente aristocrazia. Prima della seconda guerra mondiale essa già godeva dei vantaggi ora procurati dalla UE, nonché di una prosperità che Bruxelles non le può più assicurare. L’aristocrazia ha perciò votato contro l’alta borghesia, ossia per la Brexit, aprendo una crisi all’interno della classe dirigente.
Alla fine, Theresa May fu scelta come primo ministro, pensando che potesse garantire gli interessi degli uni e degli altri (Global Britain). Non è andata così. – In primo luogo, May non è riuscita a concludere un accordo preferenziale con la Cina e incontra difficoltà con il Commonwealth, con cui i legami si sono col tempo allentati. – In secondo luogo, May deve fare i conti con le minoranze scozzese e irlandese, a maggior ragione perché la sua maggioranza include protestanti irlandesi aggrappati ai loro privilegi. – Infine, May deve far fronte alla rimessa in discussione della «relazione speciale» che legava Regno Unito e Stati Uniti.

Il problema che l’avvio della Brexit ha fatto emergere

Dopo aver inseguito invano diversi aggiustamenti dei trattati, il 23 giugno 2016 il Regno Unito ha democraticamente votato per la Brexit. Sorpresa dall’esito del referendum, l’alta borghesia ha tentato immediatamente di rimettere in discussione il risultato. Si parlò di organizzare un secondo referendum, come avvenne con la Danimarca per il Trattato di Maastricht. Poiché questo non è possibile, ora si fa distinzione tra una “Brexit dura” (senza nuovi accordi con la UE) e una “Brexit flessibile” (con la salvaguardia di parecchi impegni). La stampa sostiene che la Brexit sarà una catastrofe economica per i britannici. In realtà, studi anteriori al referendum, nonché a questo dibattito, dimostrano che i primi due anni dopo l’uscita dall’Unione saranno di recessione, ma che il Regno Unito non tarderà a ripartire e a sorpassare l’Unione. L’opposizione al risultato del referendum – nonché alla volontà popolare – vuole dilatare i tempi di applicazione. Il governo ha notificato il ritiro britannico alla Commissione con nove mesi di ritardo, ossia il 29 marzo 2017.
Il 14 novembre 2018 – ovvero due anni e quattro mesi dopo il referendum – Theresa May si è arresa e ha accettato un cattivo accordo con la Commissione Europea. Però, quando lo sottopone al suo governo sette ministri si dimettono, fra cui l’incaricato della Brexit, che evidentemente non conosceva elementi dell’accordo che invece il primo ministro gli attribuisce. Il testo dell’accordo comprende una clausola del tutto inaccettabile per qualunque Stato sovrano: viene fissato un periodo di transizione, la cui durata non è stabilita, in cui il Regno Unito non sarà più considerato membro dell’Unione, ma dovrà sottostare alle sue regole, comprese quelle che saranno adottate in detto periodo.
Dietro questo stratagemma ci sono Germania e Francia.
Appena conosciuto il risultato del referendum, la Germania prese coscienza che la Brexit avrebbe provocato una caduta del PIL di diverse decine di miliardi di euro. Il governo Merkel si applicò quindi non ad adattare l’economia tedesca, bensì a sabotare l’uscita del Regno Unito dall’Unione.
Quanto al presidente francese, Emmanuel Macron rappresenta l’alta borghesia europea, quindi è per sua natura contrario alla Brexit.

Chi c’è dietro i politici

La cancelliera Merkel può contare sull’appoggio del presidente dell’Unione, il polacco Donald Tusk. Effettivamente costui non occupa il posto in quanto ex primo ministro di Polonia, ma per queste due ragioni: la prima è che durante la Guerra Fredda la sua famiglia, che apparteneva alla minoranza casciuba, preferì gli Stati Uniti all’Unione Sovietica, la seconda perché è un amico d’infanzia di Angela Merkel.
Tusk ha iniziato il lavorio d’appoggio alla Merkel ponendo il problema dell’impegno britannico in programmi pluriennali dell’Unione. Se Londra dovesse sborsare quel che s’è impegnata a finanziare, non potrebbe lasciare l’Unione se non versando un indennizzo che oscilla tra i 55 e 60 miliardi di sterline.
L’ex ministro e commissario francese Michel Barnier è stato nominato capo negoziatore con il Regno Unito. Barnier si è già fatto solide inimicizie alla City, che ha maltrattato durante la crisi del 2008. Per di più, i finanzieri britannici sognano di gestire la convertibilità dello yuan cinese in euro.
Barnier ha accettato come sua vice la tedesca Sabine Weyand. È lei in realtà a condurre i negoziati, con l’obiettivo di farli fallire.
Contemporaneamente, l’artefice della carriera di Emmanuel Macron, l’ex capo dell’Ispezione Generale delle Finanze, Jean-Pierre Jouyet, è stato nominato ambasciatore della Francia a Londra. È amico di Barnier, con cui ha gestito la crisi monetaria del 2008. Per far fallire la Brexit, Jouyet si appoggia al leader conservatore dell’opposizione a Theresa May, il presidente della Commissione degli Esteri alla Camera dei Comuni, il colonnello Tom Tugendhat.
Jouyet ha scelto come sua vice la moglie di Tugendhat, l’enarca Anissia Tugendhat.
La crisi si è cristallizzata al summit del Consiglio Europeo di Strasburgo di settembre 2018, in cui Theresa May ha presentato l’accordo che era riuscita a ottenere a casa propria, e che molti altri Paesi avrebbero interesse a prendere come esempio, il piano dei Chequers: mantenere tra le due entità il Mercato Comune, ma non la libera circolazione dei cittadini, dei servizi e dei capitali; non dover più sottostare alla giustizia amministrativa europea del Lussemburgo. Donald Tusk lo respinge bruscamente.
A questo punto è necessario fare un passo indietro. Gli accordi che posero fine alla rivolta dell’IRA contro il colonialismo inglese non hanno risolto le cause del conflitto. Si è avuta la pace solo perché l’Unione Europea ha permesso di abolire la frontiera tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord. Ora Tusk pretende che, per evitare il rinfocolarsi di questa guerra di liberazione nazionale, l’Irlanda del Nord sia mantenuta nell’Unione Doganale, il che implica la creazione di una frontiera controllata dalla UE, che divide il Regno Unito in due, separando l’Irlanda del Nord dal resto del Paese.
Alla seconda riunione del Consiglio, davanti a tutti i capi di Stato e di governo, Tusk ha fatto chiudere la porta in faccia a May, lasciandola fuori da sola. Un’umiliazione pubblica che non potrà non avere conseguenze.
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Riflessioni sulla secessione dell’Unione Europea

Tutte queste manovre di basso conio indicano l’inclinazione dei dirigenti europei all’inganno. In apparenza, rispettano le regole d’imparzialità e decidono collettivamente per servire l’interesse generale (anche se questo concetto è rifiutato dai soli britannici). In realtà, alcuni difendono gli interessi del proprio Paese a scapito dei loro partner, mentre altri difendono quelli della classe sociale d’appartenenza, a scapito di tutte le altre. Il peggio è certamente il ricatto nei confronti del Regno Unito: che sottostia alle condizioni economiche di Bruxelles, in caso contrario ricomincerà la guerra d’indipendenza dell’Irlanda del Nord.
Questo comportamento finirà col risvegliare i conflitti intra-europei, che già hanno causato le due guerre mondiali; conflitti che l’Unione sul proprio territorio ha mascherato, ma che, irrisolti, persistono fuori dell’Europa.
Lo Stato sovranazionale è diventato a tal punto autoritario che durante i negoziati per la Brexit sono sorti altri tre fronti. La Commissione, su richiesta del parlamento europeo, ha aperto due procedure sanzionatorie contro la Polonia e l’Ungheria, accusate di violazioni sistematiche dei valori dell’Unione; procedure il cui obiettivo è costringere questi due Stati in una posizione analoga a quella cui si vuol costringere il Regno Unito durante il periodo di transizione: essere vincolati al rispetto delle regole dell’Unione, senza tuttavia partecipare alla loro definizione. Inoltre, infastidito dalle riforme che si vogliono attuare in Italia, che contrastano con la sua ideologia, lo Stato sovranazionale rifiuta a Roma il diritto a un bilancio che le permetta di attuare la propria politica.
Il Mercato Comune della Comunità Europea aveva permesso d’instaurare la pace in Europa Occidentale. Il suo successore, l’Unione Europea, ne distrugge l’eredità, mettendo i Paesi membri gli uni contro gli altri.
Traduzione
Rachele Marmetti

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mercoledì 12 dicembre 2018

LE VERITA’ DI GIOACCHINO GENCHI SU VIA D’AMELIO / CHI VESTI’ IL “PUPO” VINCENZO SCARANTINO?


Le verità di Gioacchino Genchi sulla strage di via D'Amelio e il ruolo giocato da Arnaldo La Barbera, l'ex capo del pool investigativo della polizia e poi questore a Palermo. Le ha raccontate davanti alla Commissione Antimafia dell'assemblea regionale siciliana presieduta da Claudio Fava, al lavoro dopo le motivazioni del Borsellino quater, per cercare di far luce su un giallo ancora irrisolto.
Ma chi è Genchi? Un ex poliziotto, per anni diventato il braccio destro di parecchi magistrati di prima linea. Lo fu, in particolare, di Luigi de Magistris, l'attuale sindaco di Napoli e una dozzina d'anni fa impegnato come pm in Calabria, autore delle famose inchieste "Why not " e "Poseidon", che gli vennero "scippate" dall'allora guardasigilli Clemente Mastella (giorni fa è arrivata la sentenza che considera illegittimo quello scippo: ma è ormai troppo tardi…). Genchi svolgeva un ruolo ben preciso: quello di super perito informatico, per passare ai raggi x migliaia e migliaia di intercettazioni telefoniche. I due, Genchi e de Magistris, vennero accusati, allora, di voler spiare mezza Italia.

OCCORREVA "VESTIRE IL PUPO" 

Arnaldo La Barbera. Sopra, Gioacchino Genchi

Torniamo alla strage di via D'Amelio. Genchi faceva parte del ristrettissimo pool di fidati collaboratori di La Barbera, quel "sinedrio" – come oggi lo definisce – per scoprire killer e mandanti dell'eccidio. Genchi, però, a un certo punto esce dal gruppo. Quando? "Quando La Barbera decise di 'vestire il pupo'", dichiara. E cioè di inventare di sana pianta il killer, di 'impupazzare' un mafioso qualunque di periferia trasformandolo nell'assassino perfetto. Organizzando, in questo modo, "il più grande depistaggio della storia italiana", come ha confermato la sentenza del Borsellino quater.
Genchi racconta di una lunghissima conversazione con La Barbera, dalle 19 del 4 maggio 1993 alle 6 del 5 maggio. Una maratona notturna. "Alla fine La Barbera piangeva", commenta Genchi.
Il quale riporta le parole che La Barbera gli avrebbe detto: "Ormai è fatta, due più due fanno quattro, la strage non può che essere responsabilità di Cosa nostra. Noi qui dobbiamo trovare qualche 'elemento minimale', addebitiamo tutto alla Cupola. Così poi io divento questore, tu vieni promosso per meriti straordinari e poi fra 3 o 4 anni diventi questore pure tu". Semplice come bere un biccher d'acqua.
L'"elemento minimale" – secondo la ricostruzione di Genchi – sarebbe stata una nota del Sisde, che metteva insieme il profilo giudiziario di Vincenzo Scarantino – il pupazzo killer – e ne dettagliava tutti i rapporti familiari e le amicizie all'interno delle cosche. La nota è datata 10 ottobre 1992, e a quanto pare la sua stesura sarebbe stata coordinata da Bruno Contrada. Da rammentare che anche La Barbera non solo era un pezzo grosso della polizia, ma era anche uomo dei Servizi, nome di battaglia "Rutilius".
Eccoci alla dichiarazione finale di Genchi: "Hanno individuato falsi colpevoli non per fare carriera o chiudere le indagini, ma per evitare di incastrare i veri autori della strage di via D'Amelio. I veri mandanti".


Bruno Contrada

Invece, nelle precedenti ricostruzioni, si raccontava della smania di La Barbera di diventare questore (cosa che poi accadde) e di sbattere un mostro in prima pagina, far vedere ai cittadini che il colpevole era stato incastrato.
La Barbera, comunque, a questa montagna di fatti e circostanza non può rispondere, perchè è morto il 19 dicembre 2002. Per cui è facile, ora, scaricare tutto su di lui. E parlare solo di lui.


TUTTE LE DOMANDE NON FATTE
C'è un domandone che nessuno, in commissione antimafia, ha fatto a Genchi: ma La Barbera agiva di testa sua, lui e il suo pool? E' normale che un pur potente vertice della polizia possa prendere inziative da solo, caso mai parlando con un amico del Sisde, e poi provvedere in modo del tutto autonomo?
Fino a prova contraria, si trattava di un'inchiesta, che qualche magistrato doveva pur coordinare. Perchè nessuna domanda a Genchi sul ruolo svolto dai magistrati? Poniamo un'ipotesi: La Barbera ha fatto tutto da solo, di sua precisa iniziativa, per motivi misteriosi. Ma allora, cosa ci stavano a fare i magistrati? A prendere la tintarella a Taormina? Semplici soprammobili?
Ipotesi numero due: i magistrati hanno lavorato in "sinergia", come le prassi indicano, con gli investigatori. A questo punto Scarantino è stato scelto di comune accordo, come del resto fa pensare l'immediata presa di posizione di Ilda Boccassini, che inviò una dettagliata e dura missiva ai magistrati inquirenti, mettendoli in guarda dal dare credibilità e affidabilità a Scarantino come pentito.
Come mai nessuno ha dato retta al parere di una toga che di mafia se ne intendeva e se ne intende, come la Boccassini?
Dicevamo: come mai nessuna domanda sui magistrati, tre in tutto, che hanno partecipato alle indagini? E cioè Anna Maria Palma, Carmine Petralia e Nino Di Matteo. Quest'ultimo tende a defilare la sua presenza, sostenendo che è arrivato a inchiesta già iniziata: sì, sei mesi dopo.


Il falso pentito Vincenzo Scarantino

L'unica a chiedere con forza quale preciso ruolo hanno avuto i tre magistrati nel taroccamento del pentito Scarantino è Fiammetta Borsellino, la quale – a proposito di Di Matteo – osserva: "Se era inesperto e alle prime armi perchè lo hanno messo ad indagare su mio padre?".
Ancora. Come mai nessuna domanda all'informatissimo Genchi sul ruolo svolto dall'allora procuratore capo Giovanni Tinebra?
Non è finita. Perchè allo 007 di casa nostra non sono stati chiesti ragguagli circa la storia dell'agenda rossa di Paolo Borsellino, a quanto pare passata di mano in mano, da Giuseppe Ajala a Giovanni Arcangioli, il carabiniere inquisito, processato e scagionato da ogni accusa? E – come racconta la giornalista d'inchiesta Roberta Ruscica, autrice de "I Boss di Stato" – passata anche tra le mani di Anna Maria Palma?
E poi. Come mai Genchi, dopo tanto parlare, non dice qualcosina in più su quei killer o mandanti che La Barbera avrebbe voluto proteggere? Possibile che in quella notte di rimembranze, confidenze & lacrime non gli sia sfuggito qualcosa? E lui stesso, Genchi, una qualche idea se la sarà pur fatta…

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martedì 11 dicembre 2018

LE CONTRADDIZIONI DELL’ANTIFASCISMO – Franco Cardini e Paolo Ercolani



Quanto c’è di fascista nell’antifascismo ormai vuoto di una sinistra che non sa più trovare in se stessa un principio di attrazione identitaria, e si autodefinisce solo come negazione delle identità altrui? È lecito pretendere di contrastare un fenomeno utilizzando lo stesso metodo che lo ha generato?
È questo il tema di “Neofascismo e Antifascismo“, un pamphlet dello storico Franco Cardini che in realtà è un’entrata a gamba tesa nel dibattito sulle grandi ideologie che hanno infuocato il ‘900 (qui per leggerlo).
Libropolis, davanti alle telecamere di Byoblu, se ne è parlato insieme a Paolo Ercolani, filosofo, scrittore, saggista e giornalista. Modera Alessandro Bedini.
Tutti gli interventi di Libropolis ripresi da Byoblu: https://www.youtube.com/playlist?list=PLimc7jftHxGUZveUQQHr1w1Eqa4AYHWjf
Fonte: www.byoblu.com

lunedì 10 dicembre 2018

Vaccini Hpv: “Manufactured Crisis” il film che svela la realtà criminale del vaccino hpv

E dopo VAXXED , ecco in arrivo “La crisi dell’HPV: reale o prodotta?” Una nuova versione cinematografica, un nuovo documentario che svela i danni a seguito della vaccinazione che dovrebbe proteggere dal papilloma virus.
Potrete visionarlo cliccando sul titolo (vi comparirà con Vimeo,  vi consigliamo di guardarlo e salvarlo).
Siamo a LONDRA, Regno Unito.  Un  docu-film, pubblicato online nel Regno Unito e visibile in tutta Europa questa settimana, mette in dubbio le affermazioni delle autorità sanitarie britanniche, danesi e spagnole sulla sicurezza del vaccino hpv. Giunge in un momento in cui  medici britannici ed europei stanno proponendo di estendere l’uso del vaccino anche ai bambini inferiori agli 11 anni, quindi non si parla più di adolescenti. Un obblig che si estenderà a caro prezzo questo (1).
“Manufactured crisis” : ciò che non ti dicono del vaccino HPV ” espone i casi di reazioni avverse gravi  che cambiano la vita a ragazze e giovani donne a seguito di somministrazione del vaccino Gardasil o Cervarix . Le reazioni avverse registrate includono grave disabilità, paralisi e persino la morte. Durante tutto il documentario, le famiglie raccontano i loro drammi e le loro vite cambiate per sempre. Storie strazianti che non possono e non devono essere ignorate.
Il film della durata di 60 minuti include anche le posizioni di medici e scienziati rispettati che sfidano le affermazioni sul valore del vaccino HPV. Loro affermano che ci vorranno almeno 10 anni prima di sapere se i vaccini HPV saranno davvero in grado di diminuire i casi di  cancro, comprese le forme più comuni di cancro cervicale ed -in caso affermativo- a quale costo.
Mettono in discussione anche i famosi “rischi e benefici” che pesano fortemente a favore della vaccinazione da sempre. In realtà, affermano gli scienziati, il caso della vaccinazione di massa non è chiaro. E queste decisioni sono state prese senza nemmeno considerare gli approcci alternativi e collaudati alla prevenzione, in particolare lo screening e l’educazione sessuale (2, 3).
Manufactured Crisis è una produzione di Alliance for Natural Health (ANH) realizzata in collaborazione con Sanevax , l’ associazione britannica di HPV Vaccine Injured Daughters (AHVID), l’ associazione danese delle vittime di vaccini HPV e l’associazione spagnola di persone danneggiate da vaccino HPV ( AAVP ).
Steve Hinks
Steve Hinks
Il vicepresidente di AHVID, Steve Hinks, ha dichiarato: “È ridicolo che così tanti professionisti del settore sanitario nel Regno Unito ignorino che la “sicurezza” e “l’efficacia” del vaccino HPV è in dubbio per il grave danno che sta causando. Perché non ci viene detta la verità? ”
Il presidente dell’Associazione danese delle vittime del vaccino contro l’HPV, Karsten Viborg ha dichiarato: “Il vaccino HPV è un esperimento enorme e molto pericoloso. Bambini e genitori hanno bisogno di informazioni corrette sui benefici e rischi. I nostri membri hanno tutti seguito la raccomandazione delle autorità per la vaccinazione – ora non c’è alcun dubbio: le autorità sanitarie non informano i cittadini ed i politici “.
La presidente dell’AAVP, Alicia Capilla, ha dichiarato: “Incomprensibilmente, le autorità sanitarie non vogliono collegare queste reazioni ai vaccini HPV, lasciando le vittime in una situazione di abbandono. ”
Norma Erickson
Norma Erickson
Il presidente di SaneVax, Norma Erickson, ha dichiarato: “Il team di SaneVax collabora con rappresentanti di oltre 50 paesi. Questo documentario mette in luce gli eventi che si verificano in ogni paese che ha adottato un programma nazionale di vaccinazione HPV. È giunto il momento di istituire il principio di precauzione in tutto il mondo. Dobbiamo scoprire perché così tanti soffrono e sviluppare protocolli di trattamento per aiutarli a riprendere in mano la propria vita “.
Questo documentario suggerisce gli interessi fraudolenti dei governi che hanno messo in primo piano questa procedura farmacologica al benessere e alla salute dei cittadini. Gli interessi commerciali vengono prima della salute pubblica.

LAURIE POWELL, EX DIRIGENTE DEL MARKETING FARMACEUTICO, AFFERMA:

“NON SI TRATTA DI CURA DEL PAZIENTE. SI TRATTA DI FARE SOLDI “.

Tim Reihm
Tim Reihm, the director of Manufactured Crisis
In una dichiarazione congiunta, i produttori del film hanno dichiarato: “Le autorità sanitarie stanno ingannando il pubblico sostenendo che la capacità del vaccino di aumentare gli anticorpi HPV nel giro di pochi anni equivale alla protezione dai tumori correlati all’HPV, in particolare il cancro del collo dell’utero. La scienza invece, ci svela altro.https://vimeo.com/277078546/7812e25bb1
“Tim Reihm, il regista e narratore del film va oltre:” Quello che abbiamo scoperto è stato un esempio scioccante di avidità aziendale, disonestà scientifica, complicità del governo e tragedia umana “.
“Manufactured crisis” : quello che non ti dicono sul vaccino HPV ” è prodotto da Focus for Health e Freda Birrell ed è diretto da Tim Reihm.

Il documentario di un’ora è disponibile sul seguente link:

 Ricerca e traduzione a cura di Vacciniinforma

(1) “The British Medical Association believes the HPV (human papilloma virus) vaccine should be given to youngsters under nine in an effort to catch them before they have sex” https://www.mirror.co.uk/lifestyle/health/health-experts-say-primary-school-12791841
2) “The cervical cancer rate in the USA is 12/100,000. By Merck’s own admission, for every 100,000 girls that receive Gardasil you can expect 2,300 serious adverse events.” Norma Erickson, president, Sanevax.
(3) “If your daughter gets regular Pap smears her chances of dying from cervical cancer are 0.00002%.” Shannon Mulvihill, executive director, Focus for Health.

venerdì 7 dicembre 2018

Ciò che le elezioni svelano sul conflitto interno agli USA, di Thierry Meyssan

Le elezioni USA di metà mandato sono state interpretate dai grandi media alla luce della spaccatura Repubblicani/Democratici. Thierry Meyssan, continuando l’analisi della profonda evoluzione del tessuto sociale, vi legge invece una netta regressione dei Puritani rispetto ai Luterani e ai Cattolici. Il riallineamento politico voluto da Donald Trump potrebbe riuscire, come a suo tempo accadde per quello di Richard Nixon.

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Il Partito Repubblicano ha perso la Camera dei rappresentanti, ma Donald Trump ha imposto le proprie idee.
Con le elezioni di metà mandato gli elettori statunitensi sono stati chiamati a rinnovare l’intera Camera dei rappresentanti e un terzo del Senato. Sul piano locale, parte dell’elettorato ha votato anche per designare 36 governatori e si è espressa su 55 referendum.
Queste elezioni mobilitano in genere molto meno delle elezioni presidenziali. I politologi USA sono soliti non interessarsi alla percentuale dei votanti, dal momento che è possibile scegliere di votare per alcune elezioni raggruppate e non per altre.
Dalla fine della Guerra Fredda la percentuale di votanti alle elezioni presidenziali ha oscillato tra il 51 e il 61%, con l’eccezione del secondo mandato di Bill Clinton, dove ha votato solo un’esigua minoranza; la partecipazione alle elezioni di metà mandato varia invece fra il 36 e il 41%, con l’eccezione di quelle del 2018, dove la percentuale dei votanti avrebbe raggiunto il 49%. Ebbene, dal punto di vista della partecipazione dei cittadini, se le regole del gioco sono democratiche, la realtà non lo è affatto. Se esistesse un quorum [1], pochissimi membri del Congresso sarebbero eletti. I rappresentanti e i senatori sono di norma votati da meno del 20% della popolazione.
Chi analizza i risultati elettorali per fare pronostici sul percorso politico dei candidati si concentra sulle divisioni partigiane. Dopo le elezioni del 6 novembre, i Democratici hanno la maggioranza alla Camera dei rappresentanti, i Repubblicani al Senato. Questo calcolo permette, per esempio, di prevedere il margine di manovra del presidente rispetto al Congresso. Tuttavia, secondo me, non consente assolutamente di capire l’evoluzione della società statunitense.
Nella campagna per le presidenziali 2016, un ex democratico, Donald Trump, è sceso in lizza per la candidatura del Partito Repubblicano. Rappresentava una corrente assente dal panorama politico USA sin dalle dimissioni di Richard Nixon: i jacksoniani. Trump non aveva, in astratto, alcuna possibilità di ottenere l’investitura repubblicana. Eppure, eliminò uno a uno i 17 concorrenti, fu il candidato dei Repubblicani e vinse le elezioni contro la candidata favorita nei sondaggi, Hillary Clinton.
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Andrew Jackson, la cui immagine è stampata sui biglietti di 20 dollari, è il presidente più controverso degli Stati Uniti.
I jacksoniani (dal nome del presidente Andrew Jackson, 1829-1837) sono i difensori della democrazia popolare e delle libertà individuali nei confronti sia del potere politico sia di quello economico. Nel 2016 nel Partito Democratico e nel Partito Repubblicano era invece dominante l’ideologia dei Puritani: ordine morale e imperialismo.
Durante la campagna elettorale avevo osservato che l’ascesa di Donald Trump indicava il riemergere di un conflitto di fondo: da un lato gli eredi dei Padri Pellegrini, cioè i Puritani che fondarono le colonie britanniche delle Americhe, dall’altro i successori degli immigrati che si batterono per l’indipendenza del Paese [2].
La prima componente storica degli Stati Uniti, i Puritani, voleva creare colonie secondo uno stile di vita “puro”, nel senso calvinista del termine, e seguire in politica estera le orme dell’Inghilterra. La seconda componente, gli Anglicani, i Luterani e i Cattolici, fuggiva invece dalla miseria di cui era vittima in Europa e sperava di affrancarsene grazie al sudore della fronte.
Questi due schieramenti trovarono alla fine un accordo sulla Costituzione. La legge fondamentale fu redatta dai grandi proprietari terrieri, che ambivano riprodurre il sistema politico della monarchia inglese, facendo però a meno dell’aristocrazia [3]; la Bill of Rights, ossia i primi 10 emendamenti alla Costituzione, fu espressione della volontà dei secondi, che aspiravano a perseguire il “sogno americano” senza rischiare di venire schiacciati in nome di una qualsivoglia Ragione di Stato.
Negli ultimi anni il Partito Democratico e il Partito Repubblicano si sono trasformati, diventando entrambi espressione del pensiero puritano: difesa dell’ordine morale e imperialismo. I Bush sono discendenti diretti dei Padri Pellegrini. Barack Obama ha formato il suo primo governo appoggiandosi massicciamente sui membri della Pilgrim’s Society, il club d’oltreoceano presieduto dalla regina Elisabetta II. Hillary Clinton è stata sostenuta dal 73% dei giudeo-cristiani” [4] e così via. Donald Trump era l’unico rappresentante della seconda componente della storia politica USA. In pochi mesi è riuscito ad avere il controllo del Partito Repubblicano e a portarlo, almeno in apparenza, verso le proprie convinzioni.
Oggi, circa un terzo degli statunitensi si divide in due fazioni: pro e contro Trump, che si fronteggiano aspramente. I restanti due terzi, molto più moderati, si tengono in disparte. Molti osservatori ritengono che il Paese sia diviso quanto lo fu negli anni 1850, appena prima della guerra civile, chiamata «guerra di secessione». Contrariamente al racconto mitologico, in questo conflitto non si scontrarono il Sud schiavista e il Nord abolizionista, poiché entrambi praticavano la schiavitù. Si trattava in realtà di uno scontro sulla politica economica che opponeva un Sud agricolo e cattolico a un Nord industriale e protestante. Entrambi cercarono di arruolare schiavi nei propri eserciti. Il Nord fu però rapido nel liberare gli schiavi, mentre il Sud invece attese di suggellare l’alleanza con Londra. Alcuni storici hanno dimostrato che, da un punto di vista culturale, il conflitto era un prolungamento negli Stati Uniti della guerra civile inglese, chiamata Grande Ribellione, che oppose Lord Cromwell e Carlo I. Diversamente dall’Inghilterra, dove alla fine i puritani furono sconfitti, negli USA vinsero i loro discendenti.
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I metodi poco ortodossi di Richard Nixon hanno sfortunatamente offuscato quanto da lui realizzato in politica.
Questo conflitto, che minacciò di risorgere sotto Richard Nixon, oggi si manifesta alla luce del sole. È del resto significativo che il miglior storico sull’argomento [5], Kevin Phillips, sia stato lo stratega elettorale che aiutò Nixon a conquistare la Casa Bianca. Nixon riabilitò gli elettori del Sud, riconobbe la Cina Popolare e mise fine alla guerra del Vietnam (iniziata dai Democratici). Entrato in conflitto con l’establishment di Washington, fu costretto a dimettersi (affare Watergate).
È certamente legittimo leggere i risultati elettorali del 6 novembre 2018 nell’ottica della spaccatura Repubblicani/Democratici e dedurne una vittoria del Partito Democratico, sebbene di stretta misura. L’esito elettorale va però letto soprattutto alla luce della spaccatura Luterani/Calvinisti.
Partendo da questo presupposto è d’obbligo tener conto dell’intensa partecipazione alla campagna elettorale, non solo del presidente Trump, ma anche del predecessore Obama. La posta in gioco era, per una delle parti, sostenere il riallineamento culturale operato da Trump, per l’altra ottenere la maggioranza al Congresso e poter così destituire il presidente con un pretesto qualsiasi. Il risultato è chiaro: l’impeachment è impossibile e Trump ha il sostegno di una maggioranza di governatori che rende possibile la sua rielezione.
I nuovi eletti democratici sono dei giovani, partigiani di Bernie Sanders e molto ostili all’establishment del partito, in particolare a Hillary Clinton. Ma, quel che più conta è che TUTTI i candidati per i quali Trump è sceso in campo sono stati eletti. Quelli che hanno rifiutato il suo aiuto sono stati battuti.
I perdenti di queste elezioni, in primo luogo la stampa e Obama, non hanno fallito perché Repubblicani o Democratici, ma perché Puritani. A differenza dei commenti dei media dominanti, si deve constatare che gli Stati Uniti non si stanno spaccando, bensì si stanno riformando. Se il processo andrà avanti, i media dovrebbero abbandonare la retorica moralista e il Paese dovrebbe ritornare durevolmente a una politica egemonica, abbandonando quella imperialista. Alla fine, gli Stati Uniti potrebbero ritrovare il consenso costituzionale.

giovedì 6 dicembre 2018

[Reseau Voltaire] Les principaux titres de la semaine 5 dic 2018


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En bref

 
Israël-Liban : qui viole la résolution 1701 ?
 

 
Tsahal nettoie les tunnels du Hezbollah à sa frontière
 

 
Riyad finance la Mouqata'a, tandis que Doha finance Gaza
 

 
Journée insurrectionnelle dans le centre de Paris, à Marseille et Avignon
 

 
Confirmation de notre version de l'incident de Kertch
 

 
La marine ukrainienne viole l'espace maritime russe
 
Controverses
« L'art de la guerre »
Derrière l'attaque US contre les smartphones chinois
par Manlio Dinucci
Fil diplomatique

 
Discours d'Édouard Philippe en réponse aux émeutes
 

 
Conférence de presse d'Emmanuel Macron à l'issue du G20
 

 
Discours d'installation du Haut Conseil pour le Climat
 

 
Déclaration de la Russie sur l'incident militaire en Crimée
 

 

« Horizons et débats », n°26, 26 novembre 2018
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Mosca – Costantinopoli: scisma nella chiesa ortodossa. L’opinione di Aleksandr Dugin


Come riportato da Ria Novosti, il 3 novembre il presidente ucraino Petro Poroshenko e il patriarca Bartolomeo hanno firmato un accordo di collaborazione e cooperazione tra l’Ucraina e il Patriarcato di Costantinopoli.
Il presidente ucraino su twitter, ha definito l’evento “storico”, aggiungendo: “L’accordo che oggi abbiamo firmato completa il processo di conferimento del “tomos” (decreto ecclesiastico) secondo tutti i canoni della Chiesa ortodossa”.
Il Patriarca di Costantinopoli, da parte sua, ha affermato che questo accordo contribuirà ad accelerare la concessione dell’autocefalia alla Chiesa ortodossa in Ucraina. Inoltre, è convinto che sarà importante sia per le relazioni bilaterali, sia per l’ortodossia nel suo insieme.
Poroshenko è intenzionato ad ottenere da Costantinopoli il conferimento dell’autocefalia alla struttura non canonica (secondo il Patriarcato di Mosca) della chiesa ucraina (patriarcato di Kiev). A metà ottobre, il Patriarcato di Costantinopoli con l’annuncio di dare avvio a tale procedura, ha abrogato l’atto del 1686 che sanciva il trasferimento della “Metropolia” di Kiev sotto la giurisdizione del Patriarcato di Mosca, togliendo, contemporaneamente, anche l’anatema posto dalla Chiesa ortodossa russa sui due leader delle strutture ecclesiastiche non canoniche ucraine:  a Filarete, capo del “Patriarcato di Kiev” e a Macario, capo della Chiesa ortodossa autocefala ucraina (Filarete fondò la sua struttura nel 1992 con il sostegno dell’allora presidente ucraino Leonid Kravchuk.  la Chiesa ortodossa autocefala ucraina venne fondata dal Direttorio della Repubblica Popolare dell’Ucraina nel 1920 n.d.r.).


Kiev-Pecherskaya Lavra

Il Sinodo della Chiesa ortodossa russa ha interpretato l’azione di Costantinopoli come “scisma” e ha annunciato la rottura delle sue relazioni  con Costantinopoli su tutto il proprio territorio canonico, che comprende anche l’Ucraina e la Bielorussia. Secondo il metropolita Hilarion (presidente del Dipartimento delle relazioni estere del Patriarcato di Mosca n.d.r.), Costantinopoli con questo atto ha perso il diritto di venir considerato il centro di coordinamento dell’Ortodossia.
Ecco, in esclusiva, l’opinione del famoso politologo russo professor Aleksandr Dugin riguardo la delicata questione:
“Si tratta di uno scisma tra il patriarcato di Costantinopoli e il patriarcato di Mosca. L’aspetto più negativo di tutta la questione è che il governo ucraino potrà utilizzare questo fatto come pretesto per prendere, anche con la violenza, le parrocchie e le chiese del patriarcato di Mosca presenti sul territorio ucraino. Le chiese del patriarcato di Mosca in Ucraina sono predominanti, rappresentano la forza più grande nel contesto religioso. Inoltre, con questa decisione di pianificare la metropolia indipendente, il governo di Kiev avrà la possibilità di esercitare pressione sulla Russia addirittura per provocare la guerra. Se inizierà a scorrere il sangue Mosca dovrà reagire. Questo è molto grave.


Aleksandr Dugin

Per ciò che riguarda l’aspetto storico. Il patriarcato di Mosca da secoli non dipende da quello di Costantinopoli. Anche da un punto di vista gerarchico il patriarcato di Costantinopoli ha un’autorità, ma senza potere concreto all’interno della chiesa ortodossa. Ha solo un potere simbolico, non è più alto gerarchicamente, possiamo definirlo come “primo tra uguali”. Il patriarcato di Costantinopoli non ha mai giocato un ruolo importante nella nostra storia.
Da un punto di vista della fede, non c’è nessuna eresia, niente di dottrinale, questa decisione va semplicemente contro gli interessi del nostro patriarcato. Questo è uno “scisma” autentico. Più grave, come conseguenza,  sarà invece la rottura con il Monte Athos, (che si trova sotto la giurisdizione ecclesiastica del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli n.d.r.) che per noi rappresenta un punto di riferimento spirituale, mistico molto importante. Penso comunque che i pellegrini russi continueranno a visitare il Monte Athos”.
Eliseo Bertolasi