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lunedì 17 dicembre 2018

STRAGE DEL SANGUE INFETTO / LA SENTENZA DI NAPOLI SLITTA AD APRILE


Slitta la sentenza al processo per la “strage del sangue infetto” che si tiene al tribunale di  Napoli, davanti alla sesta sezione penale. 
In base al calendario stilato dal presidente, Antonio Palumbo, il pm Lucio Giugliano terrà la sua requisitoria il 21 gennaio 2019, poi sarà la volta delle arringhe dei legali delle parti civili, in prima fila Stefano Bertone ed Ermanno Zancla, nonché l’avvocatura dello Stato; quindi parleranno i legali degli imputati, ossia funzionari o ex funzionari del gruppo Marcucci e il legale dell’ex numero uno al Ministero della Sanità tra fine anni ’80 e inizio ’90, Duilio Poggiolini, grande amico di Sua Sanità Francesco De Lorenzo.
Tirate le somme, la sentenza non verrà pronunciata prima di aprile.
Un processo che ha largamente superato i 20 anni di vita. Morte “continua”, invece, per i parenti che hanno visto i loro padri, madri o figli morire per una trasfusione di sangue infetto o per l’assunzione di emoderivati killer. Appena otto le parti civili in aula a Napoli: ma le stime parlano di migliaia di vittime, un’atroce cifra che potrebbe arrivare a 5 mila. Un esercito di morti senza uno straccio di giustizia.
Le aziende leader europee (tra cui quelle del gruppo Marcucci) che importavano sangue soprattutto dagli Stati Uniti erano ben consapevoli di comprare partite spesso e volentieri infette: si trattava di sangue proveniente dalla carceri americane, in particolare dell’Arkansas. Lo sapevano bene le autorità di controllo a stelle e strisce (e anche canadesi), che regolarmente lo comunicavano alle aziende di importazione-lavorazione, come, appunto, quelle del gruppo toscano, oligopolista nel settore degli emoderivati, oggi battente bandiera “Kedrion”. 
Quindi, tutti sapevano: e se ne fottevano ampiamente di pazienti e cittadini, pur di cumulare montagne di profitti. Tanto è vero che le prime imputazioni parlavano di “omicidio doloso plurimo”, di “strage”, per poi man mano ammorbirsi in “omicidio colposo plurimo”. 
Il processo è cominciato nel 1998 a Trento, per poi passare, nel 2004, a Napoli, e giacere tra carte e scartoffie per oltre 10 anni (molte delle quali, anche importanti, perse nel corso del trasloco o trafugate nei sotterranei del centro direzionale di Napoli); e quindi iniziare nella primavera del 2016. 
Nel corso dell’ultima udienza che si è svolta il 19 novembre, sono stati presenti i consulenti tecnici nominati dal tribunale per sciogliere una serie di interrogativi. Hanno presentato una prima perizia circa un anno fa, del tutto lacunosa, con riferimenti bibliografici tratti soprattutto dagli studi del primo teste presente al processo, Piermannuccio Mannucci, un ematologo milanese in palese conflitto di interessi perchè ha lavorato anche per il gruppo Marcucci. 
Le parti civili e i legali della difesa hanno presentato ulteriori questi ai periti, che risponderanno all’udienza del 10 dicembre. E l’anno nuovo si apre con la fondamentale requisitoria del pm Giugliano, il quale nel corso del processo non ha brillato per una particolare incisività: “non un centravanti d’attacco, piuttosto uno stopper di difesa”, hanno commentato non pochi avvocati del foro di Napoli. “Il fatto non sussite – aggiungono – saranno le parole con le quali chiederà l’assoluzione degli imputati. Vogliamo scommettere?”. 
Staremo a vedere. 


mercoledì 12 dicembre 2018

LE VERITA’ DI GIOACCHINO GENCHI SU VIA D’AMELIO / CHI VESTI’ IL “PUPO” VINCENZO SCARANTINO?


Le verità di Gioacchino Genchi sulla strage di via D'Amelio e il ruolo giocato da Arnaldo La Barbera, l'ex capo del pool investigativo della polizia e poi questore a Palermo. Le ha raccontate davanti alla Commissione Antimafia dell'assemblea regionale siciliana presieduta da Claudio Fava, al lavoro dopo le motivazioni del Borsellino quater, per cercare di far luce su un giallo ancora irrisolto.
Ma chi è Genchi? Un ex poliziotto, per anni diventato il braccio destro di parecchi magistrati di prima linea. Lo fu, in particolare, di Luigi de Magistris, l'attuale sindaco di Napoli e una dozzina d'anni fa impegnato come pm in Calabria, autore delle famose inchieste "Why not " e "Poseidon", che gli vennero "scippate" dall'allora guardasigilli Clemente Mastella (giorni fa è arrivata la sentenza che considera illegittimo quello scippo: ma è ormai troppo tardi…). Genchi svolgeva un ruolo ben preciso: quello di super perito informatico, per passare ai raggi x migliaia e migliaia di intercettazioni telefoniche. I due, Genchi e de Magistris, vennero accusati, allora, di voler spiare mezza Italia.

OCCORREVA "VESTIRE IL PUPO" 

Arnaldo La Barbera. Sopra, Gioacchino Genchi

Torniamo alla strage di via D'Amelio. Genchi faceva parte del ristrettissimo pool di fidati collaboratori di La Barbera, quel "sinedrio" – come oggi lo definisce – per scoprire killer e mandanti dell'eccidio. Genchi, però, a un certo punto esce dal gruppo. Quando? "Quando La Barbera decise di 'vestire il pupo'", dichiara. E cioè di inventare di sana pianta il killer, di 'impupazzare' un mafioso qualunque di periferia trasformandolo nell'assassino perfetto. Organizzando, in questo modo, "il più grande depistaggio della storia italiana", come ha confermato la sentenza del Borsellino quater.
Genchi racconta di una lunghissima conversazione con La Barbera, dalle 19 del 4 maggio 1993 alle 6 del 5 maggio. Una maratona notturna. "Alla fine La Barbera piangeva", commenta Genchi.
Il quale riporta le parole che La Barbera gli avrebbe detto: "Ormai è fatta, due più due fanno quattro, la strage non può che essere responsabilità di Cosa nostra. Noi qui dobbiamo trovare qualche 'elemento minimale', addebitiamo tutto alla Cupola. Così poi io divento questore, tu vieni promosso per meriti straordinari e poi fra 3 o 4 anni diventi questore pure tu". Semplice come bere un biccher d'acqua.
L'"elemento minimale" – secondo la ricostruzione di Genchi – sarebbe stata una nota del Sisde, che metteva insieme il profilo giudiziario di Vincenzo Scarantino – il pupazzo killer – e ne dettagliava tutti i rapporti familiari e le amicizie all'interno delle cosche. La nota è datata 10 ottobre 1992, e a quanto pare la sua stesura sarebbe stata coordinata da Bruno Contrada. Da rammentare che anche La Barbera non solo era un pezzo grosso della polizia, ma era anche uomo dei Servizi, nome di battaglia "Rutilius".
Eccoci alla dichiarazione finale di Genchi: "Hanno individuato falsi colpevoli non per fare carriera o chiudere le indagini, ma per evitare di incastrare i veri autori della strage di via D'Amelio. I veri mandanti".


Bruno Contrada

Invece, nelle precedenti ricostruzioni, si raccontava della smania di La Barbera di diventare questore (cosa che poi accadde) e di sbattere un mostro in prima pagina, far vedere ai cittadini che il colpevole era stato incastrato.
La Barbera, comunque, a questa montagna di fatti e circostanza non può rispondere, perchè è morto il 19 dicembre 2002. Per cui è facile, ora, scaricare tutto su di lui. E parlare solo di lui.


TUTTE LE DOMANDE NON FATTE
C'è un domandone che nessuno, in commissione antimafia, ha fatto a Genchi: ma La Barbera agiva di testa sua, lui e il suo pool? E' normale che un pur potente vertice della polizia possa prendere inziative da solo, caso mai parlando con un amico del Sisde, e poi provvedere in modo del tutto autonomo?
Fino a prova contraria, si trattava di un'inchiesta, che qualche magistrato doveva pur coordinare. Perchè nessuna domanda a Genchi sul ruolo svolto dai magistrati? Poniamo un'ipotesi: La Barbera ha fatto tutto da solo, di sua precisa iniziativa, per motivi misteriosi. Ma allora, cosa ci stavano a fare i magistrati? A prendere la tintarella a Taormina? Semplici soprammobili?
Ipotesi numero due: i magistrati hanno lavorato in "sinergia", come le prassi indicano, con gli investigatori. A questo punto Scarantino è stato scelto di comune accordo, come del resto fa pensare l'immediata presa di posizione di Ilda Boccassini, che inviò una dettagliata e dura missiva ai magistrati inquirenti, mettendoli in guarda dal dare credibilità e affidabilità a Scarantino come pentito.
Come mai nessuno ha dato retta al parere di una toga che di mafia se ne intendeva e se ne intende, come la Boccassini?
Dicevamo: come mai nessuna domanda sui magistrati, tre in tutto, che hanno partecipato alle indagini? E cioè Anna Maria Palma, Carmine Petralia e Nino Di Matteo. Quest'ultimo tende a defilare la sua presenza, sostenendo che è arrivato a inchiesta già iniziata: sì, sei mesi dopo.


Il falso pentito Vincenzo Scarantino

L'unica a chiedere con forza quale preciso ruolo hanno avuto i tre magistrati nel taroccamento del pentito Scarantino è Fiammetta Borsellino, la quale – a proposito di Di Matteo – osserva: "Se era inesperto e alle prime armi perchè lo hanno messo ad indagare su mio padre?".
Ancora. Come mai nessuna domanda all'informatissimo Genchi sul ruolo svolto dall'allora procuratore capo Giovanni Tinebra?
Non è finita. Perchè allo 007 di casa nostra non sono stati chiesti ragguagli circa la storia dell'agenda rossa di Paolo Borsellino, a quanto pare passata di mano in mano, da Giuseppe Ajala a Giovanni Arcangioli, il carabiniere inquisito, processato e scagionato da ogni accusa? E – come racconta la giornalista d'inchiesta Roberta Ruscica, autrice de "I Boss di Stato" – passata anche tra le mani di Anna Maria Palma?
E poi. Come mai Genchi, dopo tanto parlare, non dice qualcosina in più su quei killer o mandanti che La Barbera avrebbe voluto proteggere? Possibile che in quella notte di rimembranze, confidenze & lacrime non gli sia sfuggito qualcosa? E lui stesso, Genchi, una qualche idea se la sarà pur fatta…

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martedì 11 dicembre 2018

LE CONTRADDIZIONI DELL’ANTIFASCISMO – Franco Cardini e Paolo Ercolani



Quanto c’è di fascista nell’antifascismo ormai vuoto di una sinistra che non sa più trovare in se stessa un principio di attrazione identitaria, e si autodefinisce solo come negazione delle identità altrui? È lecito pretendere di contrastare un fenomeno utilizzando lo stesso metodo che lo ha generato?
È questo il tema di “Neofascismo e Antifascismo“, un pamphlet dello storico Franco Cardini che in realtà è un’entrata a gamba tesa nel dibattito sulle grandi ideologie che hanno infuocato il ‘900 (qui per leggerlo).
Libropolis, davanti alle telecamere di Byoblu, se ne è parlato insieme a Paolo Ercolani, filosofo, scrittore, saggista e giornalista. Modera Alessandro Bedini.
Tutti gli interventi di Libropolis ripresi da Byoblu: https://www.youtube.com/playlist?list=PLimc7jftHxGUZveUQQHr1w1Eqa4AYHWjf
Fonte: www.byoblu.com

lunedì 10 dicembre 2018

Vaccini Hpv: “Manufactured Crisis” il film che svela la realtà criminale del vaccino hpv

E dopo VAXXED , ecco in arrivo “La crisi dell’HPV: reale o prodotta?” Una nuova versione cinematografica, un nuovo documentario che svela i danni a seguito della vaccinazione che dovrebbe proteggere dal papilloma virus.
Potrete visionarlo cliccando sul titolo (vi comparirà con Vimeo,  vi consigliamo di guardarlo e salvarlo).
Siamo a LONDRA, Regno Unito.  Un  docu-film, pubblicato online nel Regno Unito e visibile in tutta Europa questa settimana, mette in dubbio le affermazioni delle autorità sanitarie britanniche, danesi e spagnole sulla sicurezza del vaccino hpv. Giunge in un momento in cui  medici britannici ed europei stanno proponendo di estendere l’uso del vaccino anche ai bambini inferiori agli 11 anni, quindi non si parla più di adolescenti. Un obblig che si estenderà a caro prezzo questo (1).
“Manufactured crisis” : ciò che non ti dicono del vaccino HPV ” espone i casi di reazioni avverse gravi  che cambiano la vita a ragazze e giovani donne a seguito di somministrazione del vaccino Gardasil o Cervarix . Le reazioni avverse registrate includono grave disabilità, paralisi e persino la morte. Durante tutto il documentario, le famiglie raccontano i loro drammi e le loro vite cambiate per sempre. Storie strazianti che non possono e non devono essere ignorate.
Il film della durata di 60 minuti include anche le posizioni di medici e scienziati rispettati che sfidano le affermazioni sul valore del vaccino HPV. Loro affermano che ci vorranno almeno 10 anni prima di sapere se i vaccini HPV saranno davvero in grado di diminuire i casi di  cancro, comprese le forme più comuni di cancro cervicale ed -in caso affermativo- a quale costo.
Mettono in discussione anche i famosi “rischi e benefici” che pesano fortemente a favore della vaccinazione da sempre. In realtà, affermano gli scienziati, il caso della vaccinazione di massa non è chiaro. E queste decisioni sono state prese senza nemmeno considerare gli approcci alternativi e collaudati alla prevenzione, in particolare lo screening e l’educazione sessuale (2, 3).
Manufactured Crisis è una produzione di Alliance for Natural Health (ANH) realizzata in collaborazione con Sanevax , l’ associazione britannica di HPV Vaccine Injured Daughters (AHVID), l’ associazione danese delle vittime di vaccini HPV e l’associazione spagnola di persone danneggiate da vaccino HPV ( AAVP ).
Steve Hinks
Steve Hinks
Il vicepresidente di AHVID, Steve Hinks, ha dichiarato: “È ridicolo che così tanti professionisti del settore sanitario nel Regno Unito ignorino che la “sicurezza” e “l’efficacia” del vaccino HPV è in dubbio per il grave danno che sta causando. Perché non ci viene detta la verità? ”
Il presidente dell’Associazione danese delle vittime del vaccino contro l’HPV, Karsten Viborg ha dichiarato: “Il vaccino HPV è un esperimento enorme e molto pericoloso. Bambini e genitori hanno bisogno di informazioni corrette sui benefici e rischi. I nostri membri hanno tutti seguito la raccomandazione delle autorità per la vaccinazione – ora non c’è alcun dubbio: le autorità sanitarie non informano i cittadini ed i politici “.
La presidente dell’AAVP, Alicia Capilla, ha dichiarato: “Incomprensibilmente, le autorità sanitarie non vogliono collegare queste reazioni ai vaccini HPV, lasciando le vittime in una situazione di abbandono. ”
Norma Erickson
Norma Erickson
Il presidente di SaneVax, Norma Erickson, ha dichiarato: “Il team di SaneVax collabora con rappresentanti di oltre 50 paesi. Questo documentario mette in luce gli eventi che si verificano in ogni paese che ha adottato un programma nazionale di vaccinazione HPV. È giunto il momento di istituire il principio di precauzione in tutto il mondo. Dobbiamo scoprire perché così tanti soffrono e sviluppare protocolli di trattamento per aiutarli a riprendere in mano la propria vita “.
Questo documentario suggerisce gli interessi fraudolenti dei governi che hanno messo in primo piano questa procedura farmacologica al benessere e alla salute dei cittadini. Gli interessi commerciali vengono prima della salute pubblica.

LAURIE POWELL, EX DIRIGENTE DEL MARKETING FARMACEUTICO, AFFERMA:

“NON SI TRATTA DI CURA DEL PAZIENTE. SI TRATTA DI FARE SOLDI “.

Tim Reihm
Tim Reihm, the director of Manufactured Crisis
In una dichiarazione congiunta, i produttori del film hanno dichiarato: “Le autorità sanitarie stanno ingannando il pubblico sostenendo che la capacità del vaccino di aumentare gli anticorpi HPV nel giro di pochi anni equivale alla protezione dai tumori correlati all’HPV, in particolare il cancro del collo dell’utero. La scienza invece, ci svela altro.https://vimeo.com/277078546/7812e25bb1
“Tim Reihm, il regista e narratore del film va oltre:” Quello che abbiamo scoperto è stato un esempio scioccante di avidità aziendale, disonestà scientifica, complicità del governo e tragedia umana “.
“Manufactured crisis” : quello che non ti dicono sul vaccino HPV ” è prodotto da Focus for Health e Freda Birrell ed è diretto da Tim Reihm.

Il documentario di un’ora è disponibile sul seguente link:

 Ricerca e traduzione a cura di Vacciniinforma

(1) “The British Medical Association believes the HPV (human papilloma virus) vaccine should be given to youngsters under nine in an effort to catch them before they have sex” https://www.mirror.co.uk/lifestyle/health/health-experts-say-primary-school-12791841
2) “The cervical cancer rate in the USA is 12/100,000. By Merck’s own admission, for every 100,000 girls that receive Gardasil you can expect 2,300 serious adverse events.” Norma Erickson, president, Sanevax.
(3) “If your daughter gets regular Pap smears her chances of dying from cervical cancer are 0.00002%.” Shannon Mulvihill, executive director, Focus for Health.

mercoledì 5 dicembre 2018

TRONCHETTI PROVERA / ASSOLTO NELLA SPY STORY, “IL FATTO NON COSTITUISCE REATO”. E POTEVA NON SAPERE…


3 a 2. Dopo una battaglia giudiziaria durata 8 anni Marco Tronchetti Provera viene assolto dall'accusa di ricettazione per una brutta storia di spionaggio industriale. Secondo la Corte d'Appello di Milano, infatti, "il fatto non costituisce reato", mentre invece per ben due volte la Cassazione aveva sostenuto e documentato esattamente il contrario, chiedendo la condanna del patròn della ormai gialla Pirelli (è per oltre la metà dei cinesi).
Cassazione contro Appello, dunque, una giustizia spezzata esattamente a metà.
La fresca assoluzione è anche in stridente contrasto con le pesanti condanne inflitte nel 2009 ai due super spioni al servizio di Telecom e quindi di Tronchetti Provera all'epoca dei fatti, il 2004: Giuliano Tavaroli, il capo della security di Telecom, e Fabio Ghioni, un grosso pirata informatico (facevano parte del cosiddetto Tiger Team) hanno patteggiato una condanna rispettivamente a 3 anni e 8 mesi e 3 anni e 4 mesi.

Giuliano Tavaroli. Sopra, Marco Tronchetti Provera

Sorge spontanea la domanda: come mai il Capo – ossia Tronchetti Provera – alla fine la fa franca mentre i suoi dipendenti sono stati condannati? Poteva "non sapere" ? Nelle loro difese, infatti, i due hanno sempre sostenuto che l'ordine di spionaggio era arrivato dal numero uno e certo non era partito da loro. Ovvio, lo capisce anche un bimbo delle elementari: difficile che una decisione così delicata venga assunta in modo autonomo da due dipendenti senza l'avallo del capo.
Tronchetti si è difeso sostenendo che era sì al corrente della situazione, ma che per trovare la soluzione operativa venne fatta una brevissima riunione, cinque minuti e via. Come dire: deciso il da farsi, vedetevela poi voi sul 'come procedere'.
Ci ha creduto la Corte d'Appello, non ci aveva creduto la Cassazione.

SPIE CONTRO SPIE, LA GUERRA PER BRASIL TELECOM  
Ecco in breve cosa era successo. Nella guerra di Telecom, una delle partite più grosse si giocò, una quindicina d'anni fa, per il controllo di Brasil Telecom. Il gruppo anti Tronchetti ingaggiò una società investigativa, la Kroll, per dossierare Tronchetti (il quale, a sua volta, era coinvolto nell'altro grande scandalo sui dossieraggi illegali contro i rivali industriali e personali). L'ex vicepresidente dell'Inter venne a saperlo e quindi ordinò al suo team – capeggiato appunto da Tavaroli, braccio destro Ghioni – di trovare le prove. Il team riuscì a trafugare un cd made in Kroll e questo venne poi consegnato alla procura di Milano e anche a quella brasiliana. Insomma, una vera e propria guerra per bande.
Tronchetti ha sempre sostenuto di "non conoscere la provenienza illecita di quel cd"; la Cassazione, Tavaroli e Ghioni hanno sempre sostenuto il contrario. E la Terza Corte d'Appello di Milano ora ha messo la pietra tombale sulla vicenda credendo alle parole di Tronchetti.

Il tribunale di Milano

Incredibile ma vero. Ecco come funziona la giustizia italiana. Immaginate un piccolo imprenditore alle prese con una vicenda del genere: sarebbe rimasto stritolato da questo infernale meccanismo. Il Grande Tronchetti invece no: e può anche vantarsi di aver rinunciato alla prescrizione.
La vicenda fa andare in brodo di giuggiole il Corriere della Sera, che attacca l'accanimento giudiziario – figurarsi – contro gli imprenditori. Scrive Federico De Rosa: "La vicenda di Tronchetti è anche un riscatto nei confronti di un mondo, quello degli imprenditori, messi troppo spesso sotto accusa".
Un ultimo cenno alla motivazione, "il fatto non costituisce reato". Cosa, il dossieraggio? Lo spionaggio? La "non conoscenza" di Tronchetti su ciò che i suoi spioni facevano?
Siamo davvero ai confini della realtà.
P.S. Ricorderete l'altra maxi inchiesta sui dossieraggi voluti da Tronchetti ed eseguiti dal suo Tiger team sui suoi rivali industriali, politici e anche sportivi. Fece spiare perfino i calciatori della Juve e dell'Inter (in particolare Bobo Vieri) e la sua stessa moglie, Afef, sulla cui fedeltà evidentemente nutriva dei dubbi.
Ha subito qualcosa Tronchetti per quelle migliaia di spiate? Per aver fatto pedinare e intercettare a più non posso? Ancora una volta una giustizia a due facce. E sempre viene calpestata la giustizia con la G maiuscola.

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lunedì 3 dicembre 2018

SOROS / LA STRENUA E CONTINUA DIFESA GRIFFATA REPUBBLICA


Repubblica scende l'ennesima volta in campo per difendere l'onore e il prestigio del "miliardario-filantropo di sinistra", George Soros, una vera icona secondo il quotidiano diretto da Mario Calabresi.
Stavolta la story è incentrata sulla bagarre che si è scatenata negli Usa tra Facebook e lo stesso Soros. Nel mirino dell'inviato speciale in bretelle dagli Usa, Federico Rampini, è finita la numero due di Facebook, Sheril Sandberg, una delle più note giornaliste americane, stimata per le sue qualità investigative.
Ecco cosa scrive il bretellato, riportando quanto riferisce un articolo del New York Times (non si è neanche scomodato più di tanto, Rampini, per scrivere la paginata pro Soros di Repubblica): "Fu lei in persona – scrive il super corrispondente – a commissionare 'fango' su Soros, per il solo fatto che il miliardario-filantropo di sinistra aveva osato criticare Facebook. Tutto ebbe inizio a gennaio, all'ultimo World Economic Forum di Davos. Vi partecipavano sia Sandberg che Soros. Lui criticò pubblicamente Facebook e Google, li definì pericolosi per la democrazia, invocò nuove regole e maggiori controlli sui giganti oligopolisti dell'economia digitale".
Ma eccoci al cuore della singolar tenzone. Riprendono le trombe di Rampini anti Sandberg: "Ma la Sandberg anzichè ripondere nel merito (alle accuse di Soros, ndr), chiese ai suoi collaboratori di indagare su Soros, sui suoi moventi, su eventuali interessi finanziari. Per esempio, se stesse effettuando 'vendite allo scoperto' in Borsa per arricchirsi dopo aver fatto scendere il titolo di Facebook. In cerca di prove per accusarlo di aggiotaggio, insomma: perchè se uno ti critica deve essere un delinquente che ci specula sopra".


Federico Rampini. In alto, Soros

Non basta. Il prode Rampini non ha terminato la genuflessione nei confronti del suo magnate-filantropo: "Soros risultava indigesto da tempo ai vertici dei social media, ma tutte le sue campagne si svolgevano alla luce del sole, per esempio finanziando un'associazione che si chiama 'Free from Facebook' e denuncia da tempo i pericoli di questa rete sociale".
Non è certo finita, ci sono altre cartucce nel cinturone del pistolero Rampini: "Sandberg ha fatto ingaggiare una nota società di relazioni pubbliche legata alla destra repubblicana, Definers Public Affairs, che ha cominciato una campagna anti Soros, rispolverando anche argomenti antisemiti. Proprio come si usa fare nel campo dei suprematisti bianchi, per i quali Soros è il capro espiatorio ideale, il regista del 'complotto giudaico-plutocratico' di hitleriana memoria".
E il tric trac finale: "Quando sul NYT cominciarono ad uscire le prime rivelazioni, Zuckerberg  e l'intero vertice aziendale fecero quadrato intorno alla Sandberg per difenderla. E lei cominciò ad accumulare bugie su bugie".
"La Sandberg sapeva tutto fin dall'inizio e fu la vera regista".
Sorgono spontanee un paio di domande. Sulle 'prodezze' di Soros, a cavallo della sua Open Society Foundation tanto umanitaria, se ne conoscono in dettaglio di tutti i colori e da un bel pezzo.
Dalla narrazione rampiniana, invece, sembra sia tutto spuntato fuori oggi come il cavolo a merenda.
Secondo punto. Ma conosce qualcosa mister Rampini del giornalismo d'inchiesta? Sa che è l'anima della vera informazione, e non i lecchinaggi di palazzo? Cosa c'è di strano se lady Sandberg ha sguinzagliato i suoi reporter a caccia di notizie sulle tante acrobazie finanziarie dal magnate? Sui suoi giganteschi affari? Sulle sue malefatte internazionali? Sa mister Rampini che Soros con una mano finanzia le Ong e con l'altra cerca di divorarsi interi Paesi pezzo pezzo, come da qualche anno sta cercando di fare con la Macedonia, mentre l'Italia potrebbe entrare presto nel suo mirino?
Finalmente qualcuno cerca di alzare i veli sull'impero Soros. Anche se a Rampini non piace…

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venerdì 30 novembre 2018

Blog Emanuela Orlandi: La nostra genetista forense è pronta ad esami paralleli su quei resti



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Maria Antonietta Gregori "Solo l'esame del DNA può darci delle certezze e comunque noi faremo effettuare altre analisi in parallelo e alla luce del sole, dalla nostra Genetista Marina Baldi"
"La nostra genetista forense è pronta ad esami paralleli su quei resti"



Buona lettura
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Ma non dovevamo togliere le sanzioni alla Russia?


Fra le tante promesse elettorali che sembrano finite nel dimenticatoio, c'è anche quella di togliere le sanzioni alla Russia. Sia Salvini sia Di Maio si erano dichiarati a favore di una rimozione delle sanzioni, non per motivi ideologici, ma "perchè danneggiano l'economia italiana".
Che fine hanno fatto queste promesse?
Ieri lo stesso ministro degli esteri russo Lavrov ha concesso un'intervista a El Paìs, dichiarando: "Questa mitologica "minaccia russa" viene imposta agli europei primariamente dall'esterno. Le sanzioni alla russia sono state imposte all'Europa sotto ordini diretti di Washington. Secondo alcune stime, la perdita complessiva da parte delle nazioni europee a causa delle sanzioni è stata di oltre 100 miliardi di dollari. E' importante che i politici europei si rendano conto di questo."
Forse se ne renderanno anche conto, ma da noi di questo argomento da tempo non si sente più parlare. Non avevamo un ministro degli esteri, da qualche parte? Che fine ha fatto?
Inoltre, da ieri sono tornate in funzione le sanzioni americane contro l'Iran, che tendono a bloccare completamente l'esportazione iraniana di petrolio. A noi per ora verrà concesso - Deo gratias - di continuare a commerciare con loro per altri sei mesi, ma poi il divieto dovrebbe diventare tassativo per tutti.
E' possibile che non ci sia un solo politico italiano che abbia il coraggio di sollevare il nostro vero problema, che non è tanto la dipendenza (burocratica) da Bruxelles, quanto piuttosto la dipendenza (strategica e geopolitica) dai voleri e dagli umori degli Stati Uniti d'America?
Massimo Mazzucco
luogocomune.net

mercoledì 28 novembre 2018

Coce Rossa Italiana in rosso. Dove sono finiti i soldi?


Incredibile.  C’è  un’emergenza  umanitaria in corso  e  nessuno  ne  parla.  Una  crisi grande  come  il campo  profughi di  Daadab in Kenia(la  più  grande tendopoli-dormitorio  del mondo) e  nessuno  dice  niente. Ma  proprio  nessuno, da  destra  a  sinistra. Come nessun  giornale,  dalla  Verità, all’Avvenire(noto quotidiano  della  CEI)  a Topolino. Solo  qualche isolata voce fuori dal coro nel  deserto  dell’informazione (i  pochi che ancora osano andare controcorrente).
Ma  non  stiamo  parlando di un genocidio nel  Sud Sudan o   delle migliaia di persone  in  fuga  dalle  guerre che  insanguinano  il  continente  africano.  Nemmeno  dell’emergenza profughi sulle Navi  che  attraccano nei  porti o i  centri  di accoglienza  stracolmi di migranti.  Stiamo parlando della colossale voragine  nei  conti  della Croce  Rossa  Italiana  che versa  in  una  situazione  economica disastrosa che  rischia  seriamente di condannare a  morte  una  delle  più  nobili  istituzioni  assistenziali a livello  mondiale.
La  Prestigiosa  organizzazione italiana che  ha  lottato a tutte le  latitudini per  combattere povertà e fame è  in  croce. Ed è in rosso.  L’organizzazione che è sempre  stata  in  prima fila nei paesi  più poveri per alleviare denutrizione e carestie sta  morendo di stenti. Una  prodigiosa realtà in rapido disfacimento. Oltre 150.000  ‘volontari’ (molti dei quali veri e propri dipendenti mascherati da volontari),  con all’attivo 5000 dipendenti e  3000 unità  in  mobilità  coatta, senza risposte e TFR.
Un’eccellenza  italiana ridotta a colabrodo,  tanto  è vero che piu’ volte negli ultimi trent’anni  e’ stata sottoposta a commissariamento nell’utopica ipotesi  d’un risanamento. Non  sorprende che siano spuntati  fuori qua e  là come  funghi  comitati  spontanei  di  aficionados indignati per la decadenza della nobile istituzione.
Eppure,  non  più  tardi  di  quest’estate,  la Croce Rossa  Italiana  ha  sottoscritto un’intesa  con la Ong maltese MoasMigrant Offshore Aid  Station, scucendo sull’unghia 400.000 euro (al  mese),  sfrattando Emergency dalle operazioni di  salvataggio in  mare. L’organizzazione fondata da Gino Strada ora purtroppo non è più presente nel Mediterraneo per soccorrere i migranti  (cosa  che  faceva egregiamente). Non si capisce  bene se quì la  missione è quella di salvare  vite  umane o fare   fare  a gara  per scialacquare  quattrini.
I soldi a  pioggia comunque di per  sé non possono spiegare il perché di  un dissesto così imponente. Forse neanche gli  stipendi da nababbi della  classe  dirigente della  Croce Rossa Italiana (da 100.000 in su i top managers mentre  migliaia di volontari non prendono il becco  d’un quattrino). Il Presidente, l’Avv. Francesco Rocca s’intasca la  bellezza di 263.995 Euro più 126.525 euro per spesucce varie, totale 390.520 euro.  Circa 32.000  euro al  mese più o  meno (quasi  sotto la soglia  di  sopravvivenza).
Guglielmo Stagno D’Alcontres (ex Presidente  di  CRI Sicilia) percepiva il  più modesto compenso di 260.000 euro all’anno (120.000  euro di indennità da Presidente, 120.000 Euro indennità di Amministratore Delegato  più altri 20.000 Euro come indennità di Consigliere + lauti indennizzi per spese personali con  rimborsi a piè di  lista). Da  reddito  di cittadinanza.
Forse la  spiegazione può arrivare dagli  sprechi pazzeschi, le ruberie, gli  sperperi e le  consulenze d’oro? Non  si sa bene. Come  si  sia arrivati  a questa grave  crisi è   difficile  da  riassumere in  poche  parole ed è comunque la  storia  di  uno  sfacelo  che parte  da  molto  lontano. Per  non andar  tanto  distante  potremo tentare di  risalire agli anni più recenti. Ad  esempio dal 2016 in  poi.
Proprio   da quando  l’INPS (l’Istituto Nazionale della Previdenza  Sociale) è andato  a bussare alla porta della  Croce  Rossa  Italiana reclamando  oltre  90  milioni di  euro tra  TFR  ed  altre  indennità non versate.  €116.647.835,59 per  l’esattezza. Soldi  che,  si  scoprirà  poi, la  Croce  Rossa Italiana   non ha  mai  corrisposto all’ente  previdenziale come  avrebbe dovuto. Cosa  davvero  molto  strana. Perchè il  Trattamento  di  Fine Rapporto  (il  TFR)  è  un tributo  che  dovrebbe esser subito  accantonato in attesa  della fine del  rapporto di  lavoro dipendente.
Comunque, se il Dott. Tito  Boeri  volesse racimolare  un  po’  di  spiccioletti (e  s’accontentasse  di  dollari) potrebbe fare  una  capatina in questo  magazzinetto della  Croce  Rossa  con  un  paio di  TIR   e  molettti al  seguito (purtroppo il contante non è bancalizzato).
Eppure, strano a dirsi,  la  C.R.I., da sempre,   ha  ricevuto  ingenti  contributi  sia dallo  Stato italiano  che  da  privati. Basti pensare che solo  quest’anno  dal Governo centrale  ha in budget d’introitare  74 milioni  di  euro  più  altri  21  milioni  di  euro (senza  calcolare  gli  ingenti proventi di Asl, Ministeri, Comuni, Province,  il 5 x 1000  etc  etc.). Non  abbiamo contato le  donazioni e i  lasciti che  ha accumulato in  150 anni, nonché le  varie agevolazioni e i  comodati  gratuiti. Inoltre tenete  ben  presente che negli anni  passati la  Croce Rossa Italiana  ha regolarmente  percepito per  il  suo funzionamento una media di 150-200 milioni  di euro  l’anno dallo Stato. Mancando  all’appello questi  capitali, sorge  spontanea  la  domanda:  ma che  fine  han  fatto  tutti sti soldi?
Se dovessimo  applicare  il  parametro delle  normali  società  commerciali (con i  bilanci  in  rosso spinto)  la  C.R.I.  dovrebbe portare immediatamente  i  libri in  Tribunale   dichiarando fallimento.  Chiudere  bottega insomma come son  obbligate a  fare migliaia  di aziende che  non  ce  la  fanno  più o le  normali  Associazioni di volontariato che  non  godono di queste  generose provvidenze e devono far quadrare i  conti.
Giusto in  nome della  “Par  condicio  creditorum”.  Invece  che  avviene? Per  la  C.R.I. (che  non è quasi soggetta  alle rigorose  ispezioni e/o controlli  come  tutte  le  imprese  gestite  da  noi poveri  mortali) , si  studia invece una  via  di  fuga  sul  modello  Alitalia. La si privatizza. Da  Ente  Governativo a controllo pubblico diventa  Ente privato, una  sorta  di  Federazione  con tanti  Comitati  Locali autonomi in  ogni  provincia, ognuno  dotato  di  propria  partita  iva, molti dei quali con fatturati da  capogiro.
Vedi gli  appalti milionari per  il numero di emergenza 118, i  Centri  di  Accoglienza, la  gestione  dei  primi soccorsi nelle zone  terremotate e post-calamità naturali, i CIE etc etc. (una  bella  pensata, così il default di  un’ entità non  può coinvolgere tutte le  altre). Tanto per  farvi un  esempio che renda l’idea,  uno  dei CIE più  noti, quello  di  Cara di Mineo  ha  costi base di gestioneche superano  i  16 milioni  di  euro l’anno per un totale  di  quasi 100 milioni di euro  in un triennio (96.907.500 euro per  la precisione).
Curiosità: il bando  di gara di Cara di Mineo del  2014, per  l’aggiudicazione prevedeva  dei requisiti minimi tassativi (pena  l’esclusione) come l’iscrizione  alla  Camera  di  Commercio. La locale  C.R.I. Comitato di Catania non  era  iscritta  alla CCIAA  (come  si  evince dalla  visura camerale si è iscritta solo il 31 ottobre 2017)  eppure  ha  vinto ugualmente la  gara!  Uno dei tanti Misteri. Invece  nel  2018, mentre i 150 disperati erano “sequestrati” sulla nave Diciottiammorbati dalla scabbia, presso la Prefettura di Catania si  perfezionava l’appaltuccio da 41 milioni di euro per il  Centro di Prima accoglienza di CARA di Mineo, dove probabilmente sarebbero andati a finire i palestratissimi naufraghi. Come  diceva il gran visir delle  Coop  Rosse Salvatore  Buzzi  in  un’intercettazione:   “gli immigrati rendono più della droga”. Giusto per  farvi  capire  cos’è  il  Business  dell’accoglienza.
Ma attenzione,  nel  caso  della  Croce Rossa Italiana  si  privatizzeranno solo  gli  attivi.  I debiti  no, quelli se li accollerà poi qualcun’altro (Voi  che  siete  dotati  di  fantasia indovinate chi?) Beh,  che  discorsi,   sarà  ovviamente lo  Stato  a farsi  carico del  problema. Ossia  tutti  noi e voi. Tanto esiste il solito escamotage,  come si  dice  in  gergo legalese  delle “Bad company”  e  delle  “Newco” che ha sempre hanno funzionato con le  privatizzazioni di Stato.  Si portano gli attivi e  gli  assets monetizzabili  in  seno alla “New Company”  e  la  spazzatura, le  sofferenze e le  passività si  tengono in  pancia  alla società decotta.
Tra  l’altro la C.R.I. ha  un grande patrimonio immobiliare, che  potrebbe valorizzare (migliaia tra appartamenti, uffici, locali  commerciali, terreni, garages, magazzini etc  etc),  volendo  potrebbe  tranquillamente scorporare  le attività costituendo  una sua società di “Real Estate”).  Solo  che  i  suoi immobili  non li  ha voluti  manco  l’INPS (neppure  a parziale  conguaglio del  debito). In compenso il  patrimonio abitativo è  stato  apprezzato da un  fortunato acquirente di  Correggio (Reggio Emilia) che  s’è  aggiudicato  un  bell’appartamento della  C.R.I. per la  stratosferica  cifra  di 5.000 euro!!  Diconsi cinquemilaeuro (è  già partita  la  corsa  alla  s-vendita?).
Questo sì  che è business altro  che corsa  all’oro del Klondike. Inoltre tra mezzi  di  soccorso, autobus, automezzi, auto blu ed  ambulanze la  Croce ha oltre 10.000  veicoli in dote; roba da  far concorrenza e  far  impallidire le più grandi aziende  di  trasporti. E non  abbiam ancora parlato delle  macchine speciali (per ogni tipo di emergenza), dei moduli abitativi da utilizzare per il sistema sanitario, interi ospedali da campo, gruppi elettrogeni, sale operatorie e chirurgiche motorizzate, laboratori  mobili, ambienti per la decontaminazione campale, cucine industriali da campo, torrette di illuminazione, idrovore, potabilizzatori, ruspe, motoslitte, Gru, macchine per  il   movimento  terra, SUV e  chi  più ne  ha  più ne  metta.
Questo il  quadro. Un  dato  positivo però  (di questa fallimentare privatizzazione) è che  nelle more  della  procedura è  saltato  fuori  questo  primo grosso “buco nero” di 90 milioni che  manca  all’appello (se  no non  ci  saremo mai  accorti di  niente), facendo emergere  un  ritratto  della C.R.I. ch’era per  certi  versi  sin’oggi inedito.  L’esperienza c’insegna  che  queste  disgrazie poi non viaggiano  mai  da  sole, chissà quali altri ammanchi dovranno ancora venir fuori.
Non  stiamo  parlando d’un  deficit  fisiologico,  ma  di  una  vera e propria voragine debitoria.  E si  badi  ben,  che lo  scenario  è  ben  peggiore  di  quello  quì  delineato (non è  giusto “sparare  sulla  Croce  Rossa”). Perchè  se  dovessimo  scendere  nei  dettagli  dovremmo parlare  anche  di  Mafia Capitale, (ennesima prova di come politica e malavita vanno a braccetto alla luce del “sole”), dell’ex Sindaco di Roma  Gianni Allemanno, dell’inchiesta “Mondo di Mezzo”, diAngelo  Scozzafava, del sig.  Paolo Pizzonia (ex terrorista  dei  NAR  Nuclei Armati Rivoluzionari  nonché segretario particolare e  braccio  destro del Presidente CRI Avv. Francesco Rocca), dovremmo parlare del patrimonio immobiliare sommerso della  CRI (mai dichiarato fiscalmente), delle  compravendite immobiliari fantasma e  tante porcherie che  non  abbiam  il  tempo  (e sinceramente  neanche la  voglia)  di  elencare.
Dovremmo scendere anche  in una rispettosa e  garbata  polemica con il  Presidente di C.R.I. Avv. Francesco Rocca per i  suoi  conflitti d’interesse (gestisce l’immenso patrimonio  immobiliare della  C.R.I. e contemporaneamente è proprietario della società immobiliare   Ciak Servizi … “capisci ammè”…), nonché  accennare a qualche suo vecchio precedente penale (una passata condanna a 3 anni di reclusione per detenzione  spaccio di  eroinain conbutta con  una  banda di  nigeriani).
Un “EX” trafficante  di droga (sottolineo  “ex” a  scanso  di  querele) alla  guida  della  Croce  Rossa Italiana   non  è certo un  bel biglietto  da  visita, anche se è pentito degli errori  commessi nel passato e ha  cambiato vita  (chapeau). Beninteso lo  dico davvero senza  intento polemico e/o denigratorio   alcuno. Chi  scrive  ha  un  vastissimo  “background  criminale” io però non sono  stato chiamato a dirigere l’UNICEF.
Ma l‘ Avv. Francesco Rocca avrà certamente  tutti  i  requisiti di onorabilità, professionalità  ed  indipendenza  richiesti agli  Amministratori di società (v. art. 2387  del  Codice Civile e  cause  di  ineleggibilità) sennò, oltre  a  Presidente della  Croce Rossa Italiana, non sarebbe  stato   promosso a Presidente  della Federazione Internazionale delle Società della Croce Rossa(il  più grande network globale umanitario del  mondo) e della  MezzalunaRossa.
Mi rendo conto che il tema delle modalità  con  cui andrebbero  scelte le  figure  che ricoprono  determinate  cariche di  vertice è molto complesso e  non  si può esaurire in  poche  righe. Possiamo però  avere dei  termini di  paragone se  guardiamo analoghi  soggetti  che  operano  nel sociale. Ad  es. in  Save  The  Children c’è un validissimo avvocato come  Presidente,  l’Avv. Claudio TesauroCuriculum chilometrico  e un  background con  i  controfiocchi, (partner  come avvocato   d’affari nel  prestigioso  studio  legale  Bonelli-Erede-Pappalardo), fedina  penale immacolata,  neanche  una multa per  eccesso  di velocità. Mentre dirige un’altra  benemerita ong (Medici  Senza Frontiere)  la dott.ssa Claudia Lodesani, valente medico  infettivologo, incensurata.
Tornando  ai  conti  della Croce Rossa  Italiana, il  merito di  questo stato di cose  và a  chi  ha  sponsorizzato questa  geniale privatizzazione (che  stando  al  Tar del Lazio  sarebbe  pure incostituzionale), dando avvio a questa de-statalizzazione priva di logica del buon senso (e forse dell’onesta buona fede), che doveva prevedere anzitutto che prima di una qualunque riforma si conoscesse esattamente la situazione economico/patrimoniale, focalizzando obiettivi e strategie da mettere in atto per il loro raggiungimento (per inquadrare bene la situazione patrimoniale sarebbe bastata  una  banale “Due Diligence” contabile che  nessuno ha  mai pensato di fare).
Come pure merito dei  vari decreti legge ad personam, i decreti  “salva Croce Rossa”, il “Decreto Milleproroghe” etc etc. Il merito è tutto  dei  Governi  che  vanno da  Berlusconi  in  poi (ma  anche  prima). In  primis  il Governo Monti, a seguire il Governo Renzi e  dulcis in  fundo il  Governo  Gentiloni (casualmente noto una  preponderante area di  sinistra), che  hanno sostituito il  vecchio “carrozzone” della  C.R.I. con  una  carretta  sgangherata  che perde pezzi di  giorno in  giorno. Un carrozzone decrepito che  è  il perfetto specchio della  politica che l’ha  sostenuto. L’ennesimo caso di come anche stavolta  la cura si è  rivelata molto peggiore del male.  Per un pelo è quasi  caduto nel  tranello anche  il  nuovo governo  pentaleghista.  Ricordate l‘articolo  fantasma “pro Croce  Rossa” del Decreto  Fisco all’insaputa  di  tutti? (altri 84  milioni di  euro ch’erano pronti  a volatilizzarsi per continuare a foraggiare la gestione liquidatoria del  “carrozzone”).
Domanda  dell’uomo  della strada che  forse  potrebbe  condividere  anche Gino Strada: visto  che  stiamo parlando  di una montagna di  soldi  pubblici (ed  ora finalmente  c’è  il  “nuovo  che  avanza”), una bella  Commissione  d’inchiesta la  mettiamo su?
So già  la  risposta.