domenica 29 luglio 2018
Trump e la burocrazia della NATO, di Thierry Meyssan
Contrariamente al pensiero dominante, il vertice NATO non ha opposto gli Stati Uniti agli altri membri dell’Alleanza, bensì il presidente Trump all’alta amministrazione intergovernativa. Secondo Thierry Meyssan, il problema non è sapere se la personalità dell’inquilino della Casa Bianca venga o no apprezzata, ma se lo si appoggia perché eletto dal popolo o se gli si preferiscono i burocrati del sistema.

- Convocato nella residenza dell’ambasciatore degli Stati Uniti a Bruxelles dal presidente Donald Trump, il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, è stato pubblicamente redarguito perché incapace di salvaguardare la coerenza politica dell’Alleanza.
L’ingresso alla Casa Bianca, il 20 gennaio 2017, di un partigiano del capitalismo produttivo ha scompigliato l’ordine internazionale a discapito dei partigiani del capitalismo finanziario. L’imperialismo, fino a quel momento ciecamente difeso dai presidenti degli Stati Uniti al punto da farlo coincidere con la politica estera USA, si fonda ora sulle burocrazie, in primo luogo sulle compagini amministrative di NATO e UE.
Comportandosi coerentemente con quanto annunciato in campagna elettorale, Donald Trump è un eletto molto prevedibile. Non si possono invece fare pronostici sulla sua capacità di cambiare il sistema. Per il momento, non è stato assassinato, come lo fu John Kennedy, e nemmeno è stato costretto a dimettersi, come accadde a Richard Nixon [1]. Continua per la propria strada, avanzando di due passi e arretrando di uno.
Gli Occidentali l’hanno dimenticato, ma, in regime repubblicano, l’unico ruolo degli eletti è controllare le amministrazioni degli Stati che governano. Si è invece progressivamente imposto un “pensiero unico”, che ha trasformato gli eletti in alti funzionari e gli Stati in dittature amministrative. Il conflitto che oppone il presidente Trump agli alti funzionari dei predecessori è quindi un semplice tentativo di far ritorno alla normalità. È però anche un conflitto titanico, paragonabile a quello che oppose i due governi francesi durante la seconda guerra mondiale [2].
L’amministrazione NATO, scottata dal vertice del 25 maggio 2017 in cui Trump impose di aggiungere agli obiettivi dell’Alleanza la lotta al terrorismo, e da quello del G7 dell’8 e 9 giugno 2018, in cui Trump rifiutò di firmare la risoluzione finale, tenta ora di salvaguardare gli obiettivi dell’imperialismo.
In primo luogo, alla vigilia del vertice è stata firmata una Dichiarazione congiunta dell’amministrazione NATO e di quella dell’Unione Europea [3]. La NATO ha così voluto garantirsi l’osservanza del legame di subordinazione della UE alla NATO, sancito dall’art. 42 del Trattato di Maastricht. Hanno firmato la dichiarazione il presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, e il presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker. Il polacco Tusk proviene da una famiglia segretamente al soldo della NATO durante la Guerra Fredda; il lussemburghese Juncker è stato invece responsabile dei servizi segreti dell’Alleanza nel suo Paese (Gladio) [4]. Dopo che l’ex consigliere speciale di Trump, Steve Bannon, è andato in Italia per sostenere la formazione di un governo anti-sistema all’ostentato scopo di far saltare in aria l’Unione Europea, gli alti funzionari europei si sentono minacciati.
In secondo luogo, l’amministrazione NATO ha fatto firmare la bozza della Dichiarazione comune all’inizio del vertice, invece che alla fine [5]. La dottrina anti-russa dell’Alleanza non è stata quindi oggetto di discussione. Consapevole della trappola, il presidente Trump ha deciso di cogliere alla sprovvista i funzionari: mentre tutti i partecipanti si aspettavano una polemica sulla fiacca contribuzione finanziaria allo sforzo militare comune, Trump ha invece chiamato in causa il fondamento dell’Alleanza: la protezione dalla Russia.
Trump ha convocato il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, nella sede dell’ambasciata USA a Bruxelles e, di fronte alla stampa, ha fatto quest’osservazione: la Germania alimenta la propria economia con il gas del suo “amico” russo e, al tempo stesso, chiede di essere protetta dal suo “nemico”, la Russia. Rimarcando la contraddizione, Trump ha messo in secondo piano la questione del finanziamento, pur senza abbandonarla. Soprattutto, così facendo, a una settimana dall’incontro con il presidente Vladimir Putin, Trump ha svuotato di significato la lunga requisitoria contro la Russia, contenuta nella Dichiarazione di apertura del vertice.
Quest’osservazione di Trump era rivolta non tanto alla Germania, come invece hanno interpretato i commentatori della stampa, bensì allo stesso Stoltenberg: Trump ha voluto sottolineare la negligenza di questo alto funzionario che amministra la NATO senza porsi domande sulla ragion d’essere dell’Alleanza.
Lo scontro tra Casa Bianca e Bruxelles prosegue [6].
Da un lato, la NATO ha avallato la creazione di due centri di comando congiunti (a Ulm in Germania e a Norfolk negli Stati Uniti)… e un aumento del 10% del personale. Dal canto suo l’Unione Europea ha istituito la «Cooperazione Strutturata Permanente» (un programma dotato di autonomia, con un budget di 6,5 miliardi di euro), cui la Francia ha aggiunto l’«Iniziativa Europea di intervento» (un programma operativo). Contrariamente ai discorsi sull’indipendenza europea, queste strutture sottostanno al Trattato di Maastricht, sono quindi al servizio della NATO. Giovano solo alla complessità della burocrazia europea, per la più grande gioia degli alti funzionari.
Dall’altro lato, il presidente Trump ha discretamente iniziato il confronto con l’omologo russo, in vista del ritiro delle truppe russe e della NATO dalle rispettive linee di confine.
sabato 28 luglio 2018
Il caso Orlandi non avrà mai pace finché chi sa non si deciderà a parlare

Il caso Orlandi non avrà mai pace, finché chi sa non si deciderà a parlare. Non solo il Vaticano, ma anche la procura della Repubblica di Roma ha le sue colpe. Non si doveva archiviare l’inchiesta proprio nel momento in cui la magistratura stava per ottenere il dossier custodito al di là del Tevere. Le nuove rivelazioni del giornalista Fittipaldi aprono interrogativi sia che risultino veritiere come pure no. Fossero costruite ad hoc, chi vorrebbero colpire? Il portavoce di papa Francesco Greg Burke ha definito la documentazione “falsa e ridicola”. Mi sento di affermare che sussistono elementi ancora più gravi delle nuove presunte rivelazioni. Esempio: non appaiono false né ridicole le confidenze fatte a Pietro Orlandi da Paolo Gabriele, l’ex maggiordomo di Ratzinger, che avrebbe visto il dossier di Emanuela sulla scrivania di padre George. Ancora più sconcertante apparirebbe quanto confidato al fratello di Emanuela dal segretario di Stato Parolin, quando poco tempo fa gli ha sussurrato che lo stesso Papa ritiene il caso “troppo grave” per renderlo pubblico. Pietro è uscito dall’incontro sgomento. Quelle parole confermano che di sua sorella si sa, ma non se ne può parlare. Ecco perché la famiglia ha presentato un’istanza al Vaticano per un’audizione proprio con Parolin. Si renderà disponibile a testimoniare? Secondo me per essere sincero il cardinale ha peccato di ingenuità. Una cosa è certa: il dossier esiste. Infatti nel film da me diretto “La verità sta in cielo” riproduco per intero l’intercettazione del 12 ottobre 1983, in cui il vicecapo della vigilanza vaticana Raoul Bonarelli riceve l’ordine di non riferire ai magistrati italiani il possesso della documentazione su Emanuela “andata alla segreteria di Stato”.
Se il Vaticano dunque sa, il comportamento della procura romana non è da meno. Nella sequenza finale del film descrivo un fatto inedito: l’incontro tra il magistrato incaricato dell’inchiesta e un alto prelato, finalizzato alla consegna del dossier Orlandi in cambio della rimozione della salma del boss Enrico De Pedis dalla basilica di S. Apollinare, la cui sepoltura stava creando grave imbarazzo al Vaticano. Abbiamo ragione di credere che il magistrato in questione fosse Giancarlo Capaldo, il quale si è rifiutato di firmare la richiesta di archiviazione da parte del suo capo Giuseppe Pignatone. Non sappiamo chi fosse il prelato, anche se c’è ragione di credere che fosse proprio padre Georg. Nessuno, né alla procura né in Vaticano ha smentito tale sequenza, né potrebbero farlo: abbiamo prove inoppugnabili. Dunque perché l’archiviazione? Non voglio credere che siano fondate le parole della moglie Di Pedis confidate al telefono a Don Piero Vergari, il prete che ne ha proposto la sepoltura in chiesa. Le riproduco come da intercettazione: “il procuratore nostro sta archiviando tutto, è roba di pochi giorni, eh don Piè, resista!”. In una successiva intercettazione, la donna sottolinea con soddisfazione che il procuratore aggiunto Capaldo “è stato cacciato via… Pignatone sta facendo una strage ed era ora!”. E aggiunge che è stato fatto fuori anche il responsabile della squadra mobile Vittorio Rizzi, anche lui a capo dell’inchiesta. Sorprende che, in un periodo in cui le indagini erano ancora in corso (siamo nel 2012), la moglie di De Pedis conoscesse l’esito finale dell’archiviazione con un anticipo di ben 3 anni. È la prova che i corvi romani continuano a volare sopra le teste degli innocenti? In mezzo a tanta melma, la realtà traspare: lo stesso papa Francesco, pur così coraggioso, è costretto al silenzio. La scomparsa di Emanuela è chiaro che concerne alcuni collaboratori di Wojtyla. Non si possono rendere pubblici gli intrighi dell’entourage di un pontefice che è stato appena fatto santo? Pare senza grande convinzione da parte dello stesso Bergoglio. Se potessi dare un consiglio rivolgerei un appello: il caso Orlandi continuerà a perseguitarvi. Per il buon nome della Chiesa e della nostra magistratura, abbiate il coraggio della verità. Vedrete che alla fine sarete ripagati più della menzogna e del silenzio.
venerdì 27 luglio 2018
Pietro Orlandi racconta la storia di 35 anni
Pietro Orlandi racconta (5 luglio 2018) a Radio Cusano Campus “La Storia Oscura – Storia del crimine e della criminologia” la scomparsa di sua sorella Emanuela 35 anni dopo.
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“Chiediamo che dopo la magistratura italiana, sia quella vaticana a indagare sulla scomparsa di mia sorella aprendo un’inchiesta interna perché Emanuela tuttora è iscritta all’anagrafe vaticana, è una cittadina vaticana e perché è chiaro che all’interno del Vaticano ci sono delle persone che hanno avuto delle responsabilità su quello che è successo”.
“Purtroppo, Emanuela è stato un tassello in un sistema di ricatti che ha coinvolto lo Stato, la Chiesa e la criminalità e per criminalità intendo la Banda della Magliana e la mafia. Perché secondo me l’ipotesi più probabile rimane la montagna di soldi che la mafia tramite la Banda della Magliana, in particolare Enrico De Pedis, fece transitare nelle casse dello IOR e in quelle del Banco Ambrosiano di Calvi. Soldi che Giovanni Paolo II utilizzò per la causa polacca di Solidarnosc. Di conseguenza, il sequestro di mia sorella, in quanto cittadina vaticana, servì a fare pressione in certi ambienti del Vaticano. Emanuela probabilmente è stata l’oggetto di un ricatto molto forte nei confronti della Chiesa.

“Il Vaticano indaghi e dia risposte; se si sono sempre dichiarati non responsabili, dovrebbe essere nel loro interesse accertare come andarono le cose. Invece c’è sempre stata la volontà di insabbiare. E purtroppo, la magistratura italiana ha accettato passivamente questa volontà del Vaticano e non capisco perché visto che il capo della Procura di Roma nella richiesta di archiviazione ha scritto che ‘nonostante tutto esistono elementi indiziari che hanno avuto riscontro nel coinvolgimento di alcuni elementi legati alla Banda della Magliana nel sequestro di Emanuela Orlandi’. C’è qualcosa che non torna. E’ chiaro che c’è una volontà forte di chiudere la vicenda perché la verità è qualcosa che non deve uscire. Non a caso, l’anno scorso il Segretario di Stato cardinale Pietro Parolin quando lo incontrai mi ripetè una decina di volte che ‘purtroppo è una questione molto complicata’. Comunque, finchè non avrò la prova che Emanuela è morta per me sarà un dovere cercarla viva. Cioè per me è ancora viva perché non ho la certezza della morte. Non mi basta che Papa Francesco mi dica ‘Emanuela sta in cielo’. Il Pontefice me lo deve dimostrare perché se ad inchiesta aperta nel 2013 mi disse che Emanuela è morta, vuol dire che sa”.

giovedì 26 luglio 2018
Strage di Ustica, il depistaggio è (ri)partito

L’aveva chiesto il sindaco di Bologna Virginio Merola chiudendo il suo intervento in occasione del 38° Anniversario della Strage di Ustica: “e per favore non parlate in questi giorni di bomba”. Invece il depistaggio è partito, subdolamente, incuneandosi in spazi marginali e forse non osservati con la dovuta attenzione, in programmi radiofonici Rai senza contradditorio, in pagine interne di “prestigiose” testate nazionali o in edizioni provinciali con l’avvallo di Magistrati in pensione. Sempre basandosi su falsità, ma con un nuovo obiettivo, oltre sostenere la bomba, portare discredito sulle Sentenze della Magistratura civile che condannano i Ministeri di Trasporti e Difesa per i loro comportamenti legati alla Strage di Ustica.
Da anni si continua a sostenere la tesi bomba sulla base di una perizia che è stata in realtà bocciata a causa dei tanti errori riscontrati proprio dagli stessi Magistrati che l’avevano commissionata. Oggi si afferma che la Sentenza penale con la quale vengono assolti dal reato di alto tradimento i vertici dell’Aeronautica, asserisce che il DC9 è caduto per una bomba: ancora un falso.
La Sentenza infatti sottolinea che quello che è stato giudicato è, appunto, solo il reato di Alto tradimento, che nulla ha a che fare con la ricerca degli autori o delle cause della strage; i Generali sono stati rinviati a giudizio e processati per il reato di alto tradimento per non avere informato il Governo, nell’immediatezza dell’evento, della presenza di traffico americano in cielo, come risultava invece dalle telefonate della notte, della presenza di un tracciato radar con una indicazione di una manovra d’attacco al DC9 e poi dell’ipotesi di una esplosione che era stata paventata dai primi soccorritori.
Lasciatemi sottolineare che gli odierni paladini della bomba sono stati processati proprio per non aver dato indicazioni sulla possibilità di una bomba, ma per aver sostenuto la tesi del cedimento strutturale! Si sostiene il falso, ma bisogna denunciare con forza ad opinione pubblica e organi di informazione che siamo in presenza di una vera e propria operazione di depistaggio. Un’operazione di depistaggio perpetuata nel momento che è in corso una indagine della procura di Roma, alla quale si tende a togliere credibilità, e mentre sono in via di definizione processi civili sulle responsabilità dei Ministeri dei Trasporti e della Difesa.
Questo oggi è l’aspetto più preoccupante: affermando un inesistente contrasto di fondo tra Magistratura civile e Magistratura Penale si possono mettere in difficoltà davanti all’opinione pubblica collegi giudicanti. A me pare ancora importante fare queste precisazioni!
Daria Bonfietti. Presidente Associazione parenti vittime Strage di Ustica
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