mercoledì 6 giugno 2018

BILDERBERG / ECCO I PARTECIPANTI AL SUMMIT DI TORINO


Parte a Torino il super summit dei Bilderberg, giunto al suo sessantaseiesimo appuntamento. Si tiene da 7 al 10 giugno. E finalmente si alza il sipario sul nome dei partecipanti, come al solito coperto dal più totale riserbo fino a 48 ore dall’apertura dei lavori.
Ecco gli italiani in pista, in ordine alfabetico e con le qualifiche, per ciascun nome, dettagliate dall’organizzazione.
Alesina Alberto, economista, docente alla Harvard University
Caracciolo Lucio, direttore Limes
Cattaneo Elena, docente all’Università di Milano
Colao Vittorio, Ceo Vodafone
Elkan JohnFiat
Gruber Lilli, Editor chief, Anchor La 7
Mazzacurato MarianaUniversity College Londra
Parolin Pietro, cardinale, Segretario di Stato Vaticano
Rossi Salvatore, direttore Bankitalia

Elena Cattaneo. Nella foto in alto Lilli Gruber
Sono 128 i partecipanti in arrivo, a Torino, da 23 paesi. Si tratta di politici, economisti, finanzieri, imprenditori, docenti universitari e tutto quanto rappresenta il gotha a livello di potere mondiale.
Tra i pezzi da novanta spicca su tutti un nome, quello dell’inossidabile Henry Kissinger. Gli tengono compagnia, fior tra fiori, l’ex commissario Ue e oggi ai vertici di Goldaman Sachs Josè Manuel Barroso; il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg; l’ex generale a stelle e strisce e oggi al timone di Kkr Global Institute David Petraeus.
Passiamo ai temi che verranno affrontati dei ‘grandi’ della Terra.
Il Populismo in Europa”; “Il futuro del lavoro”; “L’intelligenza artificiale”; “Il libero commercio”; “La leadership mondiale degli Usa”; “La Russia”; “Arabia Saudita e Iran”.
Il primo argomento è di particolare attualità, alla luce degli ultimi risultati elettorali, in pole position quello italiano con il trionfo gialloverde che ha destato non pochi allarmi a livello europeo.
Sorge spontanea una domanda. Come mai tra i media di casa nostra si è alzata una totale cortina di silenzio intorno all’ormai storico appuntamento?
Forse per non dar fastidio ai manovratori?
O per seguire l’ultimo consiglio impartito da Emma Bonino nel salotto di Lilli Gruber, Otto e mezzo, cioè di non paragonare mai più quei santi radunati alla convention Bilderberg ai bad boys del Ku Klux Klan?

UE: Un Nazismo Senza Militarismo


DI PAOLO SAVONA

«L'Italia è in una nuova condizione coloniale…. siamo in presenza di un fascismo senza dittatura e, in economia, di un nazismo senza militarismo».

(Paolo Savona) Presentiamo ai lettori alcuni significativi stralci del libro di Paolo Savona "Come un incubo come un sogno" (Rubbettino) in libreria nei prossimi giorni. Sarà chiaro perché gli euroinomani lo detestano e Mattarella non vuole nominarlo ministro.

Risultati immagini per "Come un incubo come un sogno"

COME CI FICCAMMO NEI GUAI…
«Il mancato perseguimento degli obiettivi conduce a uno stato permanente di tensione all’interno dell’Europa per le ingiustizie che implica: i cittadini non sono tutti uguali nei diritti, ma solo nei doveri. L’esprit d’Europe si attenua e vengono meno le componenti sociali della pace, la vera forza che ha
trainato all’inizio l’idea di Europa. I motivi di questa situazione sono due: l’unione non era ancora maturata nella coscienza dei popoli europei finendo con il peggiorarla per le cattive performance registrate nei momenti di crisi e perché le istituzioni create confliggevano con gli obiettivi. La scelta fu decisa da un’élite che procedette illudendo il popolo con le promesse contenute nell’articolo 3 riportato. Per l’euro, invece, la volontà delle élite divergeva e fu necessario un compromesso che assegnò compiti limitati all’eurosistema e condusse a una sua nascita prematura rispetto all’indispensabile unione politica. Le preoccupazioni erano dovute al fatto che l’assegnazione di poteri più ampi alla Banca centrale europea non avrebbe garantito un’inflazione contenuta e poteva condurre a una mutualizzazione dei debiti pubblici, entrambi aspetti che la Germania non intendeva accettare. Fu un atto di debolezza dovuto alla fretta».
ITALIA COLONIA (TEDESCA)…
«Al di là dei difetti in materia “economica”, i modi in cui l’Ue è nata, con poca preparazione dei cittadini europei e in assenza di un referendum in molti dei paesi firmatari, sono la manifestazione più chiara della filosofia politica più ingiusta e pericolosa per l’affermarsi della democrazia: quella che gli elettori non sanno scegliere, mentre sarebbero capaci di farlo per loro conto solo gruppi dirigenti “illuminati” che, guarda caso, coincidono con quelli al potere. Tra questi Paesi vi è l’Italia, dove la Costituzione decisa dai padri della Repubblica contiene la più chiara violazione del principio democratico, quello che i trattati internazionali non possono essere oggetto di referendum. Conosciamo le origini di questa grave
limitazione, ma esse non valgono più dalla caduta del comunismo sovietico; torna comodo tenersi la proibizione per imporre la volontà dei gruppi dirigenti economici e politici. Posso testimoniare personalmente che i sostenitori del Trattato di Maastricht, in particolare per quanto riguarda la cessione della sovranità monetaria, erano coscienti dei difetti insiti negli accordi firmati, ma la sfiducia che essi avevano maturato sulla possibilità di collocare l’Italia nel nuovo contesto geopolitico hanno indotto il Parlamento a seguire i loro consigli, compiendo un atto che sarebbe potuto essere favorevole al Paese se l’assetto istituzionale dell’Ue avesse condotto a un’unione politica vera e propria e non avesse i gravi difetti di architettura istituzione e di politeia indicati…Poiché l’unione commerciale e monetaria non ha condotto all’unione politica come sperato, questi gruppi dirigenti ci hanno lasciato un’eredità negativa che, sommandosi ai difetti culturali e politici del Paese, fa scivolare l’Italia in una nuova condizione coloniale, quella stessa sperimentata dalla Grecia».
FASCISMO SENZA DITTATURA…
«L’Italia era impreparata nel 1992 ed è ancor più impreparata oggi, per le difficoltà che si sono accumulate e perché ha capito con quali compagni di strada si è messa. Non accuso la sola dirigenza italiana della scelta errata, ma anche quella europea, che era ben conscia, anche spingendosi oltre la realtà fattuale, che l’Italia non fosse preparata per stare nella moneta unica così come era stata concepita. Nella riunione del 24 marzo 1997, tenutasi a Francoforte, l’Italia era fuori dall’euro, nonostante Ciampi, ministro del Tesoro del governo Prodi, avesse varato il 30 dicembre precedente una manovra fiscale di 4.300 miliardi di lire, imponendo quella che è ricordata come “eurotassa” per rientrare nei parametri fiscali concordati. L’Italia aveva chiesto inutilmente di prorogare l’avvio dell’euro, ma la Germania si oppose. Un anno dopo, il 28 marzo, l’Italia venne accettata nel gruppo di testa dei Paesi aderenti all’euro. Non si conosce che cosa sia esattamente successo nel corso di quell’anno; forse ha contato l’impegno della diplomazia monetaria, dove la Banca d’Italia svolgeva un ruolo importante, o forse il fatto che, fatti bene i calcoli, i Paesi-membri hanno compreso che, tenendoci fuori, avrebbero patito la nostra concorrenza sul cambio e, accettandoci, avrebbero bardato il nostro sviluppo. Ora la nuova sovranità da espugnare è quella fiscale con le stesse modalità che hanno ispirato la cessione della sovranità monetaria, ossia secondo una visione di parte, pregiudiziale, del suo funzionamento, accompagnata dalla solita dichiarazione che servirebbe a migliorare il benessere generale. Essa non sarebbe un passo verso un’unione dove i cittadini godono degli stessi diritti ma per consentire una buona performance dell’euro e del mercato unico che causa una divisione tra essi. L’uomo al servizio delle istituzioni e non viceversa, una concezione sovietica dietro il paravento della liberaldemocrazia. Semmai si decidesse di farlo — e i gruppi dirigenti italiani, la stessa cultura accademica prevalente sono pronti ad accettarlo — si rafforzerebbero ancor più le forme di coordinamento obbligatorio, di tipo burocratico, diminuendo quello spontaneo garantito dal mercato unico creato con gli Accordi di Roma del 1957. Il problema dell’Ue non è l’autonomia delle sovranità fiscali nazionali, peraltro già vincolate dai parametri di Maastricht e rafforzate con il fiscal compact, ma l’assenza di un’unione politica in una delle forme conosciute di Stato. Spiace doverlo evidenziare, ma, cavalcando l’ideale elevato di porre fine alle guerre tra Paesi europei, non potendo procedere per via politica, i gruppi dirigenti hanno deciso di seguire una soluzione dove i principi democratici non hanno accoglienza. La conseguenza di questa scelta ha i contenuti di un fascismo senza dittatura e, in economia, di un nazismo senza militarismo».
SE QUALCOSA NON FUNZIONA SI CAMBIA…
I gruppi dirigenti apprezzano l’inversione dei rapporti di forza favorevole che l’Ue stabilisce tra loro e il popolo, in particolare i lavoratori, con i media che esaltano quasi quotidianamente “le magnifiche e progressive sorti” dell’Unione europea per il Paese, anche se esse non emergono dalla realtà. L’enigma (peraltro di facile soluzione) è a quale parte del Paese si riferiscono? Purtroppo la risposta è quella parte che già sta bene e sa difendersi, essendo in larga maggioranza. Siamo tornati indietro di secoli nelle conquiste raggiunte nella convivenza civile democratica. Poiché una politica monetaria comune non si adatta a tutte le esigenze o condizioni di fatto dei Paesi che aderiscono alla moneta unica, l’aggiustamento dovrebbe essere attuato con adeguate politiche fiscali, le quali, come si è ricordato, sono restate nelle mani dei singoli Paesi, ma sono vincolate da limiti ben precisi posti ai deficit del bilancio pubblico e al livello del debito sovrano sul Pil. Soprattutto per i Paesi, come l’Italia, che fin dall’inizio avevano una posizione squilibrata rispetto a questi due parametri fiscali (oltre il 7% nel deficit di bilancio e oltre il 100% nel rapporto debito pubblico/Pil), gli spazi per queste politiche sono di fatto attribuiti in modo asimmetrico, positivi per chi rientra nei parametri concordati, negativi per gli altri. L’ingiustizia è innata negli accordi (…) Non c’è verso di convincere i leader dell’Unione europea di seguire il principio di Franklin Delano Roosevelt che se qualcosa non funziona, si cambia. Ma il cambiamento richiede preparazione scientifica, fantasia creatrice e coraggio per intraprenderlo. Nell’Ue le forze della conservazione prevalgono. La storia economica brevemente percorsa suggerisce che è necessario mutare le politiche riguardanti gli investimenti, soprattutto pubblici, e la tutela del risparmio operando sui tassi dell’interesse e sul rischio, nonché il funzionamento del sistema monetario internazionale ed europeo, affrontando con adeguate politiche i divari di produttività tra aree geografiche, settori produttivi e dimensioni di impresa. Se non lo fa, la società prima o dopo si vendicherà, seguendo i movimenti di protesta non perché siano preparati ad affrontare il problema, ma solo perché insoddisfatti delle politiche seguite dai partiti tradizionali».
IL RISCHIO CHE ARRIVI LA TROIKA…
«Non ho mai chiesto di uscire dall’euro, ma di essere preparati a farlo se, per una qualsiasi ragione, fossimo costretti volenti o nolenti (il piano B da me invocato). Ritengo che uscire dall’euro comporti difficoltà altrettanto gravi di quelle che abbiamo sperimentato e sperimenteremo per restare. Il problema consiste nel fatto che non abbiamo né piano A, né B. Il piano A dell’Italia è quello della Ue con le conseguenze indicate. Ho il timore che il piano B sia quello di consegnare la sovranità fiscale alla “triade” (Fmi-Bce-Commissione) se le cose peggiorano, infilandoci nella soluzione greca. Il Paese è in un vicolo cieco. Le autorità hanno il dovere di approntare e attuare due diversi piani, quello necessario per restare nell’Ue e nell’euro, e quello per uscire se gli accordi non cambiano e i danni crescono. Invece si insiste nella loro inutilità essendo l’euro irreversibile e si è disposti a pagare qualsiasi costo pur di stare nell’eurosistema. La prima dichiarazione viene fatta a voce alta, la seconda raramente, ma viene comunque pensata dagli ideologi dell’Ue e dell’euro, ben sapendo che questo costo non verrebbe pagato da loro, ma da una minoranza, sia pure di dimensione significativa».
Paolo Savona
Fonte: sollevazione.blogspot.it 

martedì 5 giugno 2018

Attenzione: pericolo imminente nel Bacino dei Caraibi

Le incredibili reazioni all’articolo da noi pubblicato di Stella Calloni sul progetto del SouthCom contro il Venezuela mettono a nudo la frattura della sinistra latino-americana. Qualora il Pentagono passasse all’azione, non c’è nulla di buono che si possa prevedere per la Resistenza. Eppure è un fatto che le forze armate USA si stano preparando a distruggere Stati e società del bacino dei Caraibi, così come stanno facendo nel Medio Oriente Allargato da 17 anni.
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L’ammiraglio Kurt Tidd, comandante in capo del SouthCom, e il presidente Donald Trump.
Due settimane fa abbiamo pubblicato un articolo, estremamente importante, sul piano del SouthCom contro il Venezuela [1].
Il SouthCom è il comando regionale delle forze armate statunitensi in America Latina.
L’articolo è di Stella Calloni, personalità che dagli anni Ottanta non ha mai smesso di denunciare i complotti orditi dagli Stati Uniti contro le popolazioni durante la guerra fredda, insieme ai servizi segreti di Cile, Argentina, Bolivia, Brasile, Paraguay e Uruguay: l’ “Operazione Condor”. Calloni, che negli anni Settanta fu una resistente alle dittature, oggi è reputata il migliore storico in materia [2] ed è da trent’anni amica di quasi tutti i dirigenti della sinistra latino-americana.
Eppure quest’icona, tanto rispettata, in molti Paesi è stata violentemente criticata da organizzazioni di sinistra. In mancanza di argomentazioni, la contestazione si discosta dai fatti per mettere in causa l’autrice.
Quel che sta accadendo oggi in America Latina è estensione di quel che abbiamo vissuto in Europa dal 2002, dopo la pubblicazione del mio libro sugli attentati dell’11 settembre [3]: le organizzazioni di sinistra negano i piani e le azioni degli Stati Uniti anche quando se ne forniscono le prove. Cercano di mettere a tacere quelli che lanciano l’allarme su un pericolo imminente. Paradossalmente, il messaggio viene preso sul serio da organizzazioni di destra, un tempo legate a Washington.
L’articolo di Stella Calloni è importante, non solo perché prova quel che il SouthCom sta facendo contro il presidente Nicolas Maduro, ma soprattutto perché dimostra che il Pentagono non sta pianificando un “cambiamento di regime”. Qui non si tratta, come negli anni Settanta, di rovesciare Salvador Allende e di sostituirlo con il generale Pinochet. Si vuole distruggere lo Stato del Venezuela, schiacciare chavisti e ogni tipo di opposizione per impedire a chiunque di governare e affermare così l’incontrastata volontà di Washington.
Di fronte all’articolo di Calloni, non conta essere di sinistra o di destra. Ciascuno è chiamato ad agire in prima persona. Oggi non conta tanto lo scombussolamento che vive il Venezuela: il problema principale non è più economico, bensì militare. Si tratta della questione del Popolo di fronte alle potenze transnazionali, della Nazione di fronte all’aggressione straniera.
Conosciamo il piano del SouthCom [4] e vediamo le truppe disporsi in ordine di battaglia. La circostanza che il presidente Trump vi si opponga esclude per ora la deflagrazione, ma dobbiamo comunque prepararci.
Dobbiamo trarre le conseguenze da quel che da 17 anni sta accadendo nel Medio Oriente Allargato [5]. Laddove la stampa mondiale ha affrontato i disordini e le guerre in Afghanistan, Iraq, Libano, Palestina, Tunisia, Egitto, Libia, Bahrein, Siria e Yemen come un’epidemia di violenza, noi invece dobbiamo capire che la guerra non è più contro un determinato Paese, bensì risponde a una strategia straniera riguardante un’intera regione. È già accaduto negli anni Settanta con l’Operazione Condor.
Soprattutto – e questo è un fatto nuovo – dobbiamo renderci conto che non esiste Paese in cui il conflitto sia terminato. Gli Stati Uniti non provocano disordine per issare un partito al potere. La loro priorità non è più il furto di risorse naturali, bensì la distruzione delle strutture dello Stato e delle relazioni sociali [6], anche a costo di far precipitare popoli nella barbarie: questo è il mezzo più sicuro per inibire ogni possibilità di resistenza organizzata.
Le guerre imperialiste moderne sono molto diverse da quelle della Guerra Fredda. Sovvertono i nostri punti di riferimento intellettuali e ci costringono a ripensare la nostra comprensione del mondo.
Indipendentemente da ogni valutazione morale, dobbiamo prendere atto che il Pentagono sta mettendo in opera la strategia dell’ammiraglio Arthur Cebrowski [7], sintetizzata dal suo amico Donald Rumsfeld nella locuzione «guerra lunga» e dal presidente Bush nell’espressione «guerra senza fine».

lunedì 4 giugno 2018

GIALLO MARCELLETTI / ARRESTO CARDIACO DI STAMPO MAFIOSO


Dieci anni dalla morte del cardiochirurgo Carlo Marcelletti. Un giallo mai risolto, l'ennesimo buco nero nella martoriata storia del nostro Paese. 
"Arresto cardiaco", fu il referto ufficiale. Difficile dar torto, visto che ogni mortale termina i suoi giorni per un arresto cardiaco. 
Tutto ok per la procura di Roma, che archiviò in pochi giorni il caso, rubricandolo come 'suicidio'. Per l'assunzione – veniva assicurato – di una forte dose di digitale: chi meglio di lui poteva conoscere bene il modo per togliersi la vita? 
Detto fatto, la procura calò subito il sipario. Poi l'oblio.
Le cose, invece, non andarono proprio così. Non mancano, ancor oggi, pesanti sospetti di una 'forzata' assunzione di digitale, vale a dire un omicidio in piena regola. Commenta un avvocato romano: "Lo stesso copione che fa da sfondo alla vicenda del campione di ciclismo Marco Pantani. Fu costretto ad inghiottire un grossa dose di polvere bianca, un pallina di pane e coca, che gli provocò evidentemente un arresto cardiaco. Anche allora una procura, quella di Forlì, ha archiviato la pratica come 'suicidio' e la Cassazione ha confermato. Ma in entrambi i casi c'erano abbondanti elementi per corroborare la pista del suicidio forzato, ovvero dell'omicidio". 

Marco Pantani. Nell'altra foto Carlo Marcelletti
Nella vicenda di Pantani c'era il concreto timore di ciò che avrebbe potuto rivelare su quel Giro d'Italia del 1999 taroccato dalla camorra, la quale aveva scommesso miliardi di lire sulla sua sconfitta: c'è ancora un brandello d'inchiesta alla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, ma speranze ridottissime per far luce sulla combine. 
Nel giallo Marcelletti esisteva il concreto timore che potesse far luce sugli affari mafiosi nel ricco panorama della sanità in Sicilia. Stava infatti completando un libro-denuncia sulle palate da milioni di euro controllati dai colletti bianchi (e spesso in camice bianco) e i clan mafiosi: anche il cronista napoletano Giancarlo Siani, prima d'essere ammazzato, stava per pubblicare un libro choc sulle connection politica-camorra-imprese. Un pericolo pubblico, dunque, Marcelletti, perchè avrebbe potuto svelare trame, affari & connection in quello sporco mondo. 
Rammentiamo, en passant, una cover story della Voce fine anni '90 su "Mafia, Medici, Massoni", ambientata proprio nelle ovattate stanze dorate della sanità siciliana. 
Forse non è bastata la macchina del fango per eliminare un uomo 'pericoloso' come Marcelletti: visto che era stato messo sotto accusa dalla procura di Palermo per mazzette da poche migliaia di euro incassate – secondo le ipotesi accusatorie – per accelerare operazioni dei sui piccoli pazienti. 
E non era bastata, quell'accusa, per stroncarne la resistenza. E neanche un'altra a base di pedofilia, per via d'un paio di messaggini con la figlia di una sua assistita. 
Tanto sarebbe stato sufficiente per fermare il cuore di un toro. Ma lui aveva resistito per mesi, respinto le accuse ed era passato al contrattacco. Cominciando a denunciare chi aveva cercato di delegittimarlo e intanto continuava a razzolare pacioso nei ricchi pascoli della sanità collusa con le cosche. 
Per questo "doveva morire". 
E arrivò cadavere all'ospedale San Carlo di Nancy a Roma. Lo avevano trovato morto per strada. A quanto pare dopo atroci dolori, provocati da una dose letale di digitale. 
Possibile che un esperto del suo rango abbia potuto mai organizzarsi una fine tanto penosa? Poco credibile. Eppure la procura di Roma ha subito abboccato ed ha archiviato il caso senza muovere un dito. 
Quando si dice il porto delle nebbie…

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MAFIA, POLITICA & SANITA' IN SICILIA / CHI HA UCCISO CARLO MARCELLETTI ?

domenica 3 giugno 2018

"Il Decreto" a Roma - 4 giugno

GRAMICCIOLI: PREMIO TEATRO ELSA MORANTE, IN SCENA A ROMA CON L'OPERA SUI VACCINI. 

Arriva il prossimo lunedì 4 Giugno al teatro San Raffaele di Roma "Il Decreto", l'opera realizzata dalla Compagnia del Teatro Artistico d'Inchiesta, presentata da Colors Radio e patrocinata dal municipio XI del comune di Roma che promette di svelare tutti i retroscena della legge sull'obbligatorietà di 10 vaccini.

Colors Radio e il Teatro Artistico d'Inchiesta presentano, a Roma, l'opera sociale più discussa e affollata della stagione, "Il Decreto" interpretata da David Gramiccioli, attuale vincitore del premio per il teatro "Elsa Morante". Oltre 20 le tappe del tour che si sono susseguite dal nord al sud della penisola, più di 10000 spettatori, contro ogni ostacolo -e previsione-. Un tour che sembra essere inarrestabile.
Non solo una pièce teatrale, che consacra l'alto livello artistico della Compagnia, già insignita del Premio Diritti Umani nel 2012, ma una coerente e puntuale inchiesta giornalistica sulla legge del super obbligo vaccinale, promulgata in Italia la scorsa estate.

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La pace intorno a Israele è possibile? di Thierry Meyssan


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Mentre i media globali trattano gli avvenimenti del Medio Oriente Allargato come fatti tra loro scollegati, Thierry Meyssan li interpreta come mosse susseguenti su un medesimo scacchiere. Considera i conflitti attorno a Israele come un insieme organico e si interroga sulle possibilità del presidente Trump di ottenere la pace nella regione.

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sabato 2 giugno 2018

NEWSLETTER VOCE DELLE VOCI 2 giugno 2018

Emergenza democratica in Italia e in Europa



Il Re è nudo e i processi democratici umiliati e controllati da potentati economico-finanziari sovranazionali; quelli che oggi controllano il vero potere. In questo video Marco Moiso invita invita tutti coloro che riconoscono nei valori democratici, a prescindere dai colori politici, rivendicare l'importanza delle elezioni e del volere popolare. 



venerdì 1 giugno 2018

NOVARTIS / PILLOLE & TANGENTI IN MEZZO MONDO, DALLA CASA BIANCA ALLA GRECIA

Tsunami sul colosso farmaceutico svizzero Novartis. Negli Stati Uniti sta scoppiando lo scandalo della "consulenza d'oro" pagata al team legale di Donald Trump in tutto il 2017, per allargare i suoi affari nel dopo Obamacare. E nell'affaire fa capolino anche una pornostar con gusti presidenziali, nonché un magnate russo amico di Rocket Donald.
In Grecia, poi, si sta scoperchiando il pentolone sulla montagna di tangenti pagate a mezza classe politica ellenica per una decina d'anni: tra i beneficiari il numero uno della Banca di Grecia ed ex super ministro delle finanze.
Di tutto e di più sul fronte dei maxi affari griffati Big Pharma.

QUELLA CONSULENZA DA 100 MILA DOLLARI AL MESE 
Partiamo dalla patata bollente servita negli Usa. Nella bufera è finito il potente studio legale che cura gli interessi di Donald Trump in veste presidenziale, ossia il "Michael Cohen's Essential Consultants", vero e proprio crocevia di affari, attraverso cui sono passate maxi tangenti che hanno condizionato e condizionano la politica a stelle e strisce, anche a livello internazionale.


Elliot Ehrat.

Interlocutore privilegiato, per tutto il 2017, del prestigioso studio, un altro pezzo da novanta di super contratti, vale a dire il "top lawyer" di Novartis, il legale a capo di un folto stuolo di avvocati e consulenti, Ellix Ehrat. Il quale ha appena rassegnato le sue irrevocabili dimissioni, a far data dal 1 giugno 2018, per via della sporca connection che il colosso farmaceutico ha cercato di stabilire con lo stesso entourage di Trump. Il quale, del resto, è in ottimi rapporti con il Ceo di Novartis, Vasant Narasimhan, con cui si è intrattenuto affettuosamente a cena durante l'ultimo summit che si è tenuto a Davos.


Vasant Narasimhan

Ma qual è, in dettaglio, il rapporto Casa Bianca-Novartis? A pochi giorni dall'insediamento presidenziale lo staff legale di Trump, capeggiato dall'avvocato Michael Cohen, stabilisce "in tempo reale" un rapporto contrattuale con quello di Novartis, rappresentato da Ehrot. Una sorta di super consulenza pagata la bellezza di 100 mila dollari al mese: il tutto perchè Novartis potesse contare sul supporto e i consigli operativi di "Essential Consultants" per districarsi meglio nella politica sanitaria che la nuova amministrazione Usa intendeva portare avanti, in particolare per il domani dell'Obamacare.
Il contratto è stato firmato a febbraio 2017, con una durata annuale.
Dopo un paio di mesi – raccontano fonti investigative – l'avvocato Ehrot "si è accorto che le cose non funzionavano per il verso sperato, ha constatato che il team Cohen non era l'interlocutore giusto e ha deciso di mettere fine alla collaborazione". Non mancando, però, di rispettare quanto previsto dal contratto: quindi per tutto il 2017 è stato versato da Novartis ad Essential Consultants l'importo pattuito di 100 mila dollari al mese.
Nel rassegnare le sue dimissioni, Ehrot ha voluto sottolineare: "Questo contratto, anche se perfetto sotto il profilo giuridico, è stato un errore. Nella mia veste di cofirmatario, pertanto, mi assumo la responsabilità di ciò per porre fine alle polemiche". Stesso copione, più o meno, recitato dall'altra super toga, Cohen. Scusate per la combine, voltiamo pagina e scordammoce 'o passato: anche se freschissimo, perchè si tratta di tutto lo scorso anno, il 2017.
Val la pena di rammentare che negli Stati Uniti l'industria farmaceutica è ormai saldamente attestata al primo posto nella sua attività di lobbyng, ed in particolare sul fronte del finanziamento alle campagne presidenziali, con una montagna da milioni di dollari suddivisi in modo praticamente bypartizan tra il partito democratico e quello repubblicano: come dire, vi paghiamo tutti, quindi dovete eseguire i nostri ordini. Ha perfino superato la sempre strapotente industria delle armi…

LA PORNO STAR & IL MAGNATE 

Michael Cohen

Ma eccoci ad un giallo nel giallo. Perchè il rampatissimo studio Michael Cohen's Essential Consultants ha curato un'altra pratica bollente: quella relativa ad una denunciante eccellente di Donald Trump sul fronte delle molestie, la porno star Stormy Daniels. Alla quale quale lo studio ha versato 130 mila dollari.
Il legale della bella Stormy, Michael Avenatti, ha verbalizzato pochi giorni fa, l'8 maggio, davanti agli inquirenti che indagano sulle acrobazie trumpiane, Russiagate e non solo. Ed ha ricostruito le tappe di un'altra bella somma, 500 mila dollari, che alla porno star sarebbe pervenuta dai conti del magnate russo-svizzero Viktor Vekselberg, una fortuna da 15 miliardi di dollari accumunalata negli States (petrolio e acciaio) e in ottimi rapporti con l'entourage trumpiano. La somma da mezzo milione di dollari, infatta, è transitata – secondo le ricostruzioni degli 007 a stelle e strisce – attraverso due sigle, Columbus Nova e Renova Group, quest'ultima direttamente controllata dal magnate russo e con quartier generale proprio in Svizzera.
Non è finita: perchè al dinamicissimo studio dell'avvocato Cohen fanno capo parecchie altre transazioni eccellenti, come nei casi del colosso AT&T e addirittura della Corea Aerospace, tutte con grossi interessi negli Usa. E su cui sono ora accesi i riflettori degli inquirenti.
Ma torniamo alle rogne giudiziarie di casa Novartis. E dagli States passiamo in Europa, per la precisione in Grecia.

E NOVARTIS CAVALCA IL CRAC DELLA GRECIA
Stavolta il bottino è da 3 miliardi di euro. Tanto è stato versato a politici e banchieri ellenici nell'arco di un decennio, tra il 2006 e il 2015, dalla Novartis, affinchè i suoi prodotti potessero essere non solo leader nel mercato farmaceutico locale, ma strapagati.
Con il crac finanziario, infatti, tutti i prodotti, anche quelli farmaceutici, hanno subito una battuta d'arresto: ma guarda caso le 'carissime' confezioni targate Novartis non hanno conosciuto crisi, perchè i consumatori potevano averle gratis. Lo strasforacchiato sistema sanitario greco rimborsava il prezzo pieno alle farmacie dietro presentazione della ricetta. Molti, all'epoca, si sono chiesti il motivo di quel miracolo. Ed eccolo ora spiegato con la maxi inchiesta delle toghe elleniche, che sta coinvolgendo mezza classe politica e non pochi banchieri di nome.
"Il più grande scandalo dalla costituzione dello stato greco, alla pari se non maggiore di quello Siemens di anni fa, e paragonabile a quello della Lista Lagarde", commentano alcuni media.
Tirati in ballo autorevoli membri del Pasok e di Nea Dimokratia: fior tra fiori, l'ex premier Antonis Samaras, l'ex ministro della salute Adonis Georgiades, quello degli Esteri Evangelos Venizelos e soprattutto delle Finanze Yannis Stournaras, che oggi siede sulla strategica poltrona di governatore della Banca di Grecia, e la cui abitazione è stata perquisita di cima a fondo ad aprile.


Stavros Kontonis

Secondo l'attuale ministro della Giustizia del governo Tsipras, Stavros Kontonis, "Novartis probabilmente ha corrotto migliaia di medici e dipendenti pubblici (le ultime stime parlano di circa 4 mila persone, ndr) per promuovere i suoi prodotti e ha continuato a vendere farmaci 'troppo cari' anche dopo che il paese è stato colpito dalla crisi economica nel 2010".
L'inchiesta è partita due anni fa e da allora – racconta la stampa locale – "sono stati interrogati dagli inquirenti decine e decine di manager, collaboratori, faccendieri, medici, pazienti e cittadini per far luce sul maxi buco creato nei conti pubblici greci dalla multinazionale elvetica".
Tutto è cominciato nel 2016 con il tentato suicidio di un ex manager di Novartis, per ore sul cornicione del centralissimo Hilton di Atene, salvato in extremis e poi deciso a vuotare il sacco con rivelazioni – viene raccontato – da far tremare le vene e i polsi.
Va rammentato che al summit del potente gruppo Bilderberg che si è tenuto nel 2009 ad Atene, erano presenti sia l'allora Ceo di Novartis, lo svizzero Daniel Vasella, che l'attuale numero uno della Banca di Grecia, l'inquisito Strournaras. Il quale dopo tre anni diventò ministro delle Finanze e già anni prima era salito alla ribalta delle cronache internazionali, per aver condotto, nel 2001, il passaggio dalla dracma all'euro.


Yannis Natsis

Sulla gravità dello scandalo Novartis in Grecia, ecco le parole di Yannis Natsis, una figura da non poco, visto che ricopre la carica di "Policy Coordinator" presso la "European Public Health Alliance": "Le accuse di corruzione dimostrano che l'industria farmaceutica ancora una volta abusa del suo strapotere. E nonostante la Grecia possa essere considerato ancora un paese a forte rischio sotto il profilo economico, numerosi medicinali con prezzi esorbitanti, soprattutto oncologici, sono ancora pienamente rimborsati dallo Stato, con profitti fiume per le multinazionali".
Anche il governo Tsipras, a questo punto, chiude gli occhi e incassa?  Staremo a vedere.
Tanto per distrarsi e non pensare alle rogne, Novartis continua nei suoi investimenti esteri (anche in Italia: nel prossimo triennio spenderà 200 milioni di euro) e nel suo shopping a livello internazionale.
Guarda caso, i più freschi affari issano la bandiera a stelle e strisce. Appena portato a termine, infatti, l'acquisto di un pezzo pregiato della farmaceutica statunitense, AveXis, specializzata in terapie geniche: in particolare, l'azienda sviluppa trattamenti per pazienti affetti da malattie rare in neurologia. Il prezzo per l'acquisizione è pari a 8,7 miliardi di dollari. Notano le cronache finanziarie: "Dal 2020 l'acquisizione avrà un impatto positivo sui conti economici di Novartis, grazie ad un forte incremento delle vendite in tale segmeno commerciale". La sigla che ha portato a termine l'operazione è la controllata Novartis Am Merger Corporation.
Sarà mai in grado, top Novartis, di brevettare e commercializzare un vaccino anti corruzione?

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