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lunedì 9 dicembre 2019

BAYER / GLIFOSATO KILLER, UNA VALANGA DI RISARCIMENTI MILIARDARI


Fino ad oggi, in realtà, sono solo tre le cause perse in tribunale, ed intentate da agricoltori Usa. Ma i risarcimenti decisi sono già colossali e Bayer ha già perso 30 miliardi di dollari in capitalizzazione alla Borsa. Una cifra spaventosa.
Come spaventoso è il numero delle cause intentate, in crescita esponenziale mese per mese. Stando alle ultime rilevazioni, infatti, i contenziosi hanno raggiunto quota 43 mila, con una vertiginosa crescita fatta segnare negli ultimi mesi: da luglio sono più che raddoppiati.
Cerca di piazzare una pezza a colori Bayer: “Questo significativo incremento – osserva una nota aziendale – è chiaramente dovuto alla spesa in pubblicità televisiva a favore delle cause, che si stima sia grosso modo raddoppiata nel terzo trimestre 2019 rispetto a tutto il primo semestre dell’anno”.
Secondo gli esperti, l’ammontare delle cause si attesta intorno ai 50 miliardi di dollari. E a quanto pare i legali del colosso farmaceutico stanno studiando una exit strategy: ossia offrire a tutti coloro che hanno fatto causa un risarcimento cash pari a circa il 25 per cento della richiesta avanzata. E la cifra totale dovrebbe aggirarsi sui 10 miliardi di dollari. Per arginare lo tsunami che è ormai alle porte.
Da rammentare che la storia ha inizio un paio d’anni fa, con l’acquisto (da circa 65 miliardi di dollari) del gruppo Monsanto, leader mondiale degli erbicidi, tra cui il glifosato killer. Una decisione della quale i vertici del colosso tedesco oggi si pentono amaramente.

venerdì 6 dicembre 2019

Una storia del 21° secolo


Negli anni ’90, mentre l’Unione Sovietica crollava con l’arresto del presidente sovietico Gorbachev da parte dell’ala dura del Partito Comunista,  Eltsin era il burattino degli USA e gli Americani e gli Israeliani saccheggiavano la Russia, i Neoconservatori avevano ordinato a Washington di rovesciare i governi del Medio Oriente. Lo scenario neoconservatore per la ristrutturazione del Medio Oriente era stato messo a punto ben prima degli eventi dell’11 settembre 2001.
I Neoconservatori avevano affermato di aver bisogno di “una nuova Pearl Harbor” per scatenare queste guerre in Medio Oriente. La storia di copertura era portare la democrazia in Medio Oriente, ma il vero scopo era rimuovere i governi che erano d’intralcio all’espansione israeliana.
Il principale obiettivo di Israele erano le risorse idriche nel sud del Libano. L’esercito israeliano aveva già tentato di occupare il Libano meridionale ma era stato ricacciato indietro dalla milizia di Hezbollah. Israele aveva così deciso di usare il suo vassallo americano per rovesciare Iraq, Siria e Iran, i governi che sostenevano i combattenti di Hezbollah. Una volta che il fantoccio americano avesse eliminato la resistenza all’espansione di Israele, Hezbollah non avrebbe più avuto alcun sostegno finanziario o militare e avrebbe potuto essere attaccato in sicurezza dall’esercito israeliano, una forza militare capace solo di uccidere donne e bambini palestinesi disarmati.
L’11 settembre è stato la loro Nuova Pearl Harbor.
Il generale Wesley Clark, un generale americano a 4 stelle che era stato comandante supremo alleato della NATO, aveva rivelato in televisione che, solo 10 giorni dopo l’11 settembre, mentre si trovava al Pentagono, gli era stato riferito da un generale che precedentemente aveva prestato servizio sotto il suo comando che la decisione di invadere l’Iraq era già stata presa. Questo accadeva prima della comparsa sui media americani controllati dai Neoconservatori di uno qualsiasi dei presunti, e poi smentiti, legami tra l’Iraq e l’11 settembre.
In altre parole, l’invasione dell’Iraq era stata prevista molto prima dell’11 settembre. Era già tutto pronto per la messa in scena di una false flag.
Il generale Clark, poche settimane dopo che il regime di Cheney/Bush aveva iniziato i bombardamenti sull’Afghanistan, aveva detto in TV di aver nuovamente incontrato il suo ex subordinato al Pentagono. Questo generale aveva in mano un promemoria che “descriveva come avremmo eliminato sette paesi in cinque anni, iniziando con l’Iraq, e poi Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e finendo con l’Iran.”
Il generale a 4 stelle Clark, era uno degli eletti. Aveva creduto di poter dire la verità, ma le sue rivelazioni non avevano avuto alcun effetto. Sono sorpreso che non sia stato arrestato e torturato come Julian Assange per aver rivelato “notizie riservate.
Osama bin Laden, un operativo della CIA che era stato usato contro i Sovietici in Afghanistan, e Al Qaeda, un gruppo di combattenti sostenuti dalla CIA  usati anch’essi contro i Sovietici in Afghanistan, erano stati accusati dell’attacco dell’11 settembre, nonostante la smentita di bin Laden. Tutti sanno che i veri terroristi rivendicano sempre la responsabilità di tutto ciò che accade, indipendentemente dal fatto che ne siano, o meno, responsabili. È così che promuovono le loro organizzazioni. Non aveva senso per il presunto leader terrorista bin Laden negare una tale vittoria senza precedenti storici contro “l’unica superpotenza mondiale.”
Secondo i necrologi provenienti da tutto il Medio Oriente, dall’Egitto e da Fox News, Osama bin Laden era deceduto per insufficienza renale e varie altre malattie nel dicembre 2001. Avevo documentato sul mio sito web la pubblicazione di questi numerosi necrologi.
Osama bin Laden è morto due volte. La sua morte, nel dicembre 2001, non aveva impedito al corrotto regime di Obama di ucciderlo nuovamente ad Abbottabad, in Pakistan, un decennio più tardi, nel 2011, perchè Obama, con la rielezione in pericolo a causa dei fallimenti del suo primo mandato, aveva un disperato bisogno di una rivincita.
C’e l’avevano anche fatto vedere. Ci avevano mostrato Obama e i suoi alti funzionari immobili davanti ad uno schermo televisivo, mentre, presumibilmente, guardavano il Team SEAL degli Stati Uniti uccidere un indifeso bin Laden. Questa sceneggiata era stata un errore, perchè tutti avevano poi chiesto che il filmato della morte di bin Laden fosse reso pubblico. Qualcuno non aveva tenuto nel debito conto la necessità di fare PR. Non essendoci alcun filmato, il regime di Obama si era trovato in imbarazzo. Era stata fatta una correzione. Il fatto che Obama e il suo team stessero guardando le riprese dell’assalto dei SEAL al complesso di bin Laden era stato un falso scoop giornalistico. La storia sostitutiva era che stavano ascoltando le notizie dell’attacco a Bin Laden.
Erano però emersi altri problemi. La TV pachistana aveva interrogato una persona che abitava vicino al presunto “complesso di bin Laden” riguardo ciò a cui aveva assistito la notte in cui le forze degli US SEAL erano presumibilmente atterrate, avevano ucciso Osama bin Laden e portato via il suo corpo, che sarebbe stato successivamente sepolto in mare da una portaerei americana.
Il vicino di casa aveva detto che tre elicotteri avevano sorvolato la zona ma che solo uno era atterrato. I soldati scesi dall’elicottero parlavano il pashtu. I Navy SEAL non conoscono il pashtu. Non erano Navy SEAL.
Il testimone (tutto questo era apparso sulla TV pachistana, ho i link nei miei archivi, sperando che non siano stati cancellati da Google o da qualche altro servo dell’Impero Diabolico) aveva riferito che gli occupanti dell’unico elicottero atterrato erano entrati nella casa del suo vicino, che sicuramente non era Bin Laden, e che ne erano usciti 20 minuti dopo. Aveva poi detto che l’elicottero era esploso mentre era in fase di decollo. Aveva affermato che non c’erano stati sopravvissuti e che il terreno era cosparso di resti umani. Aveva poi detto che erano arrivati i militari pachistani che avevano immediatamente fatto allontanare gli osservatori. Secondo il testimone, nessun altro elicottero era atterrato.
Il governo degli Stati Uniti aveva ammesso che un elicottero era esploso e aveva fatto pressioni sul Pakistan per poter riportare in patria i resti del velivolo. Il regime di Obama aveva affermato che erano atterrari altri elicotteri, che avevano poi trasportato il team SEAL e il corpo di bin Laden su una portaerei americana. I testimoni oculari pachistani sulla scena avevano però riferito che non era successo nulla del genere. L’unico elicottero di cui avevano parlato alla televisione pachistana era quello che era esploso e non c’erano stati sopravvissuti.
Quindi, come aveva potuto qualcuno fuggire con il corpo di bin Laden e poi gettarlo in mare da una portaerei americana?
Molti altri problemi erano derivati da questa sceneggiata a base di fake news del regime Obama.
I 2 o 3 mila marinai statunitensi della famosa portaerei da cui presumibilmente sarebbe stata data la sepoltura in mare a Bin Laden avevano scritto a casa che sulla loro nave non c’era stata alcuna sepoltura di Bin Laden. Sulle portaerei, come su tutte le navi della marina militare, ci sono persone sveglie, in servizio, a tutte le ore del giorno e della notte. Una nave non chiude i battenti e manda tutti a dormire, così che una sepoltura in mare possa essere fatta in segreto.
Inoltre, come si sono poi chiesti tutti coloro con sufficiente intelligenza, perché uccidere in modo così insensato una indifesa “eminenza grigia” quando se ne sarebbero potute ricavare tantissime informazioni preziose? Perché il suo cadavere era stato eliminato, invece di essere presentato come prova? Perché disfarsi di un corpo che avrebbe stabilito con certezza che la persona morta un decennio fa era ancora viva, nonostante l’insufficienza renale, e che, dopo un decennio, era stata infine localizzata e uccisa in un paese straniero non soggetto alle leggi degli Stati Uniti? I giornalisti non si erano posti queste domande e nemmeno il regime di Obama.
Senza una stampa [onesta], gli Americani sono indifesi. Non c’è nessuno che parli per loro. La CIA questo lo sapeva e il controllo dei media americani da parte della CIA ha conferito a Washington il potere totale. Le uniche spiegazioni che gli Americani ascoltano sono quelle che li tengono in uno stato di sottomissione mentale.
Poi abbiamo saputo che l’unità SEAL, da cui presumibilmente proveniva la squadra [dell’operazione bin Laden], era stata caricata su un elicottero per trasporto truppe dell’epoca del Vietnam, in violazione della regola che vieta di far salire tutti i membri di un’unità SEAL sullo stesso velivolo, e questo vetusto elicottero non armato era stato abbattuto Afghanistan e tutti i SEAL erano morti.
Le famiglie dei SEAL avevano gridato allo scandalo. Avevano detto di aver ricevuto messaggi dai loro figli che asserivano di sentirsi in pericolo, che qualcosa non andava. Le famiglie volevano sapere perché non era stata rispettata la regola di non far salire tutti i membri di un’unità SEAL sullo stesso velivolo. Perché erano stati fatti volare su un territorio ostile in un elicottero antiquato? All’epoca avevo riportato queste notizie. Da allora non se ne è saputo più nulla. Ovviamente, i SEAL si chiedevano l’un l’altro: “eri nella missione che ha eliminato Bin Laden?” E nessuno c’era stato. Perciò Washington ha dovuto eliminare l’unità SEAL.
Washington ha poi presentato un presunto membro del team SEAL che “aveva ucciso Bin Laden” e lo ha mandato in tournée. È stato scritto un libro. È stato realizzato un film. I media venduti alla CIA hanno dato grande enfasi alla veridicità della falsa narrativa. Gli Americani creduloni sono stati lieti di apprendere che Osama bin Laden aveva ricevuto quello che si meritava con una seconda morte un decennio dopo essere morto per insufficienza renale.
Una popolazione ingenua come quella americana non ha alcuna prospettiva di discernere la verità dalla finzione. E’ un popolo perduto, il cui destino è la tirannia. E penseranno di vivere in un modo di verità.
Attraverso il controllo operato sui media, come evidenziato dall’Operazione Mockingbird e dal libro di Udo Ulfkotte, la CIA è riuscita a trasformare la popolazione americana in Stepford Wives [1]. Questo serve al Deep State per il controllo dell’ordine interno, ma le Stepford Wives non sono una forza in grado di affrontare le forze armate russe e cinesi. Il complesso militare/di sicurezza ha assunto il comando, trasformando una nazione orgogliosa in un gregge disinformato.
Paul Craig Roberts
Scelto e tradotto per comedonchisciotte.org da MARKUS
[1] Stepford è un termine usato in riferimento a qualcuno talmente obbediente e perfetto da sembrare quasi un robot. Una donna estremamente sottomessa al marito e che soddisfa ogni sua esigenza in maniera assolutamente perfetta è un esempio di moglie Stepford.

mercoledì 4 dicembre 2019

L’Italia perde la Fiat, venduta alla Francia. E nessuno fiata

Carlos Tavares L’Italia perde la sua maggiore azienda, per decenni sorretta dallo Stato: a mangiarsi la Fiat è la Francia di Macron, con il gruppo Psa (Peugeot-Citroen-Opel) di cui il governo francese possiede il 13%. Il Cda di quello che diventerà il quarto produttore automobilistico al mondo, con 50 miliardi di dollari di fatturato, sarà guidato dall’attuale numero uno di Peugeot, Carlos Tavares, lasciando a John Elkann la presidenza del nuovo soggetto industriale. Clamorosa l’assenza totale della politica italiana: gli uomini del Conte-bis si limitano al ruolo di semplici spettatori, e tace anche l’opposizione. Silenzio generale, di fronte alla perdita definitiva del gruppo Fiat, fatto a pezzi nel corso degli anni. Stabilimenti delocalizzati in Polonia, Serbia, Turchia, Brasile, Argentina, India e Cina. E domiciliazioni “emigrate” in Gran Bretagna (sede legale), in Lussemburgo (fiscale) e negli Usa (borsistica). E ora, addio anche alla proprietà italiana del marchio, nonostante l’oceano di soldi – agevolazioni sugli stabilimenti, cassa integrazione – versati dai contribuenti italiani per tenere in piedi l’industria torinese. «Al silenzio della politica seguirà quello di giornali e televisioni», avverte il saggista Gigi Moncalvo: «Nessuno oserà contestare l’accordo, visto che il gruppo Fiat spende enormi quantità di denaro, in termini pubblicitari, sui media italiani».
Autore di scomodi libri sul potere della maggiore dinastia industriale italiana (“Agnelli segreti”, “I lupi e gli agnelli”), intervenendo nella trasmissione web-radio “Forme d’Onda”, Moncalvo sottolinea lo squallore della situazione italiana, di fronte allo “scippo” francese propiziato da «rabbini e grembiulini vicini a John Elkann». Moncalvo, che ha seguito da vicino anche l’ingloriosa saga dell’eredità di Gianni Agnelli, ha scoperto che il grosso del denaro di famiglia è tuttora custodito all’estero, in un caveau all’aeroporto di Ginevra, fuori dalla portata del fisco italiano. Sempre Moncalvo racconta che la Fiat, “scomunicata” dagli Usa nel 1945 per gli enormi benefici ottenuti dalle commesse belliche del regime fascista, fu improvvisamente riabilitata (e inserita nel Piano Marshall) grazie ai buoni uffici di Pamela Harriman, nuora di Churchill e buona amica dell’allora giovane Avvocato. A partire proprio dal dopoguerra, però – sostiene Moncalvo – il vero timone della Fiat passò nelle mani di Wall Street. Morto il problematico Edoardo Agnelli, che aveva annunciato la sua intenzione di avere voce in capitolo nel destino della Fiat, il gruppo torinese è stato affidato al ramo familiare Elkann.
Scomparso anche Gianni Agnelli, i suoi storici collaboratori – Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens – hanno fatto in modo, d’intesa con la vedova dell’Avvocato, che tutto il potere finisse nelle mani dell’allora giovanissimo John Elkann. Due anni dopo, la finanza Usa ha “spedito” a Torino il super-manager bancario Sergio Marchionne, che ha finto di rilanciare gli stabilimenti italiani per poi invece siglare l’accordo con Chrysler e trasferire il cuore del gruppo a Detroit, con il varo del marchio Fca. E oggi, appena un anno dopo la prematura morte di Marchionne, il gruppo formalmente rappresentato da John Elkann sembra voler “sbaraccare” quel che resta della Fiat in Italia, cedendo il controllo dell’ex impero al paese che più sta danneggiando l’Italia, sul piano industriale: la Francia. Secondo gli analisti, segnala il “Fatto Quotidiano”, la volontà francese di restare alla guida del nuovo gruppo sarebbe evidente anche dai numeri dell’operazione. Il gruppo Psa riconosce ai soci Fca un premio da 6,7 Marchionnemiliardi rispetto alle quotazioni di Borsa antecedenti l’inizio delle indiscrezioni sulle nozze. Senza contare che la cifra in questione sarebbe anche al netto del dividendo straordinario di Fca – 5,5 miliardi, di cui di cui 1,6 destinati ad Exor, la cassaforte degli Agnelli – e delle quote di Faurecia e Comau che verranno distribuite ai soci.
«Psa sta sostanzialmente comprando Fca», ha spiegato senza mezzi termini la società di consulenza Equita, secondo cui i francesi hanno pagato «un buon premio» agli Elkann e si sono assicurati la “maggioranza” per il controllo del nuovo gruppo. Come ha spiegato a “Bloomberg” Philippe Houchois, analista di “Jefferies”, «Psa sta pagando un premio del 32% per assumere il controllo di Fca». Sottraendo dal gruppo italo-americano i 5,5 miliardi del dividendo straordinario e il valore della quota di Comau (circa 250 milioni di euro), e da quello francese il valore della quota in Faurecia (2,7 miliardi), si arriva a una «capitalizzazione di mercato teorica» di 20 miliardi per Peugeot e di 13,25 miliardi per Fca. Sulla base di questi valori e «senza un premio», agli azionisti di Peugeot sarebbe spettato il 60,15% del nuovo gruppo e a quelli di Fca il 39,85%, anziché il 50% a testa John Elkannnegoziato. Insomma, i conti della “fusione alla pari” non tornano, scrive Fiorina Capozzi sul “Fatto”. Del resto, aggiunge, «a Torino era noto da tempo che gli Elkann avessero intenzione di ridimensionare il peso dell’auto nel patrimonio di famiglia».
Non è un mistero neppure che Fca fosse alla ricerca di un partner strategico, come testimonia il tentato “blitz” su Renault, sventato nei mesi scorsi dall’intervento di Macron. Lo Stato francese, socio di Renault, è anche azionista di Psa: segno che «in questo caso, ha fatto bene i suoi conti», chiosa Capozzi. Da parte sua, Moncalvo si domanda che fine faranno, ora, gli operai degli stabilimenti di Cassino, Melfi e Pomigliano d’Arco. Negli ultimi anni la Fiat ha chiuso Termini Imerese e Rivalta, senza contare l’Alfa Romeo di Arese. Nella storica fabbrica torinese di Mirafiori ormai si produce solo il Suv della Maserati, mentre a Cassino si assemblano le Alfa (Giulia, Giulietta e Stelvio), a Melfi la 500 X e la Jeep Renegade, a Pomigliano la Panda. La Cinquecento è prodotta in Polonia, le grandi Jeep in Brasile e in India, la Tipo in Turchia. Il gruppo oggi avrebbe 130.000 dipendenti, in 119 stabilimenti distribuiti nel mondo. Drammatico, negli ultimi anni, il crollo dei livelli occupazionali italiani. Negli anni Sessanta, Mirafiori dava lavoro a 65.000 operai. Oggi, le poche migliaia di addetti rimasti si limitano all’unica linea attiva, quella della Maserati Levante. Residuo futuro per l’ex Fiat? La famiglia Elkann sembra volersene lavare le mani. D’ora in poi a dettare legge saranno i francesi. E addio al made in Italy nel settore auto, simbolo per mezzo secolo della capacità industriale italiana in Europa.

domenica 1 dicembre 2019

ASSANGE / IN PERICOLO DI VITA, APPELLO DI 60 MEDICI


Il fondatore di WikileaksJulien Assange, rischia la vita per la mancanza di cure mediche.
Sessanta medici di varie nazioni hanno firmato un appello indirizzato al ministro degli interni britannico, Priti Patel, affinchè intervenga, dal momento che attualmente Assange è detenuto nel carcere di Belmarsh, nella zona sudest di Londra.
Assange è in attesa di un’udienza a febbraio, per contestare l’ennesima richiesta di estradizione negli Stati Uniti, dove viene accusato di ben 18 reati: tra cui quello di aver complottato (sic) contro gli americani, hackerando un computer del Pentagono.
Così viene scritto nella lettera-appello: “Da un punto di vita medico, sulle prove attualmente disponibili, nutriamo serie preoccupazioni riguardo all’idoneità del signor Assange per affrontare un processo nel febbraio 2020. E’ soprattutto nostra opinione che Assange abbia bisogno di una valutazione medica urgente da parte di esperti sul suo stato di salute sia fisico che psicologico. Qualunque terapia medica indicata deve essere somministrata in un ospedale universitario adeguatamente attrezzato e dotato di personale esperto”.
La Svezia, intanto, ha ritirato le sue accuse ad Assange per una storia (chiaramente taroccata) di violenza sessuale che vedeva Assange sul banco degli accusati. Restano in piedi le (altrettanto taroccate) accuse a stelle e strisce per l’attacco al Pentagono…

venerdì 29 novembre 2019

STRAGE DI CAPACI / QUEL TRITOLO “RAFFINATISSIMO”


Torna alla ribalta la strage di via Capaci e il giallo sugli esecutori dell’attentato. E anche sulle modalità dell’operazione.
Adesso arrivano le dichiarazioni di un mafioso che ha deciso di collaborare con la giustizia dieci anni fa, ma solo ora tira fuori alcune “rivelazioni”. Si chiama Pietro Riggio, 54 anni, uomo dalla doppia vita: di giorno agente della polizia penitenziaria e di notte mafioso, affiliato al clan di Caltanissetta.

IL “TURCO” SULLA SCENA DI CAPACI
Alcuni mesi fa, dopo la prima sentenza nel processo “Stato-Mafia”, ha deciso di riprendere a parlare con gli inquirenti di Caltanissetta. E ha appena tirato fuori la storia del “turco”, un ex poliziotto che – stando alla sua ricostruzione – sarebbe stato il protagonista nella preparazione dell’attentato.

Il tribunale di Caltanissetta
I due si sarebbero conosciuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, dove è avvenuta la “rivelazione”. Ecco cosa racconta Riggio: “Mi ha confidato di aver partecipato alla fase esecutiva della strage di Capaci, si sarebbe occupato dei riempimento del canale di scolo dell’autostrada con l’esplosivo, operazione eseguita tramite l’utilizzo di skate board”.
Gli hanno domandato Gabriele Paci e Luca Turco, procuratori aggiunti rispettivamente a Caltanissetta e a Firenze: “Perché prima non ha mai parlato di questo ex poliziotto?”.
Ecco la risposta di Riggio: “Fino ad oggi ho avuto paura di mettere a verbale certi argomenti, temevo ritorsioni per me e per la mia famiglia. Ma adesso i tempi sono maturi perché si possano trattare certi argomenti”.

Giorni fa, nel corso di un summit alla Direzione Nazionale Antimafia, guidata da Federico Cafiero de Raho, si sono incontrati gli inquirenti che a diverso titolo si occupano ancora della stagione delle stragi d’inizio anni ’90. Contenuti top secret, ma uno degli argomenti è stato anche quello circa le modalità operative nell’attentato di Capaci.
La figura di Riggio fa capolino tra carte e fascicoli del processo bis per la strage in cui persero la vita Giovanni Falcone, la moglie e la scorta. Il procuratore generale, Lia Sava, ha infatti depositato alcuni verbali in cui si trovano le dichiarazioni del collaboratore di giustizia ora tornato alla ribalta. Fa il nome del ‘turco’ e spiega, appunto, di averlo conosciuto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, nel casertano.
Nel 2000 la scarcerazione: e poi – stando alle più attendibili ricostruzioni – l’ex poliziotto recluta il mafioso per far parte di una non meglio identificata “struttura” dei Servizi segreti impegnata nella caccia ai latitanti. Un mistero.

Federico Cafiero de Raho

Tra l’altro, Riggio era cugino di Carmelo Barbieri, un mafioso legato all’entourage dello stesso Provenzano.

UN ATTENTATO ARTIGIANALE?
Ma sulle effettive modalità della strage di Capaci a quanto pare il buio è ancora pesto. La verità “giudiziaria” fino ad oggi ufficiale è quella affidata alle ricostruzioni di Giovanni Brusca, il boss che ha appena chiesto i domiciliari dopo anni di galera: rifiutati. Brusca ha sempre ammesso di aver organizzato, sotto il profilo tecnico, l’attentato. Vero? Falso?
E sulla dinamica, da lui stesso ricostruita, ci sono valanghe di dubbi.
Uno dei punti nodali riguarda, appunto, la tecnica: artigianale o professionale? Da dilettanti o da super esperti?
Seguiamo entrambe le piste. E partiamo dalla prima.
I periti nominati dalla procura di Caltanissetta, Claudio Miniero e Marco Vincenti, non hanno dubbi: “L’attentato di Capaci? E’ stato fatto in maniera artigianale”.
E scendono in una serie di dettagli. “L’esplosivo utilizzato era composto da tritolo, nitrato di ammonio e rdx. Un composto compatibile con il contenuto di mine e ordigni navali di fabbricazione americana o inglese”.

Giovanni Brusca
Ancora: “Immediatamente dopo l’attentato, il modo di procedere fu artigianale perché era la prima volta che si manifestava un evento di tale portata. Chi intervenne era impreparato a fronteggiare una situazione del genere”.
Poi: “Lo scopo è stato comunque raggiunto. Non c’era la perfezione ma il tutto è stato compensato con la gran quantità di esplosivo utilizzato. Nell’incertezza hanno collocato una carica molto alta”.
Ed hanno praticamente escluso che fosse stato utilizzato esplosivo Sementex H, proveniente dall’est Europa, come venne invece ipotizzato dagli investigatori dell’Fbi che hanno effettuato indagini sull’attentato di via Capaci. Con ogni probabilità, già allora, depistando…
Da rammentare che Gaspare Spatuzza, nel corso degli interrogatori resi dopo la sua decisione di collaborare con la giustizia, ha dichiarato di essersi occupato del reperimento dell’esplosivo e di averlo recuperato da ordigni bellici inesplosi e rimasti sui fondali del Golfo Persico dopo la seconda Guerra mondiale. Spatuzza, tra l’altro, ha permesso di scoprire – con le sue verbalizzazioni – il taroccamento del teste chiave nei processi Borsellino, ossia di Vincenzo Scarantino, attraverso le cui parole è stato costruito a tavolino, dagli inquirenti, il depistaggio di Stato (arieccoci!) che ha causato la galera per degli innocenti e resi uccel di bosco mandanti & killer per la strage di via D’Amelio, ancora “a volto coperto”.

Tornando a quel tritolo killer usato per Capaci, la ricostruzione dei due periti fa acqua da tutte le parti. Assai poco verosimile, in particolare, il carattere “artigianale”, quasi “fai da te” a cui avrebbero fatto ricorso le “menti raffinatissime” che stanno dietro le stragi. Ai confini della realtà.

‘O SISTEMA DEGLI APPALTI
Ma c’è un’altra versione – tutta da capire – sulle modalità della strage di via Capaci, su tritolo & quant’altro. L’ha fornita tempo fa alla Direzione Investigativa Antimafia un personaggio chiave per decodificare il Sistema degli appalti in quella Sicilia delle stragi e, prima ancora, su quella fittissima rete di lavori pubblici che costituì il “corpus” del maxi rapporto del Ros “Mafia-Appalti”, il detonatore per le stesse stragi che intendevano eliminare quei magistrati-coraggio.
Si tratta del geometra Giuseppe Li Pera, all’epoca un funzionario del gruppo friulano di costruzioni Rizzani De Eccher, tra i più in vista sul fronte dei lavori pubblici a livello nazionale, e quindi anche in Sicilia.

Antonio Di Pietro
Il nome della Rizzani de Eccher faceva parte di quel gruppo di imprese baciate dalla “fortuna”, come ad esempio anche la regina degli appalti in Campania, l’ICLA molto cara ad ‘O Ministro Paolo Cirino Pomicino.
Li Pera ha più volte verbalizzato con i magistrati siciliani ma le sue “piste” sono state concretamente seguite solo dal pm Felice Lima: per questo opportunamente trasferito ad altri incarichi, meno “pesanti” ed ambientalmente molto meno ingombranti.
Il nome di Li Pera, tra l’altro, fa capolino nella fresca verbalizzazione resa da Antonio Di Pietro (e ferocemente contestata proprio da Pomicino) nel corso del processo di Caltanissetta. Perché Di Pietro avrebbe convocato, all’epoca, Li Pera al palazzo di giustizia di Milano per farsi “illustrare” il sistema degli appalti mafiosi in Sicilia, che vedeva il pieno coinvolgimento dello star system delle sigle nazionali, le cosiddette “portappalti”.
Un’inchiesta che Di Pietro “mollò” troppo presto, soprattutto non utilizzando la fonte delle fonti, l’Uomo a un passo da DioFrancesco Pacini Battaglia, che era perfettamente a conoscenza (essendone il protagonista) del meccanismo Appalti-Corruzione in tutta Italia, a partire dalla maxi mazzetta Enimont, la madre di tutte le tangenti.

QUEI CANDELOTTI DI TRITOLO
Ma ecco cosa raccontò il geometra Li Pera agli investigatori della DIA, ricostruzione che fa totalmente a pugni con quella fornita ai magistrati dallo stesso Brusca.
“La ricostruzione fatta da Brusca era, ed è, completamente fasulla”.“Sono un discreto esperto di dinamite, grazie ai lunghi anni di cantiere passati sia all’estero che in Italia. Ho acquisito una discreta conoscenza sull’uso della dinamite sia per lo sfruttamento delle cave che per gli a scavi in trincea e per altre esigenze di cantiere”.

“Posso assicurare che collocare 700-750 chili di tritolo significa collocare almeno, se i candelotti sono da 400 grammi, da 1750 a 1875 pezzi; se invece sono stati usati candelotti da 200 grammi il numero raddoppia”.
“Pezzi che vanno collegati tra loro con il sistema a spina di pesce, nei vari nodi; poi, vanno collegati i detonatori, tarati con millisecondi, in modo tale che l’esplosione vada, dall’estremità del tombino, verso il centro della carreggiata e soprattutto verso l’alto”.
“Bene, tutto questo lavoro di preparazione non può essere stato fatto nel poco tempo che dice Brusca, una notte; non può essere stato fatto di notte; e soprattutto non può essere stato fatto da loro, è sicuramente intervenuto un super esperto”.
Sorgono a questo punto spontanei alcuni interrogativi.
Se così stanno le cose, chi ha imbeccato Brusca?
Come mai dei seri periti sono arrivati a scrivere di “operazione artigianale”?
A questo punto, quali menti raffinatissime stanno alle spalle della preparazione “tecnica” della strage di Capaci?
Tutti interrogativi che bruciano. Oggi più che mai.

www.lavocedellevoci.it

domenica 24 novembre 2019

Addio Taranto, Mittal si porta via i clienti Ilva: era scontato

Roberto Hechich Rilevare stabilimenti, acquisirne i clienti e poi chiuderli. E’ la specialità di ArcelorMittal, colosso mondiale dell’acciaio. «Il risultato di questi giorni sulla questione Ilva era del tutto prevedibile», scrive Roberto Hechich: «Solo che la gente, i politici e la classe dirigente hanno la memoria corta». Mentre Taranto piange, con 10.000 posti di lavoro a rischio (e l’intera industria meccanica italiana senza più acciaio fatto in casa), sul blog del Movimento Roosevelt l’analista ricorda che Arcelor si difese strenuamente contro l’aggressiva offerta pubblica d’acquisto lanciata in Borsa da Mittal: a fine febbraio 2006 le quotazioni dei due gruppi arrivarono ad equivalersi, e Mittal riuscì ad assorbire Arcelor per un valore di 28,6 miliardi di euro. Promesse vane, sul rilancio: «A qualche mese dalla fusione cominciò a delinearsi chiaramente quella che era la strategia di politica industriale del gruppo: chiudere gli stabilimenti in Europa per fermare la concorrenza e acquisire gli ordini di Arcelor, facendo produrre l’acciaio in paesi terzi». Cominciarono anni di lotte tra il gruppo, i governi (Francia e Lussemburgo) e i sindacati: Mittal fu definito da un ministro francese come un «bugiardo senza limiti» che sapeva bene, al momento del lancio dell’Opa, quali sarebbero state le politiche da portare avanti in Europa.
Nel 2003, infatti – continua Hechich – Arcelor aveva cominciato a contrattare con le parti sociali un piano di ristrutturazione di sei impianti in Europa e la cessazione di alcune attività. Nel 2006, Mittal firmò l’acquisto impegnandosi a non chiudere gli altoforni di Liegi (Belgio) e Florange (Francia). Obiettivo dichiarato: metterli a norma immediatamente per rinforzarne la competitività e assicurare l’ambientalizzazione. «La posta in gioco era molto alta, perché gli stabilimenti della Lorena fornivano l’acciaio alle case automobilistiche Bmw e Mercedes». E invece «non avvenne nulla di quanto stabilito, e nel 2009 lo stabilimento di Grandrange (Francia) chiuse senza mai aver beneficiato di quel piano che Mittal aveva promesso allo Stato francese». Aggiunge Hechich: «Buona parte degli stabilimenti sono stati acquistati al solo fine di distruggere la concorrenza europea, acquisire i contratti per poi lasciare gli impianti abbandonati». Non ci voleva un genio per capire che consegnare Taranto nelle mani del gruppo ArcelorMittal avrebbe voluto dire la fine della città: «La sola ragione per la quale un imprenditore spregiudicato come Mittal potrebbe accollarsi uno stabilimento obsoleto e al centro di una questione giudiziaria come l’Ilva di Taranto sarebbe il voler acquisire le commesse Ilva e chiudere, così come ha fatto nel resto d’Europa, senza bonifiche e senza alcun reimpiego degli operai».
Nessuno si sorprenda, se oggi siamo ai titoli di coda: bastava consultare il web per vedere come avesse operato, la multinazionale, in giro per il mondo. E se anche avessimo voluto vendere Taranto ai tedeschi «sarebbe stata la stessa cosa, probabilmente». Infatti, «se gli indiani vogliono far fuori la concorrenza europea, i tedeschi avrebbero voluto far fuori la concorrenza italiana, visto che l’Ilva è il più grande stabilimento d’acciaio d’Europa ed è fondamentale per l’industria manufatturiera italiana, che poi dovrebbe rifornirsi dalla Germania a prezzi maggiori». Lo Stato italiano riuscirà nel miracolo di tirar fuori gli attributi, facendosi carico della questione e risolvendola una volta per tutte? «Certo, Di Maio farebbe una malinconica tenerezza, se non fosse per il fatto che ci va di mezzo la vita lavorativa ed economica di migliaia di famiglie». L’esponente 5 Stelle, allora ministro del lavoro, aveva annunciato di aver «risolto la questione in meno di tre mesi». Chiosa L'ex Ilva di TarantoHechich: in realtà bastava ancora meno – 5 minuti – per scoprire, consultando Google, dove sarebbe andato a parare, il gruppo ArcelorMittal.
Nato nel 2006 dalla fusione tra il colosso europeo Arcelor (Spagna, Francia e Lussemburgo) e l’indiana Mittal Steel Company, il gruppo – basato in Lussemburgo – è il maggior produttore d’acciaio al mondo: con oltre 200.000 dipendenti, di cui metà in Europa, rifornisce l’industria automobilistica e i settori delle costruzioni, degli elettrodomestici e degli imballaggi. Opera in Lussemburgo, Spagna, Italia, Polonia, Romania, Bosnia-Erzegovina e Repubblica Ceca. Tanti gli stabilimenti nel resto del mondo: Sudafrica, Messico, Canada, Brasile, Algeria, Indonesia e Kazakhstan. Il gigante ArcelorMittal è quotato in Borsa a Parigi, Amsterdam, New York, Bruxelles, Lussemburgo e Madrid, e le sue azioni sono incluse in più di 120 indici borsistici. L’acquisizione di Arcelor da parte di Mittal (per 33 miliardi di dollari) venne effettuata attraverso un’offerta pubblica di acquisto ostile, lanciata dopo il fallimento di una precedente fusione pianificata da Arcelor. Oggi il gruppo produce il 10% dell’acciaio mondiale, cosa che lo rende la più grande azienda siderurgica del pianeta: già nel 2007, i ricavi ammontavano a 105 miliardi di dollari. Nel 2016 la società è stata multata dal Sudafrica per aver “fatto cartello”, fissando i prezzi attraverso informazioni aziendali riservate (la sanzione inflitta all’azienda: 110 milioni di dollari).
La produzione è arrivata a 114 milioni di tonnellate di acciaio ogni anno. Con la crisi del comparto i numeri sono calati, ma il fatturato 2016 superava i 50 miliardi di euro (fruttando alla proprietà un miliardo e mezzo di utili). Cifre peraltro facilmente reperibili, anche su Wikipedia: nel 2018 i ricavi hanno superato i 76 miliardi di dollari (8 miliardi più dell’anno precedente), con un utile netto di oltre 5 miliardi. Tradotto: il profitto cresce, tagliando il lavoro, anche se si contrae il fatturato. Oggi, avverte il “Fatto Quotidiano”, il colosso dell’acciaio è in fuga, e non solo da Taranto: ArcelorMittal chiude stabilimenti in Sudafrica, Polonia e Usa, sostenendo che il mercato si starebbe deteriorando, data la contrazione della domanda. Dal 23 novembre, stop a tre altoforni tra Cracovia e Dabrowa Gornicza. Spente anche una fornace vicino a Chicago e l’acciaieria sudafricana di Baia di Saldanha. Oltre a Taranto, ArcelorMittal ha centri di servizio e sedi operative a Monza, Rieti, Avellino, Milano, Torino e Saronno (Varese). Gli stabilimenti ex Ilva, a parte quello pugliese, sono dislocati a Genova e Novi Ligure Lakshmi Mittal(Alessandria), Racconigi (Cuneo), Marghera (Venezia) e Salerno. Se si mette il naso fuori dall’Italia, si scopre che lo stabilimento di Zenica, in Bosnia, acquisito da ArcelorMittal con 22.000 dipendenti, oggi ha appena 3.000 operai.
Uomo chiave dell’azienda è il multimiliardario indiano Lakshmi Mittal: presidente e amministratore delegato, detiene il 37.4% del gruppo. Nato in un villaggio indiano del Rajasthan, vive a Kensington, Londra, dove nel 2004 ha acquistato dal magnate britannico Bernie Ecclestone, allora patron della Formula 1, una sontuosa residenza da 70 milioni di sterline, costruita con uno stile che ricorda il Taj Mahal. Il “Financial Times” lo ha nominato uomo dell’anno nel 2006, e nel 2010 il “Sunday Times” lo ha eletto uomo più ricco del Regno Unito con un patrimonio netto superiore a 22 miliardi di sterline. Per “Forbes”,  Lakshmi Mittal è stato nel 2015 l’82°uomo più ricco del mondo (e il quinto più ricco dell’India) con un patrimonio di 13,5 miliardi di dollari. Sempre secondo “Forbes”, tra le persone più potenti del pianeta, nel 2014 si è piazzato al 57º posto. Nel 2007, ricorda ancora Wikipedia, ha donato circa 3 milioni di sterline al Partito Laburista. Personaggio poliedrico e azionista anche nel calcio (Queens Park Rangers), per i suoi due figli Mittal ha organizzato matrimoni sfarzosi, spendendo rispettivamente 30 e 65 milioni di dollari. Questo è l’uomo che Luigi Di Maio avrebbe “messo in riga”, un anno fa, e contro cui oggi tentano di fare la voce grossa l’avvocato Conte, il ministro Patuanelli e il sindacalista Landini.
Il controllo sulla società, ha raccontato il “Sole 24 Ore”, viene esercitato dai Mittal attraverso sei “trust”, un particolare tipo di società utilizzato da imprese e individui molto ricchi per pagare meno tasse. I sei trust hanno sede nell’isola di Jersey, paradiso fiscale del Regno Unito nel Canale della Manica. Queste società – riassume “Il Post” – sono l’ultimo anello di una lunga catena dove, dopo un lungo giro tra fiduciarie e holding con sede a Gibilterra e in altri paradisi fiscali, arrivano i soldi della famiglia Mittal. All’altro capo della catena rispetto ai trust si trova ArcelorMittal, la multinazionale vera e propria (con sede in Lussemburgo, altro paese con un regime fiscale molto vantaggioso per le imprese). «Grazie a queste complicate strutture, ArcelorMittal è in grado di pagare pochissime tasse», aggiunge il “Post”. «Le sue pratiche di elusione fiscale sono state Calendaraccontate in un’inchiesta del sito francese “MediaPart”. La società ha ricevuto accuse di evasione fiscale anche da diversi governi, come quelli di Ucraina e Bosnia, oltre che accuse di aver compiuto violazioni ambientali e aver agito con mano pesante sulle comunità locali in molti dei paesi dove opera».
Nel 2018, ArcelorMittal si era presentata alla gara per acquistare l’Ilva di Taranto e gli altri due impianti espropriati alla famiglia Riva, accusata di aver violato per anni le leggi di sicurezza e quelle ambientali. «Nonostante la sua reputazione, la sua offerta è stata giudicata migliore di quella della cordata rivale, Acciaitalia, capeggiata da un’altra società indiana, Jindal». L’assegnazione della vittoria ad ArcelorMittal, avvenuta ufficialmente il primo novembre 2018, è stata piuttosto controversa, ricorda sempre il “Post”: «Già all’epoca, diversi osservatori accusavano la multinazionale di non avere intenzione di rilanciare gli impianti italiani, ma di avere come unico obiettivo sottrarli a un potenziale concorrente». Altri invece hanno difeso la società, sostenendo che era l’unica disposta ad investire le cifre necessarie (circa 2 miliardi di euro) a mettere in sicurezza l’impianto di Taranto, e in particolare i suoi estesi parchi dove sono depositati i minerali di ferro, attualmente esposti al maltempo che Patuanelli e Contespesso ne soffia le polveri sulla città di Taranto. A condurre la gara e le trattative con ArcelorMittal fu prima l’allora ministro Carlo Calenda, con il governo Gentiloni, e poi Luigi Di Maio, durante il primo governo Conte.
Di Maio era contrario all’accordo, ma alla fine ha accettato l’offerta della multinazionale. «Con il contratto raggiunto con il governo italiano, ArcelorMittal si è impegnata a investire più di 4 miliardi di euro nella società, ha promesso di occuparsi delle bonifiche dell’impianto di Taranto e di mantenere al lavoro tutti i diecimila dipendenti della società». Da allora però il mercato dell’acciaio è peggiorato. «Anche se nell’ultimo trimestre i conti di ArcelorMittal si sono rivelati migliori del previsto – scrive il “Post” – il 2019 dovrebbe chiudersi con un bilancio molto peggiore rispetto all’anno precedente». Inoltre, alcuni altoforni dell’impianto di Taranto rischiano di dover essere spenti per ordine della magistratura, mentre il governo ha cambiato spesso idea sul cosiddetto “scudo penale” che, in teoria, serve a proteggere manager e dirigenti dell’azienda dal rischio di cause legali per le violazioni commesse dalle gestioni precedenti. Ora siamo al capolinea: ArcelorMittal lascia Taranto a annuncia lo spegnimento degli impianti. Secondo Carlo Mapelli, docente del Politecnico di Milano, se ne va il 30% della siderurgia italiana. Da sola, l’Ilva vale l’1,5% del Pil.