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lunedì 6 luglio 2020

Cosa svelano le manifestazioni USA, di Thierry Meyssan


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Le manifestazioni non sono più contro il razzismo ma contro i simboli della storia del Paese. A protezione dei monumenti è stata dispiegata la Guardia Nazionale: nella foto, il 2 giugno al Lincoln Memorial di Washington.

Le manifestazioni contro il razzismo negli Stati Uniti sono rapidamente diventate veicolo delle idee difese dal Partito Democratico. Non è più una lotta affinché tutti abbiano gli stessi diritti, né una messa in discussione dei pregiudizi di taluni poliziotti: è la riapertura di un conflitto culturale, col rischio d’una nuova guerra di secessione.

Le manifestazioni contro il razzismo diffuse un po’ ovunque in Occidente mascherano l’evoluzione del conflitto negli Stati Uniti: dalla contestazione di quanto residua della schiavitù dei Neri, si va verso un altro tipo di scontro, suscettibile di rimettere in causa l’integrità del Paese.
La scorsa settimana ricordavo che gli Stati Uniti avrebbero dovuto dissolversi dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica, sulla cui esistenza si sostenevano. Il progetto imperialista (la “Guerra senza fine”) promosso da George W. Bush permise tuttavia il rilancio del Paese all’indomani degli attentati dell’11 settembre 2001. Nello stesso articolo rimarcavo anche come negli ultimi decenni la popolazione americana si sia molto spostata, per raggrupparsi secondo affinità culturali [1]. I matrimoni interrazziali sono di nuovo in diminuzione. Da questi elementi ho tratto la conclusione che l’ingresso nella contestazione di altre minoranze oltre ai Neri avrebbe minacciato l’integrità del Paese [2].
È proprio quanto accade oggi. Il conflitto non contrappone più Neri e Bianchi: in alcune manifestazioni antirazziste i Bianchi sono maggioranza, ispanici e asiatici si sono uniti ai cortei, il Partito Democratico si è intromesso.
A iniziare dal mandato di Bill Clinton, il Partito Democratico si è identificato con il processo di globalizzazione; una posizione che il Partito Repubblicano ha sostenuto tardivamente, senza peraltro mai adottarla appieno. Donald Trump rappresenta una terza via: quella del “sogno americano”, ossia dell’imprenditoria contrapposta alla finanza. Trump si è fatto eleggere proclamando American First!, slogan che non fa riferimento al movimento isolazionista filonazista degli anni Trenta, come da taluni sostenuto, ma alla rilocalizzazione, come si è visto nel prosieguo del suo mandato. Trump ha certamente avuto il sostegno del Partito Repubblicano, ma rimane un “jacksoniano”, non è nient’affatto un “conservatore”.
Come ha dimostrato lo storico Kevin Phillips – consigliere elettorale di Richard Nixon – la cultura anglosassone ha provocato tre guerre civili [3]:
– la prima guerra civile inglese, cosiddetta Grande Ribellione, che contrappose lord Cromwell e Carlo I (1642-1651);
– la seconda guerra civile inglese, o Guerra d’Indipendenza americana (1775-1783);
– la terza guerra civile anglosassone, o Guerra di secessione americana (1861-1865).
Quanto sta accadendo potrebbe portare alla quarta guerra civile. È quel che sembra temere l’ex segretario alla Difesa, Jim Mattis, che ha dichiarato a The Atlantic di essere preoccupato per la politica divisiva e non unitaria del presidente Trump.
Torniamo alla storia degli Stati Uniti per collocare le forze in campo. Il presidente populista Andrew Jackson (1829-1837) oppose il veto alla Banca federale (Fed), istituita da Alexander Hamilton, uno dei padri della Costituzione favorevole al federalismo perché violentemente contrario alla democrazia. Da discepolo di Jackson, oggi Donald Trump si oppone alla Fed.
Vent’anni dopo Jackson ci fu la Guerra di secessione, cui tutti i manifestanti di oggi fanno riferimento, ritenendola una lotta fra il Sud schiavista e il Nord difensore dei diritti dell’uomo. Il movimento, nato da un fatto di cronaca razzista (il linciaggio di un nero, George Floyd, da parte di un poliziotto bianco di Minneapolis), oggi prosegue con la distruzione delle statue dei generali sudisti, soprattutto di Robert Lee. Fatti di questo tipo erano già accaduti nel 2017 [4], ma ora stanno acquisendo sempre più rilevanza e vi partecipano governatori del Partito Democratico.
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Il governatore democratico della Virginia, Ralph Northam, ha annunciato la rimozione, su richiesta di manifestanti bianchi, di una celebre statua del generale Lee. Non si tratta più di lottare contro il razzismo, bensì di distruggere i simboli dell’unità del Paese.
È una narrazione che non corrisponde affatto alla realtà: all’inizio della guerra di Secessione, Nordisti e Sudisti erano entrambi schiavisti, ma alla fine erano entrambi anti-schiavisti. La fine della schiavitù non deve nulla agli abolizionisti; al contrario, deve tutto all’urgenza delle forze in campo di reclutare nuovi soldati.
La Guerra di secessione oppose un Sud agricolo, cattolico e ricco, a un Nord industriale e protestante, che voleva fare fortuna. Si è cristallizzata attorno alla questione dei diritti di dogana, che i Sudisti volevano fossero fissati dagli Stati federati e che i Nordisti invece volevano fossero aboliti fra gli Stati federati, nonché definiti dallo Stato federale.
Perciò, demolendo i simboli sudisti, i manifestanti odierni non se la prendono con i residui della schiavitù, ma contestano la concezione sudista dell’Unione. È soprattutto ingiusto prendersela con il generale Lee, che mise fine alla Guerra di secessione rifiutandosi di continuare la guerriglia dalle montagne e scegliendo l’unità nazionale. In ogni caso, questo deterioramento della protesta apre effettivamente la via a una quarta guerra civile anglosassone.
Nord e Sud non corrispondono più a realtà geografiche. Oggi si potrebbe parlare di Dallas contro New York e Los Angeles.
Non è possibile scegliere, della storia di un Paese, gli aspetti che più ci aggradano e distruggere quelli che giudichiamo negativi, senza contestualmente rimettere in causa quanto costruito nell’insieme.
Riprendendo lo slogan di Richard Nixon durante le elezioni del 1968, «Legge e Ordine» (Law and Order), il presidente Trump non predica l’odio razzista, come gli attribuiscono numerosi commentatori, ma si riferisce al pensiero del suo autore, Kevin Philipps, citato in precedenza. Intende comunque far trionfare il pensiero di Andrew Jackson contro la Finanza, appoggiandosi alla cultura sudista: non vuole certamente smembrare il Paese.
Il presidente Donald Trump si trova oggi nella stessa situazione di Mikhail Gorbaciov alla fine degli anni Ottanta: l’economia – non la finanza – del Paese è in netto declino da decenni, ma i concittadini si rifiutano di ammetterne le conseguenze [5]. Gli Stati Uniti possono sopravvivere solo prefiggendosi nuovi obiettivi, ma un cambiamento di tale portata è particolarmente difficile in periodo di recessione.
Donald Trump si aggrappa paradossalmente al “sogno americano” (ossia l’opportunità di fare fortuna) proprio nel momento in cui la società americana è boccata, le classi medie stanno scomparendo e i nuovi immigrati non sono più gli europei. Nello stesso tempo i suoi oppositori (Fed, Wall Street e Silicon Valley) propongono un nuovo modello, ma a scapito delle masse.
Il problema dell’URSS era diverso, tuttavia la situazione era simile: Gorbaciov ha fallito e l’Unione Sovietica si è dissolta. Sarebbe sorprendente che il prossimo presidente degli Stati Uniti, chiunque sarà, ci riuscisse.
Traduzione
Rachele Marmetti
Giornale di bordo

mercoledì 1 luglio 2020

Rete Voltaire: I principali titoli della settimana 1 lug 2020


Rete Voltaire
Focus




In breve

 
Il Libano chiede aiuto all'UE nei confronti degli USA
 

 
Un deputato australiano arrestato per spionaggio
 

 
L'UE sanziona l'opposizione venezuelana
 

 
Spie francesi arrestate in Turchia
 

 
Nella quarta città francese la sinistra si allea con i Fratelli Mussulmani
 

 
Israele bombarda l'esercito arabo siriano
 

 
Gli italiani sono favorevoli all'uscita dalla UE e a un'alleanza con la Cina
 

 
Negoziati segreti tra Siria e USA
 

 
Donald Trump potrebbe incontrare Nicolás Maduro
 

 
L'Egitto minaccia d'intervenire militarmente in Libia
 
Controversie

 
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venerdì 26 giugno 2020

L'isolamento obbligatorio non è servito contro il COVID-19


Secondo l’ufficialissimo Folkehelinstituttet (Istituto di sanità pubblica norvegese), i risultati della lotta al COVID-19 sono identici nei Paesi che hanno imposto alla popolazione l’isolamento obbligatorio e in quelli che si sono rifiutati di farlo.
Già il 5 maggio l’Istituto aveva messo in guardia il governo rispetto a possibili misure lesive delle libertà costituzionali.
Il 22 maggio scorso, in un’intervista alla radio nazionale, la direttrice dell’Istituto, Camilla Stoltenberg, medico nonché antropologo, ha dichiarato che è importante prendere atto retrospettivamente che l’isolamento non è servito [1].
La dottoressa Camilla Stoltenberg è sorella del segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg.
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Traduzione
Rachele Marmetti
Giornale di bordo

giovedì 25 giugno 2020

Il presidente Trump ripristina la neutralità dei servizi internet

Il 28 maggio 2020 il presidente Donald Trump ha ripristinato per decreto la neutralità dei social-network [1].
Ora i social-network (tra cui Twitter, Facebook, Instagram, YouTube) e altri forum dovranno decidere se: – pubblicare senza filtri i post dei clienti; – filtrarli, modificarli o commentarli.
Nel primo caso, i post pubblicati non implicano responsabilità giuridica dei social-network; nel secondo caso invece, ove i social filtrino, alterino o commentino anche un solo post di un cliente, saranno responsabili di tutti i post relativi.
Con questo decreto il presidente Trump intende ripristinare la concezione statunitense della libertà d’espressione formulata nel primo emendamento: deve essere totale, indipendentemente dal giudizio che si possa dare di tale o talaltra idea.
A differenza delle leggi europee, la legge statunitense e britannica prevedono che, in caso di diffamazione, deve essere il querelante, non il querelato, a fornire prova dei fatti.
Il decreto sopraggiunge dopo che Twitter aveva accompagnato un messaggio di Donald Trump con un avviso che metteva in discussione l’autenticità delle informazioni del presidente.
Il decreto dovrebbe applicarsi anche alle note di NewsGuard, che Google usa per sanzionare i siti d’informazione contestativi dell’imperialismo USA [2].
Traduzione
Rachele Marmetti
Giornale di bordo

giovedì 18 giugno 2020

Rete Voltaire: I principali titoli della settimana 17 giu 2020

Rete Voltaire
Focus
 Parigi (Francia) |
Negli anni Venti del secolo scorso i Britannici forgiarono islam e induismo a propria immagine. Crearono i Fratelli Mussulmani in Egitto; e in India, attorno a V.D. Savarkr, il Rashtriya Swayameval Sangh (RSS): due dottrine politiche che strumentalizzano le religioni e predicano l'intolleranza. Quando decolonizzarono il subcontinente indiano, i britannici, per essere comunque indispensabili, lo divisero in maniera da renderlo ingestibile. Oggi il Kashmir è artificialmente diviso tra il Pakistan e l'India, che rivendicano entrambi la sovranità sull'intera regione. Continuando l'opera di Savarkr, il primo ministro Narendra Modi ha deciso di applicare il concetto di "induità" (Hindutva) e rendere la vita dei mussulmani un inferno. L'ambasciatore del Pakistan in Francia, Moin ul-Haque, spiega questa (...)




In breve

 
La Turchia s'annette di fatto il nord della Siria
 

 
Secondo Hassan Nasrallah gli Stati Uniti vogliono provocare la fame in Libano
 

 
L'Iran ostenta il proprio sostegno alla NATO in Libia
 

 
La riorganizzazione di Al Qaeda in Siria
 

 
Washington crea un gruppo parlamentare transatlantico contro Beijing
 

 
USA e UE provocano una crisi alimentare in Siria
 

 
Il Pentagono contro il presidente Trump
 

 
Monsignor Viganò: dietro il confinamento e le manifestazioni odierne agiscono i medesimi personaggi
 
Controversie

 
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venerdì 5 giugno 2020

Il progetto politico globale imposto in occasione del COVID-19, di Thierry Meyssan


Le inette reazioni dei governi europei al COVID-19 sono state dettate da ex consiglieri di Donald Rumsfeld e George W. Bush. Contrariamente a quanto afferma la retorica istituzionale, le misure adottate non hanno fondamento sanitario. Lungi dall’essere una risposta all’epidemia, esse mirano a trasformare le società europee, per integrarle nel progetto politico-finanziario del gruppo.

ia che abbia origine naturale o artificiale, l’epidemia di COVID-19 offre l’occasione a un gruppo transnazionale d’imporre, all’improvviso, il proprio progetto politico, senza necessità di esporne, tantomeno di discuterne, il contenuto.
In poche settimane abbiamo visto Stati che si proclamano democratici sospendere le libertà fondamentali: vietare, sotto pena di ammenda o di reclusione, di uscire di casa, di partecipare a riunioni, di manifestare. L’obbligo scolastico per i minori di 16 anni è stato provvisoriamente abolito. A milioni di lavoratori è stato tolto l’impiego e imposta d’ufficio la disoccupazione. Centinaia di migliaia d’imprese sono state autoritariamente costrette a chiudere e non saranno più in grado di riaprire.
I governi hanno incoraggiato le aziende al telelavoro senza esservi preparate: il sistema Echelon ne ha immediatamente registrato le comunicazioni via internet. Il che significa che i “Cinque Occhi” (Australia, Canada, Nuova Zelanda, Regno Unito e Stati Uniti) hanno in archivio i mezzi per violare i segreti di pressoché tutte le imprese europee. È già troppo tardi per porvi rimedio.
Nessuna delle trasformazioni imposte alle società ha giustificazione sanitaria. Nessuno studio epidemiologico al mondo ha mai discusso, men che meno raccomandato, l’isolamento generalizzato obbligatorio per combattere un’epidemia.
I dirigenti politici degli Stati dell’Unione Europea, dapprima paralizzati da proiezioni matematiche deliranti di ecatombi nei loro Paesi [1], sono stati poi rassicurati da soluzioni già confezionate da un potente gruppo di pressione, i cui membri avevano incontrato al Forum economico di Davos e alle Conferenze di Monaco sulla Sicurezza [2].
L’isolamento generalizzato obbligatorio è stato concepito 15 anni fa all’interno dell’amministrazione Bush, non come strumento di tutela della salute pubblica, bensì di militarizzazione della società statunitense in caso di attacco terroristico. È il progetto che viene messo in atto oggi in Europa.
Il piano iniziale, concepito oltre vent’anni fa attorno al proprietario del laboratorio farmaceutico Gilead Science, Donald Rumsfeld, prevedeva di adattare gli Stati Uniti alla finanziarizzazione globale dell’economia: il pianeta andava riorganizzato dividendo geograficamente i compiti di ciascuno. Le zone non ancora integrate nell’economia globale avrebbero dovuto essere private delle strutture statali per diventare semplici riserve di materie prime; le zone sviluppate (fra cui Unione Europea, Russia e Cina) avrebbero avuto la responsabilità della produzione; gli Stati Uniti, e soltanto loro, avrebbero dovuto assicurare l’industria degli armamenti e della polizia mondiale.
A questo scopo fu creato, in seno a un think-tank, l’American Enterprise Institute, il “Progetto per un nuovo secolo americano”. Soltanto una parte del programma fu crudamente annunciata: quella necessaria per convincere grandi donatori a sostenere la campagna elettorale di George W. Bush. L’11 settembre 2001, dopo che alle 10 del mattino due aerei di linea colpirono il World Trade Center di New York, venne dichiarato il programma di Continuità del Governo (CoG), nonostante la situazione non fosse affatto prevista nei testi. Il presidente Bush fu portato in una base militare; i membri del Congresso e i loro collaboratori furono immediatamente trasferiti in un immenso bunker, a 40 chilometri da Washington. E il segretissimo Governo di Continuità, di cui Rumsfeld era membro, assunse il potere fino alla fine della giornata.
Approfittando dello shock emozionale di quel giorno, il gruppo fece adottare un poderoso Codice Antiterrorismo – redatto molto tempo prima – l’USA Patriot Act; creò un vasto sistema di sorveglianza interna, il Dipartimento per la Sicurezza della Patria (Homeland Security); reindirizzò la missione delle forze armate in funzione della divisione globale del lavoro (dottrina Cebrowski); ebbe così inizio la “Guerra senza fine”. Da due decenni viviamo, come in un incubo, nel mondo da loro forgiato.
Se non stiamo attenti, il gruppo attuale – di cui il dottor Richard Hatchett è l’elemento visibile – trasporrà il programma per gli Stati Uniti all’Unione Europea. Imporrà alla telefonia mobile un’applicazione di tracciamento, ossia di sorveglianza dei nostri contatti; rovinerà alcune economie per trasferirne la forza produttiva all’industria degli armamenti; infine ci convincerà che la Cina è responsabile dell’epidemia e deve perciò essere arginata (Containment).
Se non stiamo attenti, la NATO, che abbiamo creduto in stato di morte cerebrale, si riorganizzerà e si estenderà, con l’adesione iniziale dell’Australia, al Pacifico [3].
Se non stiamo attenti la scuola sarà sostituita dall’insegnamento a domicilio. I nostri figli diventeranno pappagalli privi di spirito critico, che tutto sanno ma che nulla conoscono.
Nel nuovo mondo che si sta preparando per gli europei della UE, i grandi media non saranno più finanziati dall’industria petrolifera, ma da Big Pharma. Ci convinceranno che le misure prese erano le uniche efficaci. I motori di ricerca valuteranno la credibilità dei media non allineati basandosi sulla nomea dei firmatari degli articoli, non sulla qualità dei ragionamenti.
Siamo ancora in tempo per reagire.
Traduzione
Rachele Marmetti
Giornale di bordo

venerdì 8 maggio 2020

Rete Voltaire: I principali titoli della settimana 7 mag 2020


Rete Voltaire
Focus




In breve

 
Neil Ferguson si dimette dal SAGE
 

 
Corruzione della stampa
 
Controversie

 
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venerdì 24 aprile 2020

COVID-19: propaganda e manipolazione , di Thierry Meyssan


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Il 27 gennaio 2020 il primo ministro cinese, Li Keqiang, a Wuhan per dirigere le operazioni e ristabilire il “mandato celeste”.

Ritornando sull’epidemia COVID-19 e sulle reazioni dei governi, Thierry Meyssan sottolinea come le decisioni autoritarie d’Italia e Francia non abbiano alcun fondamento scientifico. Sono anzi in contraddizione con i pareri degli infettivologhi più quotati, nonché con le istruzioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

La comparsa dell’epidemia in Cina

Il 17 novembre 2019 in Cina, nella provincia di Hubei, è stato diagnosticato il primo caso di contagio da COVID-19. I medici hanno immediatamente cercato di divulgare la serietà della malattia, ma si sono scontrati con le autorità regionali. Il governo centrale è intervenuto solo dopo che i casi hanno cominciato a moltiplicarsi e la popolazione a rendersi conto della gravità dell’infezione.
Si tratta di un’epidemia senza significativa rilevanza statistica. Causa pochissimi decessi, anche se la morte avviene per atroce crisi respiratoria.
Sin dall’antichità, la cultura cinese crede che l’imperatore governi per mandato del Cielo [1]. Quando il Cielo glielo revoca, sul Paese si abbatte una catastrofe: epidemia o terremoto o via dicendo. Benché viviamo in epoca moderna, il presidente Xi, nella negligenza del governo regionale di Hubei, ha percepito una minaccia. Il Consiglio di Stato ha perciò preso le redini della situazione, costringendo la popolazione della capitale dell’Hubei, Wuhan, a rimanere in casa. In pochi giorni ha costruito ospedali; ha mandato équipe mediche per rilevare a domicilio la temperatura di ogni abitante; ha portato tutti i contagiati sospetti in ospedale, dove li ha sottoposti a test; ha curato i contagiati con il fosfato di clorochina e rispedito a casa gli altri; infine, ha curato i malati gravi in rianimazione con interferone Alfa 2B ricombinante (IFNrec). Un’operazione non motivata da ragioni di salute pubblica, ma dalla necessità di dimostrare che il Partito Comunista è ancora titolare del mandato celeste.
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Durante una conferenza stampa sul COVID-19, il viceministro della Salute iraniano, Iraj Harirchi, manifesta sintomi di contaminazione.

Propagazione in Iran

A metà febbraio 2020 l’epidemia si propaga dalla Cina all’Iran: due Paesi strettamente legati sin dall’antichità, con molti elementi culturali comuni. Ma, sul piano polmonare, la popolazione iraniana è la più fragile al mondo. Pressoché tutti gli uomini di oltre sessant’anni subiscono le conseguenze dei gas da guerra USA, utilizzati dall’esercito iracheno durante la guerra del Golfo (1980-1988), così come accadde a francesi e tedeschi dopo la prima guerra mondiale. Chiunque abbia viaggiato in Iran non può non essere stato sorpreso dal numero di persone che soffrono di malattie polmonari gravi. A Teheran, quando l’inquinamento supera la soglia che questi malati possono tollerare, vengono chiusi scuole e uffici amministrativi, mentre metà delle famiglie porta le persone anziane in campagna. Questo accade da 35 anni, più volte l’anno, e ormai fa parte della normalità. I membri del governo e del parlamento sono quasi tutti ex combattenti della guerra Iraq-Iran, quindi estremamente fragili di fronte al COVID-19. Quando il contagio è apparso in questa categoria di persone, numerose personalità politiche hanno contratto la malattia.
A causa delle sanzioni USA, nessuna banca occidentale copre i trasporti di medicinali. L’Iran non ha perciò potuto trattare le persone infette e curare quelle malate finché gli Emirati Arabi Uniti, violando l’embargo, hanno mandato due aerei di materiale sanitario. Persone che in altri Paesi non soffrirebbero, in Iran muoiono sin dai primi sintomi di tosse, a causa dei polmoni lesionati. Come di consueto, il governo ha chiuso le scuole, nonché annullato diverse manifestazioni culturali e sportive, ma non ha vietato i pellegrinaggi. Alcune regioni hanno chiuso gli alberghi per evitare vi si insediassero i malati che non hanno trovato posto negli ospedali vicini a dove vivono.
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CNN aumenta l’audience grazie alla Diamond Princess.

Quarantena in Giappone

Il 4 febbraio 2020 è stato diagnosticato il COVID-19 a un passeggero della nave da crociera USA Diamond Princess; in seguito altri dieci passeggeri sono risultati positivi al coronavirus. Il ministro della Salute giapponese, Katsonobu Kato, ha imposto alla nave una quarantena di due settimane a Yokohama, per evitare l’importazione del contagio nel proprio Paese. Alla fine, su 3.711 persone a bordo, in stragrande maggioranza di età superiore a 70 anni, ci sono stati sette morti.
La Diamond Princess è israeliana-statunitense, di proprietà di Micky Arison, fratello di Shari Arison, la donna più ricca d’Israele. Gli Arison hanno trasformato la vicenda della nave in operazione di marketing. L’amministrazione Trump e molti altri Paesi hanno organizzato il trasferimento aereo dei connazionali e li hanno messi in quarantena in patria. La stampa internazionale ha dedicato a questo fatto di cronaca le prime pagine. Evocando l’epidemia dell’influenza spagnola degli anni 1918-1919, ha ipotizzato che l’epidemia dilaghi in tutto il mondo, trasformandosi in potenziale minaccia di estinzione della razza umana [2]. Una prospettiva apocalittica, senza alcun fondamento, eppure diventata Vangelo.
Ci si ricordi che nel 1898, per aumentare le vendite dei loro quotidiani, William Hearst e Joseph Pulitzer pubblicarono false informazioni per provocare deliberatamente una guerra tra gli Stati Uniti e la colonia spagnola di Cuba. Fu l’inizio dello yellow journalism (giornalismo giallo), ossia il pubblicare qualunque cosa pur di far soldi. Oggi lo chiamiamo fake news (notizie ingannevoli).
Per il momento non sappiano se dei magnati abbiano volontariamente seminato il panico del COVID-19, facendo passare una comune epidemia per la “fine del mondo”. In ogni caso, un’informazione fuorviante dopo l’altra, i governi se ne sono alla fine occupati. Ora la posta non è farsi pubblicità impaurendo, ma sfruttare la paura per dominare i popoli.
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Per il direttore dell’OMS, dottor Tedros Adhanom Ghebreyesus, Cina e Corea del Sud hanno dato l’esempio, generalizzando i test di depistaggio: un modo implicito per dire che i metodi italiano e francese sono, dal punto di vista medico, delle assurdità.

Intervento dell’OMS

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che seguiva sin dall’inizio la vicenda, ha preso atto della diffusione della malattia al di fuori della Cina e l’11 e 12 febbraio scorsi ha organizzato, a Ginevra, un forum mondiale sulle ricerche e le innovazioni relative alla nuova epidemia. Con l’occasione, il direttore generale, dottor Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha invitato, con parole estremamente misurate, alla collaborazione mondiale [3]:
In tutti i suoi messaggi l’OMS ha sottolineato:
- il flebile impatto demografico dell’epidemia;
- l’inutilità della chiusura delle frontiere;
- l’inefficacia di guanti, mascherine (eccetto che per il personale sanitario), nonché di alcune “misure barriera” (per esempio, se tenersi a un metro di distanza dalle persone infette ha senso, non ce l’ha nel caso di persone sane);
- la necessità di alzare il livello d’igiene, soprattutto lavandosi le mani, disinfettando l’acqua e aerando gli spazi chiusi; infine, di utilizzare fazzoletti usa e getta o, in mancanza, di starnutire nell’incavo del gomito.
Ma l’OMS non è un’organizzazione sanitaria, bensì un’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di problemi relativi alla salute. I suoi funzionari, benché medici, sono anche, e innanzitutto, politici. L’OMS non può quindi denunciare gli abusi compiuti da alcuni Stati.
Per di più, sin dai tempi dell’epidemia H1N1, l’OMS deve giustificare pubblicamente le proprie raccomandazioni. Nel 2009 fu infatti accusata di essere coinvolta negli interessi di grandi aziende farmaceutiche e di aver lanciato l’allarme frettolosamente e in modo sproporzionato [4]. Nel caso del COVID-19, invece, l’OMS ha usato il termine “pandemia” come ultima carta e soltanto il 12 marzo, dopo quattro mesi dall’inizio dell’epidemia.
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Il 27 febbraio 2020, durante il vertice franco-italiano di Napoli, Emmanuel Macron e Giuseppe Conte annunciano che reagiranno insieme all’epidemia.

Strumentazione in Italia e in Francia

Nella propaganda moderna non ci si deve limitare alla pubblicazione di notizie false, come fece il Regno Unito per convincere gl’inglesi a entrare nella prima guerra mondiale; si deve irreggimentare il popolo, come fece la Germania per convincere i tedeschi a scatenare la seconda guerra mondiale. La ricetta è sempre la stessa: esercitare pressioni psicologiche per indurre il popolo a compiere volontariamente atti ch’egli sa inutili, ma che servono a istradarlo sulla via della menzogna [5]. Per esempio, nel 2011 tutti sapevano che le persone accusate di aver dirottato gli aerei l’11 Settembre non erano nella lista d’imbarco. Tuttavia, la maggior parte delle persone, sotto shock, ha accettato senza fiatare le stupide accuse del direttore dell’FBI, Robert Muller, contro i «19 pirati dell’aria». Altro esempio: tutti sanno che i lanciamissili posseduti dall’Iraq del presidente Hussein erano vecchi Scud sovietici di gittata non superiore a 700 chilometri; eppure, molti statunitensi tapparono porte e finestre per proteggersi dai gas mortali con cui il malvagio dittatore avrebbe attaccato l’America [da oltre diecimila chilometri]. Nel caso del COVID-19 è il confinamento volontario nella propria dimora che costringe chi l’accetta a convincersi della veridicità della minaccia.
Ricordiamoci che mai nella storia si è fatto uso dell’isolamento di un’intera popolazione sana per lottare contro una malattia. E, soprattutto, ricordiamo che l’epidemia non avrà conseguenze significative in termini di mortalità.
In Italia, per il principio di quarantena, dapprima sono state isolate le regioni contaminate, poi si sono isolati tutti i cittadini l’uno dall’altro, secondo una logica diversa.
Secondo il presidente del consiglio italiano, Giuseppe Conte, e il presidente francese, Emmanuel Macron, il confinamento di un’intera popolazione a domicilio non ha l’obiettivo di vincere l’epidemia, ma di diluirla, per evitare che gli ammalati arrivino tutti insieme negli ospedali, saturandoli. In altre parole, non è una misura sanitaria, bensì esclusivamente amministrativa. Non ridurrà il numero delle persone contagiate, ma le scaglionerà nel tempo.
Per convincere italiani e francesi della fondatezza della decisione, Conte e Macron dapprima hanno addotto il parere dei comitati scientifici. Certamente questi comitati non hanno obiezioni sul confinamento delle persone in casa, ma non ne avrebbero nemmeno se alla gente fosse consentito di attendere alle proprie occupazioni. Indi, i presidenti Conte e Macron hanno imposto l’obbligo, per muoversi, di una dichiarazione ufficiale. Il documento, con l’intestazione dei rispettivi ministeri degli Interni, è un’autocertificazione non soggetta a verifiche né sanzioni. [TRADUTTRICE PROPONE: oggetto, quantomeno in Italia, di verifiche e sanzioni piuttosto blande].
I due governi suscitano anche il panico con istruzioni inutili, smentite dagli infettivologhi: inducono a portare guanti e mascherine in ogni situazione e a tenersi ad almeno a un metro di distanza l’uno dall’altro.
 Video del 25 febbraio 2020 censurato dal ministero della Sanità francese.
Il “quotidiano di riferimento” francese (sic) Le Monde, Facebook France e il ministero della Sanità francese hanno avviato la censura di un video del professor Didier Raoult, un infettivologo fra i più reputati al mondo, perché, annunciando l’esistenza di un medicinale testato in Cina contro il COVID-19 [e confermando di averlo testato con successo egli stesso in Francia, ndt], metteva in risalto l’infondatezza scientifica delle misure adottate dal presidente Macron [6].
 Relazione del professor Didier Raoult all’Assemblea Generale degli Ospedali Universitari di Marsiglia, il 16 marzo 2020.
È troppo presto per capire quale sia il vero obiettivo dei governi Conte e Macron. L’unica cosa sicura è che il loro scopo non è combattere il COVID-19.