lunedì 25 giugno 2018

Felicia Langer, sopravvissuta all'Olocausto e avvocato per i diritti dei palestinesi, muore in esilio a 87 anni

Felicia Langer ha combattuto, prima in Israele, poi in Germania, per l'applicazione del diritto internazionale da cui Israele si è escluso.


Non l'ho mai incontrata, l'ho chiamata solo due o tre volte al suo luogo di esilio, ma ricordo bene cosa fosse per me e per gran parte della mia generazione nella nostra gioventù sottoposta al lavaggio del cervello: un simbolo di odio per Israele, un nemico pubblico, una traditrice insultata e respinta. È così che ci è stato insegnato a considerare lei e alcuni altri primi dissidenti, e non ci siamo interrogati e non ci siamo preoccupati del perché.

Oggi, a 87 anni, è morta in esilio; la sua immagine brilla nei miei occhi attraverso la distanza del tempo e dello spazio. Felicia Langer, che è morta giovedì in Germania, era un'eroina, una pioniera e una donna di coscienza. Lei e alcuni dei suoi alleati non hanno mai ottenuto il riconoscimento che meritavano: e certamente non lo avranno mai.
In un luogo in cui sono ospitati gli "vecchi alunni" di un'organizzazione di terroristi ebrei - uno è un editore di giornali, un altro esperto di diritto religioso - e dove i razzisti auto-proclamati sono accettati come legittimi partecipanti nell'arena del dibattito pubblico come in nessun altro luogo, non c'è posto per i coraggiosi guerrieri della giustizia che hanno pagato un alto prezzo personale per aver tentato di guidare un campo che non è mai seguito.

Langer era una sopravvissuta dell'Olocausto polacco che ha studiato giurisprudenza all'Università ebraica di Gerusalemme. Dopo l'occupazione (dei territori palestinesi nel 1967), fu la prima ad aprire uno studio legale dedicato alla difesa delle vittime palestinesi. In questo, ha seguito un'illustre tradizione di ebrei che hanno combattuto l'ingiustizia in Sud Africa, America Latina, Europa e Stati Uniti.

Qui il suo senso di giustizia l'ha portata a entrare in conflitto con il suo stato. A volte, è addirittura riuscita: nel 1979, a seguito della sua petizione, l'Alta Corte di Giustizia ha bloccato un ordine di sfratto contro il sindaco di Nablus, Bassam Shakaa. Un anno dopo, un gruppo ebraico clandestino ha messo una bomba sotto la sua auto che ha distrutto le sue gambe, cosa che fece luce sulla giustizia israeliana.

Langer è stata una pioniera tra gli avvocati israeliani di coscienza che si sono mobilitati per difendere i diritti della popolazione occupata, ma è stata anche la prima a gettare la spugna, chiudendo il suo studio legale nel 1990 e andando in esilio. In un'intervista del 2012 con il documentarista Eran Torbiner, ha spiegato: "Ho lasciato Israele perché non potevo più aiutare le vittime palestinesi con il sistema legale esistente e il disprezzo del diritto internazionale che avrebbe dovuto proteggere le persone che difendevo, non potevo agire. Ero di fronte in situazione disperata". Ha detto al Washington Post che "non poteva più essere una foglia di fico per questo sistema".

Ha detto che non ha cambiato il suo fronte, solo il suo posto sul fronte, ma il fronte è attualmente al suo punto più basso. L'occupazione è radicata come non mai e quasi tutti i suoi crimini sono stati legittimati.

Langer arrivò alla conclusione che le cose erano senza speranza. Apparentemente, aveva ragione. La lotta nelle corti militari era destinata al fallimento. Non ha possibilità di successo perché i tribunali militari sono soggetti solo alle leggi dell'occupazione e non alle leggi della giustizia. Il procedimento non implica altro che un rituale vuoto e falso.

Persino il sistema di giustizia civile, retto dall'alta corte di giustizia di cui si esaltano i meriti, non è mai stato dalla parte delle vittime e copntro i crimini dell'occupazione. Qui e là, sono stati emessi ordini restrittivi, qui e là le azioni sono state ritardate. Ma negli annali dell'occupazione, la Corte Suprema d'Israele sarà ricordata come il primo strumento di legittimazione dell'occupazione e come un abietto collaboratore dell'esercito. Dato questo stato di cose, Langer forse non aveva nulla da fare qui. Questa è una conclusione singolarmente deprimente.

Contro cosa ha combattuto questa donna valorosa e coraggiosa? Contro la tortura da parte del servizio di sicurezza Shin Bet in un momento in cui non si credeva nell'esistenza di tale tortura, eppure era all'apice della sua crudeltà. Ha combattuto contro l'espulsione di attivisti politici, contro i falsi arresti, contro le demolizioni di case. Soprattutto, ha combattuto per l'applicazione della legge internazionale che Israele ha deciso di eludere per ragioni incredibili. È quello per cui ha combattuto ed è per questo che è stata considerata un nemico pubblico.
Nella sua vecchiaia, suo nipote gli disse che alla fine i palestinesi vinceranno e otterranno il loro stato. "Non lo vedrai, ma lo vedrò", promise a sua nonna. Alla fine, il nipote resterà deluso, così come la sua distinta nonna.



Per concessione di Tlaxcala
Fonte: https://tinyurl.com/yaq8yxy5 
Data dell'articolo originale: 24/06/2018
URL dell'articolo: http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=23663

Golpe europeo contro la libertà del web, l’Italia si opponga

Günther Oettinger Il diavolo non è poi brutto come lo si dipinge? In compenso, l'Unione Europea è peggio: come un monarca dispotico, ordina che sia imbavagliato il bambino che si è permesso di gridare che "il re è nudo". Così, esercitando un arbitrio che ha la forza grottesca di un sopruso arcaico, Bruxelles prova a spegnere le antenne del popolo, quelle che i cittadini-elettori hanno ascoltato per poi decidere da chi farsi governare. E' pensabile, una Brexit senza il web? E' immaginabile una vittoria di Trump senza i social media? E una sconfitta di Renzi senza Facebook? Un governo "gialloverde" senza la Rete? No, appunto. Ed è per questo che il potere centrale del nuovo Sacro Romano Impero – con i suoi complici principali, i grandi media – sta preparando la spallata finale alla libertà di Internet: il divieto di far circolare idee, parole e immagini – tramite link, come finora si è fatto – sotto minaccia di violazione del copyright. Un bavaglio medievale, universale, bloccando alla fonte ogni notizia tramite filtri sulle piattaforme di distribuzione, cominciando da Google e Facebook. In pratica: la fine del web come l'abbiamo conosciuto, fondato sulla libera circolazione (immediata) di segnalazioni, opinioni, fatti e analisi, contenuti normalmente oscurati da giornali e televisioni.

Un gesto orwelliano, da tirannide asiatica d'altri tempi: è il 2018, eppure l'Unione Europea è questa. Non riconosce cittadini, vuole soltanto sudditi. E ha una paura maledetta che i sudditi si ribellino, ridiventando cittadini. Il killer prescelto per l'operazione è ovviamente tedesco e risponde al nome di Günther Oettinger, il simpaticone che – all'indomani del voto italiano del 4 marzo – spiegò che sarebbero stati "i mercati", o meglio i signori occulti dello spread, a insegnare agli italiani come votare nel modo giusto, evitando cioè di rinnovare la loro fiducia a gentaglia come Salvini e Di Maio. Come sempre, Bruxelles cerca di ammantarsi di una parvenza di legalità: la Commissione Europea, organismo non-eletto e forte di poteri paragonabili a quelli delle "giunte militari" di sudamericana memoria, stavolta utilizza la foglia di fico del Parlamento Europeo (eletto, ma senza potere) per ricevere l'ipotetica legittimità politica dell'abuso, che verrebbe incoraggiato con il voto di Strasburgo il 4 luglio. Da qui il conto alla rovescia della petizione lanciata da Claudio Messora su "ByoBlu" e ripresa da "Change.org", che in pochi giorni ha raccolto quasi mezzo milione di firme, in Italia, per tentare di convincere gli europarlamentari a non votare il piano Oettinger, in base al quale non sarebbe più possibile far circolare, su blog e social, i testi, le idee e le immagini che in questi anni hanno fatto informazione.

L'intento è evidente: "spegnere" le fonti che hanno sopperito al colpevole silenzio dei grandi media, sostituendo in modo prezioso la non-informazione di giornali e televisioni, canali mainstream reticenti e omertosi, largamente difettosi quando non direttamente mafiosi, docili strumenti nelle mani di editori collusi con il potere centrale che trama contro le democrazie per svuotarle e depredarle. Senza informazione non c'è democrazia, ed è normale quindi che l'oligarchia si premuri innanzitutto di imbavagliare la libertà di espressione. Prima hanno ridotto i giornali a carta straccia, e le televisioni a salotti tragicomicamente impermeabili a qualsiasi verità. E ora, dato che il pubblico ha aggirato i grandi media rivolgendosi al web – in Italia il 50% dei cittadini dichiara di informarsi ormai solo sulla Rete – ecco il supremo bavaglio a Internet, con l'espediente della tutela del copyright. Con l'alibi della (giusta) sanzione contro gli abusi, si mette il bavaglio alla prima fonte di notizie per 30 milioni di Claudio Messorapersone, nel nostro paese. Difficile credere che un simile attentato alla libertà possa essere accettato come costituzionale, in Italia.

Beninteso: è più che legittima la tutela del copyright, ove si impedisca di eseguire dei pedestri copia-e-incolla non autorizzati. Ma il legislatore Ue va ben oltre: impedirà addirittura che, su blog e social, vengano caricate segnalazioni ipertestuali: in pratica, sarebbe la fine dei link, cioè dell'anima stessa di Internet. Vietato riportare frasi, estratti, dichiarazioni. Vietato certificare le fonti di provenienza. Vietato veicolare – mediante collegamento diretto – i contenuti più interessanti. In altre parole: la fine del web, la morte della libertà d'opinione. Il sovrano europeo pensa di fermare, letteralmente, l'orologio della storia: vuol far diventare lento e disfunzionale ciò che oggi è veloce, immediato. Una pazzia anacronistica, come quella di chi schierasse i carri armati nelle strade. L'essenza stessa del web è la rapidità, la circolazione di notizie in tempo reale. E il web è diventato anche il più potente vettore economico del nostro tempo: ostacolarlo No al bavagliosignifica arrecare un danno di portata incalcolabile alla dinamica economica del terzo millennio, riportando l'Europa al medioevo anche sul piano civile, oltre che politico.

Non è strano che a organizzare il golpe sia l'Unione Europea, che i suoi carri armati (finanziari) li ha già spediti ovunque, a fare strage di democrazia. Resta da vedere come reagiranno le anime morte del Parlamento Europeo il 4 luglio, sotto la pressione dell'opinione pubblica. E soprattutto: c'è da capire come risponderà, al golpe, il governo italiano. Salvini "esiste" soprattutto su Twitter, i 5 Stelle sono nati dalla Rete. Il cielo stellato è stato inquadrato dal cannocchiale di Galileo, che adesso l'ultima reincarnazione del cardinale Bellarmino – il fantoccio Oettinger e i suoi mandanti – sta per fare a pezzi. Questa Ue si comporta come una dittatura di colonnelli: nasce morta e condannata dalla storia. E' destinata alla sconfitta, ma a che prezzo? Quanto durerebbe, il blackout, prima del ripristrino della democrazia? Quanti altri danni produrrebbero, nel frattempo, i golpisti del web? Nessun aiuto, intanto, da giornali e televisioni: gli operatori ufficiali dell'informazione, ancora una volta, tacciono. Non una parola, da loro, sulla più importante notizia – la peggiore – che abbia investito il pubblico italiano. Tacciono, giornali e televisioni, sul golpe in atto. Sperano, probabilmente, che il colpo di Stato riesca. Si comportano come fossero complici dei golpisti. Se c'è un'occasione per dimostrare che il "governo del cambiamento" non è solo un modo di dire, è questa: se c'è un "no" che l'Italia deve pronunciare, forte e chiaro, è proprio questo, contro il golpe che vorrebbe spegnere il web.

(Su Change.org la petizione contro il bavaglio al web che l'Ue vorrebbe imporre).

Fonte: www.libreidee.org

Il miglior modo per salvare il pianeta? Lasciate perdere carne e latticini


L’allevamento animale a scopo alimentare è una minaccia per tutte le forme di vita sulla Terra e la bistecca “allevata al naturale” è la peggiore di tutte.
Se gli esseri umani sopravviveranno a questo secolo o al prossimo, se altre forme di vita potranno coesistere insieme a noi, questo dipende sopratutto dal modo in cui mangiamo. Potremmo ridurre tutti gli altri nostri consumi praticamente a zero e tuttavia porteremmo ancora al collasso il nostro sistema, a meno di non cambiare le nostre abitudini alimentari.
Tutte le prove puntano ora in un’unica direzione: la transizione fondamentale dovrebbe riguardare il passaggio dalla dieta animale a quella vegetariana. Un lavoro pubblicato la settimana scorsa su Science dimostra che, anche se alcune produzioni di carni e latticini sono più dannose di altre, sono tutte quante più nocive per l’ecosistema della coltivazione delle proteine vegetali. Dallo studio emerge che l’allevamento animale impegna fino all’83% del terreno arabile mondiale, ma contribuisce solo per il 18% al nostro fabbisogno calorico. Una dieta basata su prodotti vegetali ridurrebbe del 76% l’utilizzo delle aree agricole e dimezzerebbe i gas serra e gli altri inquinanti prodotti dall’industria agroalimentare.
Questo è dovuto in parte all’estrema inefficienza dell’alimentazione animale tramite granaglie: la maggior parte del loro valore nutritivo si perde nella conversione da proteine vegetali a proteine animali. Questo rafforza la mia affermazione che, se volete mangiare meno soia, allora dovreste mangiare soia: il 93% della soia consumata (che contribuisce alladistruzione di foreste, savane e paludi) la troviamo (trasformata in proteine animali) nella carne, nei latticini, nelle uova e nel pesce, e la maggior parte di essa va perduta durante la conversione. Quando la mangiamo direttamente, è sufficiente molto meno terreno arabile per fornire la stessa quantità di proteine.
Ancora più dannosa è la carne “allevata al naturale”: l’impatto ambientale della conversione dell’erba a carne, ribadisce l’articolo, “è enorme, qualunque sia il metodo di produzione utilizzato oggi.” Questo perché occorre così tanta terra per ogni bistecca o braciola da pascolo. In tutto il mondo il terreno da pascolo è circa il doppio di quello destinato alla produzione agricola, ma fornisce solo l’1,2% delle proteine di cui ci nutriamo. Anche se molti di questi pascoli non possono essere utilizzati per la produzione agricola, possono essere però usati per la rinaturalizzazione, permettendo il recupero di molti ricchi ecosistemi distrutti dall’allevamento animale, assorbendo l’anidride carbonica dall’atmosfera, proteggendo i bacini idrici e fermando sul nascere la sesta grande estinzione. Il terreno che dovrebbe essere riservato alla conservazione della vita umana e di tutti gli altri esseri viventi del pianeta è ora utilizzato per produrre un minuscolo quantitativo di carne.
Ogni volta che sollevo il problema cruciale della resa per ettaro, vengo colpito con un fuoco di sbarramento di insulti e vituperi. Ma non me la sto prendendo con gli allevatori, faccio solo notare che i conti non tornano. Non possiamo sfamare la crescente popolazione mondiale e neppure proteggere le diverse forme di vita con l’allevamento animale. Carne e latticini sono una stravaganza che non possiamo più permetterci.
Non c’è modo di uscirne. Quelli che affermano che i sistemi di allevamento “rigenerativi” o “olistici” imitano la natura si ingannano da soli. Si basano sulle recinzioni, mentre in natura gli erbivori selvatici si muovono liberamente, spesso su grandi distanze. Escludono o eliminano i predatori, che sono essenziali al buon funzionamento di tutti gli ecosistemi. Tendono ad eliminare i germogli vegetali e fanno in modo che venga a mancare quel complicato mosaico di vegetazione arborea, tipico di molti ecosistemi naturali, essenziale per l’esistenza di una grande varietà di vita animale.
L’allevamento industriale esige attacchi sempre più grandi al mondo vivente. Guardate al massacro dei tassi in Gran Bretagna, che ora, grazie alle richieste sbagliate dei produttori lattero-caseari, si sta espandendo in tutto il paese. La gente mi chiede come giustificherei il ritorno dei lupi, sapendo che ucciderebbero qualche pecora. Io chiedo loro come giustificano l’eradicazione dei lupi e di tanta altra fauna selvatica per far posto alle pecore. L’azione più importante che possiamo fare a favore dell’ambiente è ridurre l’entità del territorio utilizzato dall’allevamento.
A meno che non siate in grado di cucinare bene, e molte persone non hanno le capacità e neppure lo spazio per farlo, una dieta vegetariana può essere noiosa o costosa. Abbiamo bisogno di pasti pronti vegani migliori,  più economici e di semplici sostitutivi della carne. Il passo importante verrà con la produzione industriale di carne artificiale. Ci sono molte obiezioni. La prima è che l’idea di una carne artificiale è disgustosa. Se la pensate così, vi invito a dare un’occhiata a come i vostri salsicciotti, hamburgher e bocconcini di pollo vengono attualmente allevati, macellati e trattati. Avendo lavorato in un allevamento intensivo di suini, ho una certa conoscenza di tutto quello che potrebbe sembrare disgustoso.
La seconda obiezione è che la carne sintetica pregiudica la produzione locale di cibo. Forse quelli che fanno affermazioni di questo genere non sanno da dove arriva il mangime per animali. Far passare della soia argentina attraverso un maiale delle vostre parti non la rende di certo più “locale” di quella destinata direttamente all’alimentazione umana. La terza obiezione è più seria: la carne artificiale si presta alla concentrazione industriale. Di nuovo, l’industria dei mangimi animali (e, in modo sempre crescente, la zootecnia) è diventata preda dei grandi complessi di imprese. Ma dovremmo lottare per far sì che la carne sintetica non segua la stessa strada: in questo settore, come in altri, abbiamo bisogno di severe leggi anti-trust.
Questa potrebbe anche essere l’opportunità per rompere la nostra totale dipendenza dai fertilizzanti azotati sintetici. Tradizionalmente, la produzione agricola e l’allevamento animale si integravano tramite dall’utilizzo del letame. L’abbandono di questo sistema ha portato ad una riduzione della fertilità del suolo. Lo sviluppo dei fertilizzanti industriali ci ha salvato dalla carestia, ma con un costo ambientale assai salato. Al giorno d’oggi, il legame fra bestiame e territorio è saltato quasi ovunque: i campi vengono coltivati tramite prodotti chimici industriali, mentre le deiezioni animali si accumulano, inutilizzate, in lagune puzzolenti, distruggono i fiumi e creano zone morte nei mari. Nel suolo, tutto questo rischia di accelerare la resistenza agli antibiotici.
Passando ad una dieta di tipo vegetale, instaureremmo una sinergia positiva. La maggior parte delle coltivazioni ad alto contenuto proteico, piselli e fagioli, catturano l’azoto dall’atmosfera, si autofertilizzano ed aumentano nel terreno la concentrazione dell’azoto, che può così essere utilizzato dalle coltivazioni successive, come cereali o piante oleaginose. Anche se il passaggio alle proteine vegetali difficilmente potrà eliminare la necessità, a livello mondiale, dei fertilizzanti artificiali, il lavoro pionieristico dei bioagricoltori vegani, che utilizzano solo compost a base di vegetali (e il meno possibile di fertilizzanti di altro tipo) dovrebbe essere sostenuto da studi che le autorità non sono, a tutt’oggi, riuscite a finanziare.
Ovviamente, tutta l’industria dell’allevamento si opporrà ad una cosa del genere, usando quelle immagini bucoliche e quelle fantasie pastorali con cui ci hanno infinocchiato per così tanto tempo. Ma non possono costrigerci a mangiare la carne. La scelta dobbiamo farla noi. Ogni anno che passa diventa sempre più facile.
George Monbiot
Tradotto da Markus per www.comedonchisciotte.org

domenica 24 giugno 2018

Piera Aiello mostra il suo volto. La collaboratrice di giustizia, oggi deputata, non ha più paura


Per ventisette anni ha vissuto lontano dalla sua terra, la Sicilia. Oggi, 13 giugno, Piera Aiello scopre il suo volto, e con esso la sua grinta, la sua sete di verità e giustizia. Per lei oggi è una nuova vita.
Nata a Partanna (Trapani) il 2 luglio 1967; la sua storia inizia quando all’età di 14 anni conosce Nicolò Atria. Piera e Nicolò provenivano da culture diverse e questo provocava, nonostante l’affetto che li univa, forti disaccordi. Le radici mafiose di Nicola (Nicolò) erano talmente forti da essere coinvolto in un gioco spietato e immorale. Un gioco partito dall’uccisione del padre, il boss don Vito Atria, avvenuta il 18 novembre 1985 a soli nove giorni dal loro matrimonio. Lo spirito della vendetta, tipico di chi nasce e cresce in un ambiente intriso di mafia, aveva spinto Nicola a commettere l’errore più grande della sua vita: tentare di vendicare il padre con i mezzi della mafia.

“Io fui scelta da mio suocero, non da mio marito, cercai in tutti i modi di dissuadere mio marito dal tentativo di vendicare la morte di suo padre, ma non ci fu nulla da fare”, riferisce Piera in un’intervista. “Lui, Nicola, era immischiato nello spaccio di droga e girava armato. Quando provavo a dirgli di smettere con questa vitalui mi picchiava“. Nicolò Atria è stato ucciso il 24 giugno 1991sotto gli occhi di Piera.
Dopo la sua morte Piera è stata perseguitata e sorvegliata a vista dai mafiosi implicati nell’omicidio del marito. Venne avvicinata da un suo amico carabiniere e dal Sostituto Procuratore di Sciacca, Morena Plazzi, la quale la portò a Terrasini per farle conoscere il Procuratore Capo della Procura della Repubblica di Marsala Paolo Borsellino.
“A quel tempo non sapevo cosa significasse collaborare con la giustizia. Quando incontrai Paolo Borsellino – dice Piera – non avevo idea del ruolo che ricopriva e soprattutto non mi rendevo conto dell’importanza di quell’incontro. Dopo quell’incontro Paolo Borsellino per me non rappresentò solo il magistrato che si occupava delle mie testimonianze, ma diventò un amico, un padre a cui aggrapparsi nei momenti di sconforto (e sono stati tanti!). La mia sete di giustizia non inizia, come tanti potrebbero pensare, il giorno dopo l’omicidio di mio marito. Infatti, solo qualche mese prima, avevo partecipato ad un concorso per agente di polizia. Mio marito non fu contrario, mi disse che poteva far comodo, dopo tutto, un poliziotto in famiglia, ma quando gli dissi che se non si sistemava la testa, lui sarebbe stato il primo che avrei sbattuto in galera, quel giorno per l’ennesima volta, mi picchiò“...

...continua su Il Fatto Quotidiano:
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sabato 23 giugno 2018

SULL’ORLO DELLA TOMBA DI INTERNET – ControRassegna Blu #18



FIRMA ANCHE TU PER CHIEDERE AI PARLAMENTARI EUROPEI DI NON RATIFICARE LA DIRETTIVA SUL COPYRIGHT CHE DISTRUGGERÀ LA RETE: https://www.byoblu.com/firma-per-evitare-la-distruzione-di-internet/
SCARICA QUESTA CONTRORASSEGNA E RICARICALA SUI TUOI SOCIAL OPPURE INVIALA VIA WHATSAPP A TUTTI I TUOI AMICI. PUOI SCEGLIERE TRA LA VERSIONE HD O QUELLE IN BASSA RISOLUZIONE, ADATTE AL TUO SMARTPHONE: https://www.byoblu.com/preleva-e-diffondi-la-controrassegna-blu/

Mancano 12 giorni alla distruzione della rete per come la conosciamo. Firma adesso …o mai più!

Sta succedendo qualcosa, qualcosa che forse non tutti sanno, e non lo sanno perché quelli che dovrebbero informarli sono interessati a mantenere un basso profilo. Qualcosa riguarda internet e le nostre libertà. Siamo ormai abituati agli attacchi alla rete che arrivano dal nostro Parlamento, il Parlamento italiano, ma questo viene da molto, molto più in alto. Per la precisione, dal Parlamento europeo.
Ieri la Commissione Affari Legali del Parlamento europeo, dopo 21 mesi di discussioni sulla legge sul Copyright, era chiamata a decidere: se accettare la cosiddetta versione del piano Oettinger/Voss, ovvero quella della tassazione sui link e sulla censura preventiva, oppure la versione più ragionevole di buon senso dell’eurodeputato dei verdi tedeschi Julia Reda. E, manco a dirlo, ha votato per l’alternativa di Oettinger/Voss, Oettinger era quello, tutti lo ricorderete, che disse che i mercati avrebbero insegnato all’Italia come votare.
Cosa significa? Significa che se il 4 di luglio il Parlamento europeo riunito in plenaria a Strasburgo, stante il parere favorevole di ieri della Commissione, dovesse votare per la ratifica di questa legge sul Copyright, beh! Da quel momento in poi, se caricherete un contenuto vostro sul web, potreste incorrere in spiacevoli messaggi come: “non avete una licenza per questa regione, per questo contenuto”, oppure il caricamento è stato disabilitato perché “le probabilità di violazione del copyright sono elevate”, o che “è necessario attendere mentre le foto delle vostre vacanze vengono caricate, perché prima devono essere confrontate con tutto lo scibile umano degli scatti fatti dai detentori dei diritti”. A questo potrebbe ridursi il dibattito in Rete!
Prendiamo ad esempio l’articolo 11, che instaura la cosiddetta “tassa sui link”. Non stiamo parlando, a scanso di equivoci di film o di canzoni o di interi libri, ma stiamo parlando del testo che, citato testualmente si riferisce, “anche ai più piccoli frammenti di articoli contenenti notizie”, che “devono avere una licenza”. Avete presente quel piccolo testo di anteprima che appare a fianco o sotto a un link, in mancanza del quale nessuno sano di mente si sogna di cliccare? Ecco, anche quello dovrebbe disporre di un’adeguata licenza!
Ma sentite cosa dice l’articolo 13. “Le piattaforme online sono responsabili per le violazioni del copyright dei loro utenti” e “devono in ogni caso implementare filtri preventivi sugli upload”. Significa che gli algoritmi rigetteranno a priori qualunque contenuto che “potrebbe” violare il copyright, prima ancora che appaia online. Ma gli algoritmi non sono immuni ai falsi positivi e non possono certamente distinguere gli usi ammissibili, come le parodie, i meme, il diritto di critica… Non c’è nessuna concessione al concetto stesso di “Fair Use”. Ecco, ad esempio sarà impossibile pubblicare la foto di chicchessia con una scritta sotto, appunto i meme, a meno che quella foto non l’abbiate scattata voi stessi, e anche così sarete comunque giudicati “colpevoli” a meno che non vi dimostriate “innocenti” e non conduciate lunghe battaglie per riportare online i vostri contenuti. Anche questa ControRassegna diventerà impossibile da realizzare, a meno che di non tagliare qualunque immagine e di non trasformarsi in un grande media televisivo. E chissà, se questa legge dovesse essere retroattiva, chissà quanti canali, a milioni verranno oscurati nei prossimi mesi. Inoltre, chi è che ne trarrà vantaggio? Non tanto gli editori, come ci si potrebbe aspettare, perché già analoghe leggi in Spagna e in Germania hanno dimostrato che questa politica porta, in realtà, a un calo delle letture e degli articoli. Invece, andrà bene per chi ha i mezzi e le tecnologie per implementare questi potenti algoritmi, questi filtri. Chiaramente parliamo di Google e Facebook, mentre tutte le altre piattaforme dovranno disabilitare la possibilità di caricare anche dei semplici link. Quindi i monopolisti diventeranno ancora più monopolisti.
Tim Berners-Lee, l’inventore del World Wide Web, ha dichiarato che questo è “un passo senza precedenti verso la sorveglianza e il controllo automatizzati”. E perfino il relatore alle Nazioni Unite che si occupa della libertà di opinione e di espressione, ha detto che andiamo verso una “censura preventiva” che “restringerà la libertà di espressione”.
Ho chiesto a Guido Scorza, avvocato esperto di questioni della Rete e che i lettori di byoblu.com conoscono bene, di esprimere le sue considerazioni. Eccole:
Alcune delle norme contenute nella proposta di direttiva approvata ieri dalla Commissione Giuridica del Parlamento europeo sono pensate male e scritte peggio, in maniera sciatta, approssimativa, di difficile applicazione. È una classica norma contro: è stata scritta pensando a Google e soci. Ma dovrà trovare necessariamente applicazione nei confronti di tutti, anche della più piccola delle start up. Si consegna a Google e soci il compito di decidere quali contenuti possono restare on line e quali, viceversa, potranno essere rimossi. Ed è esattamente quello che succederà, perché saranno loro a decidere quando rischiare una causa per violazione del diritto d’autore e quando non rischiarla. La rischieranno quando l’utente ha le spalle larghe e non la rischieranno quando l’utente non ha le spalle larghe. Ci sarà meno libertà d’informazione per tutti. La partita è ancora aperta, in Parlamento si vota probabilmente il 4 luglio: parliamone, parliamone, parliamone!
E allora parliamone! In Rete ci sono già oltre 50 mila tweet con l’hashtag #SaveYourInternet. E non è un caso se proprio il 4 di luglio viene già considerato Il Giorno dell’Indipendenza della Rete. Cosa possiamo fare? Beh! Innanzitutto far sapere agli eurodeputati, che voteranno il 4 di luglio a Strasburgo che noi il piano Oettinger non lo vogliamo. Byoblu si è già attrezzato con la sua raccolta firme, e gliela faremo avere. E allora guardate questo video, ricondividetelo, scaricatelo, ricaricatelo sui vostri profili e, mi raccomando, firmate e fate firmare. Forse non servirà a niente, ma ricordatevi che non si può mai sapere qual è la goccia che alla fine fa traboccare il vaso.

USA: Bambini in gabbia… da vent’anni

Scandalo mondiale per le famiglie di immigrati che in USA vengono separate al confine. Ma è proprio tutta colpa di Trump? Vediamo com’è andata davvero.
E’ su tutti i giornali: non si parla che della discutibile legge americana che divide le famiglie di immigrati che passano il confine, e relega i minori in apposite “gabbie” per mantenerli separati dagli adulti. Visto che tale spietata prassi sta facendo inorridire il mondo intero, proviamo a fare una breve ricostruzione della sua storia. Le origini risalgono all’ormai lontano 1997, quando alcuni attivisti dei diritti umani fecero ricorso in tribunale contro la detenzione comune degli immigrati clandestini minorenni insieme agli adulti. Nacque così il “Flores settlement”, che stabiliva come i bambini -accompagnati o meno- dovessero godere di trattamenti particolari e cure a loro riservate, e quindi tenuti in aree apposite separate da quelle degli adulti. In seguito, l’amministrazione Bush indurì pesantemente la politica di detenzione e respingimento degli immigrati, trasformando i centri di “accoglienza” in veri e propri sistemi carcerari, dove i bambini dovevano addirittura indossare le divise arancioni dei detenuti. Come racconta il New York Times, poi, l’amministrazione Obama abolì i centri di detenzione familiari nel 2009 per ripristinarli però in tutta fretta nel 2014, in seguito ad un aumento dei flussi immigratori. Il Times in un lungo articolo del 2015 corredato di fotografie racconta proprio la tragica esistenza di bambini e donne in questa sorta di lager. E proprio a quel periodo risalgono molte delle immagini che vediamo oggi sui media, come denuncia anche l’inglese Independent: ad esempio, il video di questi bambini che dormono nelle gabbie risale a 4 anni fa, il 2014, quando Obama era presidente.
Ciò significa che Trump è innocente? Nessuno lo è, quando si tratta di maltrattamenti agli innocenti: Trump infatti non aveva fatto nulla in proposito, fino a oggi, quando è stato costretto a firmare per porre fine a questa odiosa prassi. Prassi che è colpa, però, di molti governi americani, e non solo il suo.

Toscani, i Benetton, i migranti e i Mapuche

Oliviero Toscani ne ha combinata un’altra delle sue: ha usato un’immagine di migranti su un gommone per una pubblicità Benetton. Toscani, che è molto attivo sui social per le sue idee a favore dell’immigrazione, con questa iniziativa ha provocato una valanga di polemiche: non solo, come prevedibile, ha protestato il ministro Salvini, ma persino la ONG proprietaria dell’immagine si è detta scandalizzata per l’uso commerciale di persone in difficoltà.
Ma Toscani e Benetton non sono nuovi a questo genere di provocazioni: qualcuno infatti ricorderà un altro scatto pubblicitario che fece scalpore nel 1991: ritraeva il barcone dei primi emigranti dall’Albania. Intanto, molti utenti in Rete annunciano il boicottaggio dei prodotti Benetton, per protesta contro tali prese di posizione politiche. Ma forse, ancora più opportuno sarebbe un boicottaggio contro l’ipocrisia: i paladini dei diritti umani Benetton, infatti, nel 1991 hanno acquistato 900 mila ettari in Patagonia, scacciandone la tribù India dei Mapuche che aveva la sfacciataggine di voler continuare a vivere dove risiede da sempre. I Mapuche, che non si sono arresi, combattono per la loro terra da quasi trent’anni: sicuramente i Benetton si augurano che, un bel giorno, si decidano tutti ad emigrare.

Basilicata: addio parco, arriva la centrale

“Così muore la bellezza”, questo è il drammatico titolo che usa il giornale online Basilicata24. Non avremmo saputo dire meglio per descrivere cosa sta accadendo ad Oppido Lucano, dove si devasta un parco archeologico per fare posto ad una centrale eolica. Oppido Lucano conserva preziosi tesori venuti alla luce nel corso di importanti scavi archeologici, reperti di una necropoli risalente al VI e IV secolo a. C., e inoltre vanta un paesaggio splendido e tipico della terra lucana. Qualche sacrificio si deve pur fare in nome dell’energia pulita, qualcuno commenterà. Sì: ma si tratta davvero di energia pulita? Oppure del solito business, in una zona dove c’è poco vento ma molti incentivi? Peggio ancora, sembra che in tale business siano coinvolte società intrecciate in tante scatole cinesi ma che di cinese hanno proprio poco, visto che sono tutte tedesche. Intanto, guardate il video: questo è ciò che sta accadendo nella terra dei lucani, cioè nella nostra terra. Ci auguriamo che non debba finire così.

Julian Assange: da 6 anni rinchiuso, per aver detto sempre la verità

19 giugno 2018: sono trascorsi 6 lunghissimi anni da quando Julian Assange è entrato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, e non ne è più uscito. Come ogni anno, anche stavolta tanti attivisti si sono riuniti sotto l’ambasciata ecuadoregna per chiedere la “liberazione” del giornalista più famoso del mondo. Ma liberazione da cosa, da chi? Julian è entrato spontaneamente nella sua prigione, anzi “spintaneamente”: spinto dalla Svezia, con le sue inchieste su presunte molestie poi rivelatasi mai avvenute; da gli USA, dove Hillary Clinton chiese “ma non potremmo semplicemente mandargli un drone”?; l’Inghilterra, le cui spie brulicano nei dintorni del rifugio di Assange; e persino l’Ecuador, che gli ha offerto asilo e poi l’ha tagliato fuori dal mondo. D’altronde lo stesso Dipartimento di Stato USA lo considerava il più pericoloso dei reporter, e come racconta John Pilger aveva progettato di distruggerne l’immacolata reputazione. Reputazione che gli ha consentito, tra le mille rivelazioni, anche di esporre i legami tra la Fondazione Clinton, l’Arabia e il Qatar. Cosa sarà di Julian Assange? Non si sa. Ma l’australiano ha di certo ancora molte frecce al suo arco, ovvero documenti riservati e scottanti. Qualcuno chiede per lui un perdono da parte di Trump: e se dovesse arrivare, saranno in parecchi a tremare.

Greenpeace: caccia alla plastica in mare

Oggi comincia l’estate, e già tira aria di vacanze. Non vediamo l’ora di sdraiarci in spiaggia… ma riusciremo ad essere davvero spensierati, sapendo che ogni minuto si sversa in mare l’equivalente di un camion di plastica? Certo che no! Per tutti i “preoccupati dell’ambiente”, allora, Greenpeace lancia l’iniziativa giusta: Plastic Radar. Un numero speciale whatsapp dove inviare foto e localizzazione della plastica che avvistiamo in mare e sulle spiagge. Greenpeace userà tutte le nostre segnalazioni per le ricerche sulla tipologia di plastiche reperibili su fondali e spiagge, ma soprattutto per individuare i marchi più responsabili dell’inquinamento. Potrete poi seguire sul sito i progressi in tempo reale e vincere premi: insomma un giochino estivo, ma che ha una sua utilità per comprendere cosa succede all’ambiente. Però ricordatevi anche di gettare nei cestini i rifiuti in plastica dopo averli fotografati… altrimenti sarà come svuotare il mare con un colino!
Fonte: www.byoblu.com

La piramide del fenomeno migratorio

Si dice spesso che quello dell'immigrazione sia "un problema complesso", e che non lo si possa quindi risolvere con una semplice formula di due righe.
Questo è verissimo, ma quando poi si cerca di analizzare questa complessità ci si trova davanti ad un garbuglio intricato di concetti che tendono a mescolarsi continuamente fra di loro.

Forse un piccolo grafico può aiutare, se non altro a separare fra di loro i vari livelli del problema.

Al livello più basso ci sono sicuramente i migranti stessi. Ovvero la carne umana, l'oggetto del contendere, la cristallizzazione fisica del problema reale. Centinaia di migliaia di disperati che lasciano le loro terre vuote di promesse alla ricerca di un futuro migliore.

Queste masse si spingono istintivamente verso nord, attratte dal miraggio del benessere europeo.

Ma fra loro e questo miraggio si frappone un problema: il viaggio. I paesi europei infatti non accettano un'immigrazione libera, da qualunque parte del mondo. E' quindi necessario arrivare in Europa con metodi illegali.

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venerdì 22 giugno 2018

Rete Voltaire: I principali titoli della settimana 22 giu 2018


Rete Voltaire
Focus




In breve

 
Le condizioni dell'Egitto per togliere l'assedio di Gaza
 

 
La Comunità dell'Intelligence USA e la Corea del Nord
 

 
Hamas e il piano di pace USA
 

 
Il Pentagono vuole creare una Forza spaziale
 

 
Visita inaspettata di Netanyahu in Giordania
 

 
Washington cerca benefattori per Gaza
 

 
Completamento del piano di pace USA per il Medio Oriente
 

 
Arabia Saudita, Emirati e Francia contro gli huthi nello Yemen
 

 
A titolo personale, Donald Trump ritiene che la Crimea sia russa
 

 
Trump ha bombardato la Siria per impressionare la Cina
 

 
La Siria rafforza la sicurezza nel sud del Paese
 

 
Ridistribuzione delle carte in Iraq
 
Controversie

 
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I CASI DI ILARIA ALPI E PAOLO BORSELLINO / DEPISTAGGI DI STATO & MURI DI GOMMA


Quando è lo Stato a depistare. Quando sono alte istituzioni a calpestare la verità. Quando alcuni magistrati fanno a pezzi quel poco che ormai resta della giustizia.
Succede in modo sempre più clamoroso in due vicende che hanno segnato il tragico destino del nostro Paese: la strage di via D'Amelio in cui sono stati trucidati Paolo Borsellino e la sua scorta; e l'assassinio dei giornalisti Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.
Tutto succede nel più totale silenzio da parte delle massime autorità, con il Capo dello Stato Sergio Mattarella fino ad oggi muto, spettatore assente. Nel tombale silenzio di tutte le forze politiche impegnate a spartirsi le poltrone di sottogoverno, mentre le opposizioni sono ormai in via di liquefazione. E nel più assordante silenzio mediatico.
Autentici muri di gomma.
A levarsi, solitarie, le voci di Luciana Riccardi, madre di Ilaria, e di Fiammetta Borsellino, la figlia di Paolo. Due donne coraggio nel deserto.

ROMA E PERUGIA, PROCURE CONTRO 
Partiamo dalla freschissima, ennesima richiesta di archiviazione tombale ribadita l'8 giugno al tribunale di Roma dal pm Elisabetta Ceniccola e super avallata dal procuratore capo Giuseppe Pignatone.
Il caso Alpi-Hrovatin, secondo loro, deve sparire per sempre nel dimenticatoio. Assassini e mandanti non esistono: di certo si è trattato di un suicidio provocato dalla calura somala.



Giuseppe Pignatone. Nel montaggio in alto, Ilaria Alpi e Paolo Borsellino
Uscendo dai paradossi ed entrando nelle spirali della giustizia di casa nostra, la imperturbabile pm Ceniccola se ne frega delle ultime acquisizioni arrivate dalla procura di Firenze e relative alle intercettazioni di alcuni somali che nel 2012 parlavano di "quei due italiani ammazzati a Mogadiscio". Inutili.
Se ne sbatte della montagna di documenti portata in giudizio dai legali di Luciana Riccardi, ossia Giovanni D'Amati, Giuseppe D'Amati e Carlo Palermo.
E soprattutto se ne fotte della sentenza cardine pronunciata dal tribunale di Perugia poco più di un anno fa, con la quale è stato scagionato il povero Hashi Omar Hassan (16 anni di galera da innocente) e soprattutto in cui è stato messo nero su bianco che la costruzione del teste taroccato a tavolino, Ahmed Ali Rage, al secolo Gelle, ha rappresentato un vero e proprio "Depistaggio di Stato".
Raramente capita di leggere una sentenza tanto chiara, inequivocabile e densa di contenuti come quella scritta a Perugia. In cui viene ricostruito per filo e per segno il Grande Depistaggio, minuto per minuto, settimana per settimana, mese per mese. Con un Gelle nel motore, addestrato a puntino per mentire davanti ad un pm; per fuggire con l'aiuto della polizia di stato, per trovare un lavoro grazie alla stessa polizia che addirittura lo ha accompagnato in una officina meccanica romana per due mesi andandolo pure a prendere con l'auto di servizio; e infine agevolandone la fuga in Germania prima e in Inghilterra poi.
Ai confini della realtà.
Gelle non ha mai testimoniato in dibattimento, eppure – caso più unico che raro, il teste chiave che non ribadisce in aula le sue accuse – la vittima predestinata è stata condannata a 26 anni, di cui 16 scontati. Perchè un mostro andava comunque sbattuto in prima pagina e un colpevole a tutti i costi trovato.
Se ne sono altamente fregate, le autorità tutte, di andare a cercare Gelle. Che se la spassava libero come un fringuello a Londra. Dove non lo hanno trovato gli 007 di casa nostra né l'Fbi, ma l'inviata di "Chi l'ha visto" Chiara Cazzaniga, con i non eccelsi mezzi di cui può disporre un normale giornalista.


Chiara Cazzaniga

Le parole di Gelle sono state la chiave del processo di Perugia, dove le toghe non hanno avuto difficoltà a capire la trama, svelare le alte connection, comprendere fino in fondo il meccanismo del clamoroso "Depistaggio di Stato".
Un perfetto assist per la procura di Roma. La quale non doveva fare altro che leggere e capire la sentenza, riaprire il caso, fare un po' di indagini e scovare killer e mandanti. Impresa non titanica, visto che moltissimi elementi probatori erano contenuti proprio nella sentenza perugina.
Come mai Ceniccola e Pignatone non hanno pensato di interrogare quei poliziotti depistatori, di cui nella sentenza di Perugia vengono fatti nomi e cognomi? Perchè non hanno richiamato a verbalizzare l'allora ambasciatore italiano a Mogadiscio? Perchè non hanno 'invitato' a deporre i tanti che hanno chiuso gli occhi e voltato la sguardo dall'altra parte?
Niente, alla procura di Roma hanno pensato bene di incrociare le braccia. E ora mettono insieme quattro frasi: "Non c'è alcuna prova di presunti depistaggi legati alla gestione in Italia del teste Ali Rage". Alcuna prova? Prove colossali che solo chi non vuol vedere non vede.  
E aggiungono: "C'è improbabilità di raggiungere dei risultati, anche alla luce della complessa situazione politica dello Stato africano, della divisione in clan ostili tra loro, dell'inesistenza di forze di polizia che potessero dare affidamento e dell'assenza, ancor oggi, di relazioni diplomatiche".
Capito? Tutta colpa dei somali!


Hashi Omar Hassan

E sulle ultime indagini fiorentine: "le nuove intercettazioni – viene sostenuto – sono sostanzialmente irrilevanti e non rappresentano uno spunto solido per avviare nuovi accertamenti. Non modificano di una virgola il quadro probatorio".
E chissenefrega della sentenza di Perugia! Ai confini della realtà.
Oserà dire una qualcosa, adesso, il Csm? O come al solito resterà muto, sordo e cieco?
L'ultima parola, comunque, spetta al giudice Andrea Fanelli, che dovrà pronunciarsi in modo definitivo sulla richiesta di archiviazione firmata dal suo capo, Pignatone, e dalla pm Ceniccola. Staremo a vedere.

UN ALTRO PENTITO TAROCCATO E L'AGENDA DEI MISTERI
Da un depistaggio all'altro eccoci alla strage di via D'Amelio. Siamo arrivati al Borsellino quater,  con un percorso processuale caratterizzato dal taroccamento del pentito di turno, Vincenzo Scarantino, che esattamente nello stesso modo di Gelle è stato addestrato di tutto punto dagli inquirenti.
Sandro Provvisionato, sulle colonne della Voce, negli scorsi anni ha ricostruito in modo perfetto quel depistaggio, con una serie di inchieste da far tremare le vene e i polsi. Facendo nomi e cognomi, anche stavolta, degli artefici della connection.


Fiammetta Borsellino

Contro i quali si è più volte scagliata Fiammetta Borsellino, la coraggiosa figlia del grande magistrato che alcune settimane fa ha incontrato in carcere i fratelli Graviano, e con i quali avrebbe voluto un secondo incontro, invece negato dai vertici della magistratura, sia locale che nazionale.
Ha appena ribadito le accuse in occasione del festival "Una marina di libri". Ecco le sue accorate parole: "Oggi la ricerca della verità è ancora più difficile perchè è connessa alla ricerca delle ragioni della disonestà di chi questa verità doveva scoprirla. Io non smetto di chiederla. Il contributo di onestà non devono darlo solo i mafiosi, ma anche le persone delle istituzioni che sanno". E non parlano.
A proposto del falso pentito Scarantino, la figlia di Borsellino chiama in causa non solo i poliziotti ma anche diversi magistrati che sin dalle prime battute avrebbero avallato le tante deviazioni. "Sono stati loro stessi autori di un processo caratterizzato da grossolane anomalie. Neanche il CSM ha saputo dare delle risposte". Tanto per cambiare.
Continua il j'accuse di Fiammetta: "Mafia e politica si fanno guerra o si mettono d'accordo. In quei giorni evidentemente si misero d'accordo. Mentre tutti sussurravano a mio padre che il tritolo per lui era arrivato. Lo sapeva anche il procuratore Pietro Giammanco che però non lo avvertì. E nessuno ha mai sentito il bisogno di avvertirlo".
Per la storia, pochi giorni prima della strage di via Capaci Giammanco partecipò ad una cena a casa di Paolo Borsellino. L'ultima cena. Erano presenti alcune toghe 'amiche', tra cui Anna Maria Palma.


Nino Di Matteo

Anna Maria Palma ha istruito i primi processi Borsellino, coadiuvata dall'icona antimafia (allora giovane virgulto fra le toghe siciliane) Nino Di Matteo: insieme hanno diretto "l'operazione Scarantino". A rivelarlo, nel corso di un'udienza del Borsellino quater, lo stesso pentito taroccato. Che non ha mancato di ricordare come i 'suggeritori' gli fossero sempre vicino: anche nel corso delle stesse udienze. Quando non ricordava una 'battuta', chiedeva di andare in bagno, dove trovava chi (il poliziotto o lo 007 di turno) gli rammentava la parte.
La giornalista e scrittrice Roberta Ruscica, in occasione della presentazione a Napoli del suo libro "I Boss di Stato – I protagonisti, gli intrecci e gli interessi dietro la trattativa Stato-Mafia", ha ricordato: "Ho conosciuto Anna Maria Palma e ho creduto anche io in quella pista che si è poi rivelata del tutto sbagliata. E ricordo un particolare che mi raccontò Palma: era entrata in possesso della famosa agenda rossa di Paolo Borsellino. L'aveva avuta nelle sue mani. Non mi ha detto a chi poi l'aveva consegnata o che fine avesse fatto".
Una storia sulla quale nessuno, fino ad oggi, ha mai pensato di far luce.
Come mai? Un mistero tra i misteri.

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ILARIA ALPI E MIRAN HROVATIN / GIUSTIZIA NEGATA, E' DEPISTAGGIO DI STATO



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