mercoledì 25 luglio 2018

Douma, i gas nervini e la memoria corta


Un rapporto provvisorio dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) ha annunciato il 6 luglio di non aver trovato la prova dell’utilizzo di gas nervino nell’attacco che secondo le milizie ribelli jihadiste filo-saudite sarebbe stato compiuto il 7-8 aprile scorso dalle truppe governative siriane nel sobborgo di Douma, nell’area di Ghouta Orientale, dove potrebbe invece essere stato usato il cloro.
“Dai risultati è emerso che non sono stati usati gas nervini o prodotti derivati”, ha riferito l’Opac nel rapporto provvisorio.
Lo scorso 7 aprile la cittadina alla periferia di Damasco è stata bombardata dall’aviazione governativa siriana e i ribelli hanno denunciato l’uso di armi chimiche. La settimana seguente, dopo che gli insorti si erano ritirati, gli ispettori dell’agenzia Onu hanno cominciato le indagini, in particolare in un palazzo vicino alla piazza principale e in una panetteria indicati come i luoghi dei possibili attacchi.
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Dal rapporto preliminare dell’Opac emerge che nei due siti sono stati trovati “residui di esplosivi e componenti chimiche organiche clorate”, cioè nessuna prova decisiva di un attacco con bombe al cloro, anche se non può essere escluso.
A Douma, la missione dell’Opac ha svolto attività di raccolta di campioni ambientali e di dati e ha intervistato testimoni del presunto attacco chimico. “In un paese vicino” alla Siria non meglio specificato, gli agenti dell’Opac “hanno raccolto o ricevuto campioni biologici e ambientali e hanno condotti interviste con i testimoni” del presunto impiego di armi chimiche a Douma.
Nel rapporto provvisorio, la missione dell’Opac giunge a concludere che, “in base ai risultati delle indagini, nessun agente nervino o prodotto del suo decadimento è stato individuato nei campioni ambientali o nel plasma delle presunte vittime”. Tuttavia, “con residui di esplosivo sono stati trovati tracce di clorina”.
Il cloro non è un’arma chimica ma un prodotto chimico che può risultare tossico e persino letale ad elevate concentrazioni, più volte impiegato nel conflitto siriano e non solo dai governativi: la sua facile reperibilità lo rende idoneo anche a inscenare attacchi chimici a fini propagandistici.
Secondo i ribelli nell’attacco di Douma morirono circa 40 persone anche se siriani e russi parlarono subito di montatura orchestrata ad arte (numerosi civili testimoniarono l’allestimento di un set cinematografico da parte dei ribelli di Jaysh al-Islam per inscenare gli effetti dell’attacco chimico) per determinare un intervento militare occidentale, come poi accadde la settimana successiva con i raid missilistici punitivi scatenati dagli anglo-franco-americani contro “obiettivi per la produzione di armi chimiche” del regime di Damasco.
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Se l’attacco chimico è stata una messa in scena, il raid punitivo è stata poco più di una sceneggiata: ha colpito con oltre 100 missili da crociera edifici e obiettivi vuoti pre-selezionati insieme ai russi che non hanno fatto intervenire le loro difese antimissile basate in Siria.
Una “ammuina” che forse ha salvato la faccia agli Occidentali senza recar danno a russi e siriani.
Il rapporto dell’OPAC ha fatto luce anche sulle accuse rivolte dai ribelli jihadisti ali governativi siriani circa l’uso di armi chimiche ad al-Hamadaniya il 30 ottobre 2016 e Karm al-Tarrab, il 13 novembre 2016.
“Sulla base delle informazioni ricevute e analizzate, la narrativa prevalente delle interviste e i risultati delle analisi di laboratorio, l’OPAC non può determinare con sicurezza se una determinata sostanza chimica è stata utilizzata come arma negli incidenti avvenuti nel quartiere di Al-Hamadaniya e nell’area di Karm al-Tarrab”.
Il rapporto dell’OPAC su Douma è passato quasi inosservato benchè nell’aprile scorso politici, analisti e opinionisti colsero l’occasione (anche in Italia) per accusare Damasco e Mosca di crimini di guerra e di aver voluto gasare i bambini di Ghouta.
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La vicenda venne strumentalizzata ai fini della caccia alle streghe legata alla “nuova guerra fredda” e ai fini politici interni con effetti esilaranti e al tempo stessi patetici.
Ampi ambienti della politica italiana arrivarono addirittura a sostenere che non si poteva criticare l’interventismo bellico di Usa, Francia e Gran Bretagna (la rappresaglia non attese un rapporto dell’OPAC) perché sono nostri alleati della Nato.
Posizione assurda sia perchè l’Alleanza Atlantica è nata per difendere la libertà (anche di critica e di espressione) non per soffocarla ma soprattutto perché Londra, Parigi e Washington non hanno certo coinvolto la Nato nè chiesto il consenso degli alleati per condurre un’azione bellica unilaterale.
Fragoroso il silenzio con cui quelle schiere di indignati per le stragi di bambini siriani hanno accolto il rapporto dell’OPAC.
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Tace persino chi arrivò a definire “propaganda russa” un editoriale di Analisi Difesa che ipotizzò la montatura orchestrata per creare il casus belli e coinvolgere direttamente le potenze occidentali nella guerra contro Bashar Assad.
Eppure non era poi così difficile intuire le ragioni dell’ennesima montatura tesa a dimostrare l’uso di gas nervini da parte del regime di Assad dopo che Barack Obama aveva definito l’impiego di armi chimiche il “filo rosso” il cui superamento avrebbe determinato l’intervento bellico statunitense.
Per questo i ribelli, sconfitti sul campo di battaglia, (e i loro alleati arabi) cercano periodicamente di inscenare attacchi chimici che i governativi non hanno nessuna esigenza militare né ovviamente politica per scatenare. Bashar Assad è un dittatore ma, anche in virtù del ruolo che ricopre da 18 anni di cui 7 di guerra, sarebbe ridicolo considerarlo uno stupido.
Foto: Die Welt e Douma Media Center e US DoD

Fonte: www.analisidifesa.it

martedì 24 luglio 2018

Rita Atria: Memoria Attiva - 26 luglio 1992-2018

Associazione Antimafie Rita Atria luglio 2018

L’Associazione Antimafie Rita Atria, come ogni anno, farà Memoria Attiva di Rita portando una RosaRossa sulla sua tomba la mattina e con l’evento ufficiale alle 18.30 a Roma in viale Amelia, 23 dove ha spiccato il suo “Volo”. Per noi è un momento di bilancio rispetto alle attività svolte nel nostro “anno solare” che inizia il 26 luglio e finisce il 25 luglio dell’anno successivo.
In questo clima sociale dove l’oblio sembra prevalere sulla Memoria (spariti dalle memorie collettive fatti, luoghi e persone) permettendo ai professionisti del revisionismo storico di sfoderare dentature sorridenti e lineamenti facciali falsamente contriti dal dolore, noi proviamo a resistere senza fare un solo passo indietro rispetto all’eredità di Rita.
Ci saranno due "eventi".... quello informale, quasi privato alle 10.15 al cimitero di Partanna con gli amici di sempre e con Michela Buscemi per noi donna simbolo dei valori della Testimonianza che insieme alle donne del digiuno portò sulle sue spalle la bara di Rita e ancora oggi è Testimone di come Rita sia stata oltraggiata anche da morta.
L’evento serale (al parco archeologico di Selinunte) al quale eravamo stati invitati a partecipare dalla parrocchia di Selinunte allo spettacolo “In Viaggio con Rita Atria e Stefania Noce” di e con l’attrice Stefania Mulè è rinviato a data da destinarsi per problemi di calendarizzazione.
Alle 18.30 a Roma l’iniziativa ufficiale, in viale Amelia 23 per fare Memoria di un volo di cui tutti siamo responsabili. Per ricordare a noi stessi che spesso le persone non si suicidano ma le lanciamo noi dalle finestre, con le nostre discriminazioni, con i nostri pregiudizi, con le nostre amnesie, con la nostra ipocrisia. Lo ribadiamo: Rita Atria non è solo Vittima della sua famiglia mafiosa e della mafia; ma è Vittima di una società che non ha saputo decidere da che parte stare e di uno Stato al tempo assente e “distratto”. Oggi, anche grazie al sacrificio di Rita i Testimoni sono più tutelati e i figli dei mafiosi non devono necessariamente seguire le orme dei genitori… come scrivere Rita L'unico sistema per eliminare tale piaga (la mafia, ndr) è rendere coscienti i ragazzi che vivono tra la mafia che al di fuori c'è un altro mondo fatto di cose semplici, ma belle, di purezza, un mondo dove sei trattato per ciò che sei, non perché sei figlio di questa o di quella persona, o perché hai pagato un pizzo per farti fare quel favore.”
Saremo a Roma per ricordare alla Sindaca Raggi che da novembre 2017 al protocollo di Roma giace inascoltata la domanda di cittadinanza onoraria. Non sono serviti solleciti telefonici e via pec a far cambiare stato a quella che per la burocrazia, forse, è solo una pratica che può attendere.
Rita Atria è la settima Vittima di via D’Amelio. È bene tenerlo a mente anche se lo si dimentica spesso.
"Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognare, forse se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo" Rita Atria
Direttivo nazionale
Associazione Antimafie “Rita Atria”
Si allega il link alla raccolta firme

Sulla storia nascosta delle donne che si sono ribellate


Come tutte le società coloniali, l’Australia ha segreti. Il modo in cui trattiamo gli indigeni è ancora in gran parte un segreto. Per molto tempo, il fatto che molti australiani provenissero da quelle che venivano chiamate “cattive origini” era un segreto.
Avere “cattive origini” significava aver avuto predecessori prigionieri: quelli come la mia bisnonna, Mary Palmer, che fu rinchiusa qui, presso la Fabbrica di Parramatta nel 1823.
Secondo le trame filate da molte zie – che avevano irresistibili ambizioni borghesi – Mary Palmer e l’uomo che sposò, Francis McCarthy, erano una signora e un gentiluomo vittoriani di proprietà e buone maniere.
In realtà, Mary era la più giovane tra i membri di una banda di ragazze ribelli, per la maggior parte irlandesi, che operavano nell’East End di Londra. Erano conosciute come “The Ruffians”, e tenevano a bada la povertà con i proventi della prostituzione e piccoli furti.
La giovani criminali furono infine arrestate, processate e impiccate – tranne Mary, che fu risparmiata perché era incinta. Aveva solo 16 anni quando fu ammanettata nella stiva di un veliero, il Lord Sidmouth, diretto verso il Nuovo Galles del Sud “vita natural durante”, sentenziò il giudice.
Il viaggio durò cinque mesi, un purgatorio di malattie e disperazione. So che aspetto [Mary] aveva, perché alcuni anni fa, scoprii una straordinaria cerimonia nella cattedrale di St Mary a Sydney.
Ogni giovedì, in una sagrestia, una suora aggiornava le pagine di un registro di detenuti cattolici irlandesi – e c’era Maria, descritta come “non più di 1 metro e 30 di altezza, emaciata e butterata dai segni del vaiolo”.
Quando il veliero di Mary ancorò a Sydney Cove, nessuno la reclamò come serva o sguattera. Era una detenuta di “terza classe”, una delle “materie infiammabili d’Irlanda”. Il suo neonato sopravvisse al viaggio? Non lo so.
Il fiume Parramatta la portò alla Fabbrica Femminile, che si era distinta come uno dei luoghi in cui gli esperti penitenziari vittoriani stavano mettendo alla prova le loro eccitanti nuove teorie. Il treadwheel [un macchinario alimentato dalla forza muscolare, n.d.t.l] fu introdotto nell’anno in cui Mary arrivò, nel 1823. Era un mezzo di punizione e tortura.
Il Cumberland Pilgrim descriveva la Fabbrica come “spaventosamente orribile … persino il luogo di ricreazione ricorda la Valle dell’Ombra della Morte”.
Essendo arrivata nottetempo, Mary non aveva nulla su cui dormire, solo assi e pietre con paglia e lana sporca piena di zecche e ragni. Tutte le donne erano sottoposte ad isolamento e le loro teste rasate. Venivano poi rinchiuse nel buio totale insieme al ronzìo delle zanzare.
Non c’era divisione per età o crimine. Mary e le altre donne erano conosciute come “le indocili”. Con un misto di orrore e ammirazione, il procuratore generale di allora, Roger Terry, descrisse come le donne avevano “respinto con una raffica di sassi e bastoni” i soldati inviati per reprimere la loro ribellione. Più di una volta, hanno sfondato le mura di arenaria e preso d’assalto la comunità di Parramatta.
I missionari inviati dall’Inghilterra per redimere le anime delle donne ricevettero trattamenti simili.
Sono così orgoglioso di lei.
C’era poi il “giorno del corteggiamento”. Una volta alla settimana, i “gentiluomini in lutto” (chiunque essi fossero) venivano scelti per primi, seguiti da soldati, poi da detenuti maschi.
Alcune delle donne cercavano “abiti eleganti“ e si facevano belle, come se il maschio che le esaminava potesse fornire loro una via d’uscita da quella situazione. Altre voltavano le spalle se un aspirante compagno era un “vecchio bavoso” uscito dal sottobosco.
Nel mentre, una matrona elencava a squarciagola quelli che lei descriveva “i punti positivi” di ogni donna, che erano una scoperta per tutti.
I miei bisnonni si sono incontrati in questo modo. Credo sia stato un buon abbinamento.
Francis McCarthy era stato deportato dall’Irlanda per il reato di “proferire giuramenti illegali” contro il suo padrone di casa inglese. Quella era l’accusa attribuita ai martiri di Tolpuddle.
Sono così orgoglioso di lui.
Mary e Francis si sposarono a St Mary’s Church, in seguito divenuta Cattedrale di St Mary, il 9 novembre 1823, con altre quattro coppie di detenuti. Otto anni dopo, fu loro concesso il “biglietto di congedo” e Mary ottenne il “perdono condizionato” da un certo colonnello Snodgrass, capitano generale del Nuovo Galles del Sud – la condizione era che non avrebbe mai potuto lasciare la colonia.
Mary partorì 10 figli ed ebbero una vita durissima, amati e rispettati da tutti, fino al loro novantesimo anno.
Mia madre conosceva il segreto di Mary e Francis. Nel giorno del suo matrimonio, nel 1922, e a dispetto della propria famiglia, lei e mio padre vennero a queste mura per rendere omaggio a Mary e alle indocili. Era orgogliosa delle sue “cattive origini”.
A volte mi chiedo: dov’è finito questo spirito oggi? Dov’è lo spirito delle indocili tra coloro che affermano di rappresentarci e quelli di noi che accettano, in prono silenzio, il conformismo sociale caratteristico di gran parte dell’Australia moderna?
Dove sono quelli tra noi disposti a “proferire giuramenti illeciti” e resistere agli autoritari e ai ciarlatani di governo, che glorificano la guerra e, in collusione con un maestro imperiale, inventano nemici stranieri e criminalizzano il dissenso e che abusano e maltrattano vulnerabili profughi su questi sponde chiamandoloi vergognosamente “illegali”.
Mary Palmer era “illegale”. Francis McCarthy era “illegale”. Tutte le donne che sono sopravvissute alla Fabbrica Femminile e hanno combattuto contro le autorità, erano “illegali”.
Il ricordo del loro coraggio, fortitudine e resistenza dovrebbe essere onorato, non denigrato, nel modo in cui lo è oggi. Perché solo quando riconosciamo l’unicità del nostro passato – il nostro passato indigeno e il nostro fiero passato di detenuti – questa nazione otterrà vera indipendenza.
John Pilger
Tradotto per www.comedonchisciotte.org da Gianni Ellena
John Pilger ha pronunciato questo discorso nel 200 ° anniversario della fondazione della Fabbrica Femminile di Parramatta, una prigione in cui donne condannate, provenienti perlopiù dall’Irlanda e dall’Inghilterra, furono esiliate nella colonia australiana della Gran Bretagna all’inizio del XIX secolo.
Fonte: comedonchisciotte.org 

lunedì 23 luglio 2018

Un matrimonio infernale: la fusione Bayer-Monsanto segna la condanna a morte per l’umanità

In che universo è possibile che a due delle corporations mondiali più moralmente corrotte, Bayer e Monsanto venga permesso di unire le forze, in quello che promette di essere il prossimo stadio nell’acquisizione delle risorse agricole e farmaceutiche del pianeta?
Attenzione, anticipo della trama. In questa horror-story di epiche proporzioni non si trova un Mr. Hyde: c’è solo il Dr. Jekyll. Come nella sceneggiatura di un horror di David Lynch, la Bayer AG, famosa per i suoi gas venefici, ha finalizzato (per la cifra di 66 miliardi di dollari) l’acquisizione di Monsanto, la multinazionale agro-chimica che dovrebbe essere sul banco degli imputati nel carcere di Guantanamo e appellarsi al Quinto Emendamento [rifiutarsi di rispondere alle domande n.d.t], invece di godere dell’equivalente societario di protezione ed impunità per i suoi crimini contro l’umanità. Questi sono i privilegi che derivano dall’essere una corporation trasnazionale al di sopra della legge.
Com’era prevedibile, la prima cosa che ha fatto Bayer dopo l’acquisizione di Monsanto, carica com’è di bagaglio extra e irregolarità etiche, è stata quella di dare inizio ad una campagna per il miglioramento dell’immagine. Come un cattivo di Hollywood, che cade in un crogiuolo di acciaio fuso e riappare più tardi sotto un’altra forma, la Monsanto è stata orwellianamente ribattezzata “Bayer Crop-Science Division”, il cui motto è: “La scienza per una vita migliore.”
E comunque, la stessa Bayer è uno schermo protettivo ben piccolo per la Monsanto, considerando che lei stessa ha una storia costellata di malpratiche corporative. Oltre al suo ben noto business in rimedi per l’emicrania, questa azienda tedesca ha avuto un ruolo significativo nell’introduzione dei gas venefici sui campi di battaglia della Prima Guerra Mondiale.
Nonostante il divieto all’uso di armi chimiche risalisse alla Convenzione dell’Aia del 1907, l’Amministratore Delegato della Bayer, Carl Duisberg, che faceva parte di una commissione speciale istituita dal Ministero Tedesco per la Guerra, sapeva riconoscere un’opportunità di affari, quando ne vedeva una.
Duisberg aveva assistito ai primi test con i gas venefici ed era rimasto favorevolmente impressionato dalla nuova, terribile arma: “Il nemico non saprà neanche se una certa area sarà stata irrorata oppure no, e rimarrà tranquillamente al suo posto fino all’apparire dei sintomi.”
La Bayer, che aveva appositamente istituito un dipartimento per la ricerca e lo sviluppo degli agenti gassosi, aveva continuato a mettere a punto armi chimiche sempre più letali, come il fosgene e il gas mostarda. “Questo fosgene, che io sappia, è l’arma peggiore.” aveva rimarcato Duisberg, con uno stupefacente disprezzo per la vita, quasi stesse parlando dell’ultimo tipo di insetticida. “Raccomando caldamente di utilizzare l’opportunità di questa guerra per provare anche le granate a gas.”
Duisberg aveva coronato il suo desiderio demoniaco. La possibilità di usare il campo di battaglia come laboratorio e i soldati come cavie era arrivata nella primavera del 1915, quando la Bayer aveva inviato al fronte circa 700 tonnellate di armi chimiche. E’ stato stimato che, il 22 aprile 1915 ad Ypres, Belgio, siano state usate, per la prima, volta circa 170 tonnellate di cloro gassoso contro le truppe francesi. Nell’attacco erano morti quasi 1000 soldati e molte migliaia erano rimasti intossicati.
In totale, circa 60.000 persone erano morte nella Prima Guerra Mondiale per l’utilizzo, iniziato dalla Germania, delle armi chimiche prodotte dall’azienda di Leverkusen.
Secondo Axel Koehler-Schnura, della Coalition against BAYER Dangers [Coalizione contro i pericoli della Bayer]: “Il marchio Bayer richiama alla mente, in modo particolare, lo sviluppo e la produzione di gas venefici. Nondimeno, l’azienda non si è mai ravveduta del suo coinvolgimento negli orrori della Prima Guerra Mondiale. La Bayer non ha neanche preso le distanze dai crimini di Carl Duisberg.”
Questo comportamento pseudocriminale è continuato praticamente fino in tempi moderni. Mike Papantonio, procuratore degli Stati Uniti e presentatore televisivo, aveva parlato di una delle azioni più esecrabili di questa azienda chimica durante il programma di Thomas Hartmann, The Big Picture: “Negli anni ‘80 producevano un agente coagulante per emofiliaci chiamato Fattore VIII. Questo agente coagulante era risultato contaminato da HIV [1], e poi, dopo il divieto governativo a venderlo qui, lo avevano esportato in tutto il mondo, infettando gente in tutto il mondo. Questa è solo una parte della storia della Bayer.”
Papantonio, citando il resoconto annuale della Bayer per il 2014, afferma che sull’azienda pendono 32 differenti procedimenti giudiziari in tutto il mondo. Per una relazione dei procedimenti a carico della Bayer nel 2018, cliccate qui.
Prima di buttare nel gabinetto i vostri prodotti Bayer e tirare lo sciacquone, mettete magari da parte un’aspirina o due, perché la storia è ancora più brutta.
Una delle conseguenze dirette del mostro “Baysanto” sarà un’impennata dei prezzi per gli agricoltori, che hanno già dovuto ridurre il loro tenore di vita a causa di costi insostenibili. “Gli agricoltori, negli ultimi anni, hanno già sperimentato aumenti di prezzo del 300% su ogni cosa, dalle sementi ai fertilizzanti, tutti controllati dalla Monsanto,” ha riferito Papantonio ad Hartmann. “E tutti gli analisti sono del parere che questi prezzi sono destinati a salire ancora più in alto a causa di questa fusione.”
E comunque è difficile immaginare che la situazione possa peggiorare ancora per gli agricoltori americani, che attualmente hanno la percentuale di suicidi più alta di tutte le professioni del paese. Il tasso di suicidi per gli Americani impiegati in agricoltura, pesca e silvicoltura è di 84,5/100.000 persone, più del quintuplo di quello di tutta la popolazione in generale.
Questa tragica tendenza ricorda quella dell’India dove, una decina di anni fa, milioni di agricoltori avevavno iniziato la transizione dalle tecniche di agricoltura tradizionale a quelle che invece utilizzavano le sementi geneticamente modificate della Monsanto. In passato, seguendo una tradizione millenaria, gli agricoltori conservavano, come sementi, una parte del raccolto e lo riseminavano l’anno successivo. Quell’epoca, dove si seguivano gli schemi e i ritmi ben collaudati della natura, è ormai praticamente finita. Oggi, le sementi geneticamente modificate della Monsanto contengono la cosiddetta tecnologia-Terminator, e le coltivazioni risultanti sono sterili e non più in grado di germinare. In altre parole, la società produttrice delle sementi sta letteralmente giocando a fare Dio con la natura e con le nostre vite. Così, gli agricoltori indiani sono obbligati, ogni anno, a ricomprare a costi proibitivi una nuova fornitura di sementi (insieme al pesticida della Monsanto, il Round-Up).
Ma il mondo avrebbe dovuto forse aspettarsi qualcosa di diverso dalla stessa azienda che è stata coinvolta nella produzione dell’agente Orange, usato dall’esercito (americano) nella guerra del Vietnam (1961-1971)? Più di 4,8 milioni di Vietnamiti hanno sofferto di patologie connesse al defoliante, sparso su vaste estensioni di terreno coltivabile durante la guerra, che ha distrutto la fertilità del terreno e la produzione agricola del Vietnam. Circa 400.000 Vienamiti sono morti a causa dall’uso da parte dell’esercito americano dell’agente Orange, mentre milioni hanno sofferto per la fame, le malattie invalidanti e le malformazioni congenite.
Questa è l’azienda a cui abbiamo permesso, insieme alla Bayer, di controllare un quarto delle risorse alimentari del mondo intero. Tutto questo porta a chiedersi: chi è più pazzo? Bayer e Monsanto, o noi, la gente?
E’ importante ricordare che la fusione Bayer-Monsanto non avviene in un vuoto corporativo. Fa parte della gara delle aziende agrochimiche mondiali per accaparrarsi le risorse alimentari del mondo. ChemCina ha acquisito la svizzera Syngenta per 34 miliardi di dollari, per esempio, mentre Dow e DuPont hanno costituito un loro impero da 130 miliardi di dollari.
In ogni caso, nessuna di queste aziende ha un’immagine lorda di sangue come Bayer e Monsanto, un matrimonio diabolico che minaccia tutta la vita sulla Terra. 




Per concessione di Comedonchisciotte
Fonte: https://www.strategic-culture.org/news/2018/06/30/match-made-hell-bayer-monsanto-partnership-signals-death-knell-for-humanity.html
Data dell'articolo originale: 30/06/2018
URL dell'articolo: http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=23716

domenica 22 luglio 2018

I RE DEI FARMACI / IL TANDEM BARRA-PESSINA SBANCA IN CINA


L'irresistibile ascesa del gruppo "Walgreens Boots Alliance", che fa capo alla coppia italiana Stefano Pessina e Stefania Barra: vent'anni fa due signor nessuno e oggi a capo del più potente gruppo internazionale sul fronte della distribuzione dei prodotti farmaceutici.
Il gruppo italo-statunitesne, infatti, ha portato a segno un altro colpo da novanta: ossia l'acquisto del 40 per cento del pacchetto azionario della più importante catena farmaceutica cinese, "Sinopharm Holding GouDa Drugstores". La trattativa andava avanti da alcuni mesi ma ha subìto un'accelerazione nelle ultime settimane.
Un'espansione davvero senza confini. E partita – incredibile ma vero – da un piccolo deposito di farmaci nella sgarrupata periferia di Napoli, gestito dal pescarse Stefano Pessina, e da una farmacista di Lavagna, Stefania Barra.


Ornella Barra

Due vite che poi si congiungono sia sotto il profilo degli affari che degli affetti. Ed è recentissimo, solo un paio di settimane fa, l'ingresso nella super hit delle imprese a stelle e strisce della perla dell'impero Pessina, come ha dettagliato la Voce.
La scalata, riassunto molto sommariamente (ma potete trovare molte inchieste e articoli cliccando su "Pessina-Barra" nel cerca nomi del sito), comincia con alcune piccole acquisizioni in Francia. Poi si passa in altri paesi europei e infine in Inghiletrrra, dove ottengono il controllo della storica, principale catena di distribuzione dei farmaci. E' quindi la volta dello sbarco negli Usa, dove arrivano addirittura a mettere le mani sul colosso a stelle e strisce Walgreen Boots, che unisce il suo nome a quello di casa Barra-Pessina (Alliance).
Ci siamo già chiesti altre volte. Come mai le star internazionali Pessina-Barra non spiegano non tanto al piccolo mercato italiano ma ai mercati internazionali il segreto del loro successo? Niente per svelare segreti industriali, brevetti o robe simili, ma solo per far conoscere ad una platea più vasta, che giudica ancora l'Italia un paese di fascia non certo alta sotto il profilo industriale, il segreto di tanto successo.
Quale la ricetta vincente? Siamo tutti curiosi di saperlo.
A cominciare dalle origini del gruppo e della liquidità necessarie, all'epoca, per il decollo. Si fa nelle migliori famiglie, come è capitato nel caso Berlusconi: è lesa maestà nei confronti dei neo monegaschi Barra-Pessina?

To see the article visit www.lavocedellevoci.it

venerdì 20 luglio 2018

Le due superpotenze: chi controlla realmente le due nazioni?


All’interno dei gruppi di potere che governano gli Stati Uniti, uno dei quali, il complesso militare-industriale del Deep State, è ancora più potente della lobby israeliana, c’è il grande timore che un incontrollabile Presidente Trump possa raggiungere, durante il suo prossimo incontro con Putin, un accordo che ponga fine alla demonizzazione della Russia, che finora ha garantito l’enorme budget e lo strapotere del comparto della difesa militare.
La paura del Deep State è palpabile negli editoriali che lo stesso Deep State ha commissionato al Washington Post (29 giugno) e al New York Times (29 giugno), due dei megafoni del Deep State, ma che non vengono più presi in considerazione dalla stragrande maggioranza del popolo americano. I due editoriali condividono le stesse argomentazioni e le medesime frasi. Continuano a ripetere le solite, già smentite, menzogne sulla Russia, come se delle palesi ed ovvie bugie fossero dei fatti concreti.
Entrambi accusano il Presidente Trump di “prostrarsi davanti al Kremlino.” Ovviamente, l’inginocchiarsi non è una peculiarità di Donald Trump. Ma, ancora una volta, i fatti non sono di certo un ostacolo alla propaganda vomitata dal WaPo e dal NYT, i due megafoni per le bugie del Deep State.
L’editoriale del Deep State commissionato al WaPo riferisce che: “Le cause della tensione fra Stati Uniti e Russia sono ben note. La Russia ha sottratto la Crimea all’Ucraina, ha fomentato una guerra nell’Ucraina dell’Est, è intervenuta per salvare la dittatura del Presidente siriano Bashar al-Assad, ha interferito nelle elezioni presidenziali americane danneggiando Hillary Clinton e aiutando Donald Trump, ha avvelenato un ex ufficiale dell’intelligence sul suolo britannico e continua ad immischiarsi nelle elezioni degli altri paesi democratici.”
Il paragrafo di apertura del WaPo è una raccolta di tutte le sfacciate bugie costruite dal Deep State per il suo Ministero della Propaganda. Sono stati scritti molti libri sulle infiltrazioni della CIA nei media americani. Non ci sono dubbi a questo proposito. Ricordo che ero appena entrato come Staff Associate [funzionario di primo livello] nello House Defense Appropriation Subcommittee [uno dei 12 sottocomitati che gestiscono i finanziamenti al Ministero della Difesa americano – ndt], quando ero stato informato che il Washington Post era una risorsa della CIA. Questo succedeva nel 1975. Oggi il Post è di proprietà di una persona [Jeff Bezos, fondatore di Amazon.com – ndt] che gode di contratti governativi che, secondo molti, gli permettono di mantenere la sua attività di facciata.
E non dimentichiamoci di Udo Ulfkotte, il redattore della Frankfurter Allgemeine Zeitung, che aveva scritto nel suo best seller Gekaufte Journalisten [Giornalisti comprati] che in Europa non c’era un singolo giornalista importante che non fosse a libro paga della CIA. L’edizione inglese del libro di Ulfkotte è stata soppressa e ne è stata vietata la pubblicazione.

Introvabile


Il New York Times, che aveva detto la verità per l’ultima volta nel 1970, quando aveva pubblicato i Pentagon Papers e aveva avuto il coraggio di battersi per il rispetto del Primo Emendamento, ripete le bugie sull’occupazione della Crimea e sull’attacco all’Ucraina” da parte di Putin, insieme a tutte le altre immotivate stronzate sulla Russia, che avrebbe interferito nelle elezioni presidenziali, facendo eleggere Trump, che ora si genuflette davanti a Putin per servire la Russia invece degli Stati Uniti. L’editoriale commissionato al NYT insinua che Trump possa essere una minaccia alla sicurezza nazionale dell’America e dei suoi alleati (vassalli). Il problema, secondo il NYT, è che Trump non ascolta i suoi consiglieri.
Torna alla memoria il Presidente John F. Kennedy, che non aveva dato retta alla CIA e agli Stati Maggiori Riuniti sull’invasione di Cuba, sul bombardamento atomico dell’Unione Sovietica e sull’utilizzo di un falso auto-attentato (false flag) nei confronti dell’America organizzato proprio dagli Stati Maggiori, l’Operazione Nortwoods. Non è che il New York Times sta preparando l’assassinio di Trump con la scusa che è innamorato della Russia e sacrifica gli interessi nazionali degli Stati Uniti?
Io ci scommetterei.
Mentre il Washington Post e il New York Times ci dicono che, se Trump si incontrerà con Putin, svenderà la sicurezza degli Stati Uniti, Saker afferma che Putin si trova di fronte alle stesse limitazioni,  per Putin però non si tratta di un problema legato alla sicurezza nazionale, ma alla Quinta Colonna russa, agli Integrazionisti Atlantici, che hanno il loro uomo di punta nel Primo Ministro Medvedev, il rappresentante di quella ricca elite russa che si era arricchita impossessandosi, con la benedizione di Washington, dei beni statali durante gli anni di Yeltsin.
Queste elites, secondo Saker, impongono a Putin pastoie così pesanti che mettono a rischio la sovranità stessa della Russia. Per motivi finanziari è molto più importante, per queste elites, far parte dell’impero di Washington piuttosto che di una nazione sovrana. (Link).
Trovo che quella di Saker sia la miglior analisi sugli ostacoli che limitano le possibilità di Putin di rappresentare in pieno gli interessi nazionali russi.
Mi sono spesso domandato come mai Putin non faccia arrestare questi traditori dalle forze di sicurezza e non li faccia condannare alla pena capitale. La risposta è che Putin crede nel ruolo della legge e sa che la Quinta Colonna russa, finanziata e sostenuta dagli Stati Uniti, non può essere eliminata senza spargimenti di sangue e questo è contro la legge. Così la Russia rimane in bilico. Credo che alla Quinta Colonna russa la preminenza del diritto importi molto poco. A loro interessano solo i soldi.
Per quanto Putin possa essere messo in discussione, Chris Hedges, uno dei più grandi giornalisti americani viventi, che potrà anche non avere sempre ragione, ma che, quando ce l’ha, riesce ad essere molto incisivo, illustra la situazione che deve affrontare il popolo americano. E’ una situazione  irrimediabile. Il benessere e i diritti civili dell’America sembrano ormai perduti. (Link).
Secondo me, Hedges, a causa dei suoi ideali di sinistra, si era focalizzato più sulla retorica di Reagan che sui risultati ottenuti da Reagan, (tra cui) i due più importanti del nostro tempo: la fine della stagflazione, che aveva favorito il popolo americano e la fine della Guerra Fredda, che aveva allontanato il rischio di una guerra nucleare. Penso anche che Hedges non approvi la sincerità di Trump riguardo alla necessità di normalizzare le relazioni con la Russia (relazioni peraltro già distrutte dai regimi di Clinton, George W. Bush e Obama) e di riportare in patria, ai lavoratori americani, le attività delocalizzate all’estero. L’agenda di Trump lo porta in rotta di collisione con i due più potenti gruppi di interesse degli Stati Uniti. Un Presidente intenzionato ad affrontare queste poderose lobbies dovrebbe essere apprezzato e sostenuto come, e Hedges lo riconosce, fa la maggioranza dei diseredati. Se posso, vorrei far notare a Chris, che peraltro ammiro, che non spetta a Chris Hedges mettersi contro una scelta popolare. Come può funzionare la democrazia se il popolo non governa?
Hedges scrive, giustamente, “Il problema non è Trump. E’ un sistema politico dominato dal potere corporativo e dai mandarini dei due principali partiti politici, in cui noi (popolo americano) non contiamo nulla.”
Hedges ha assolutamente ragione.
E’ impossibile non ammirare giornalisti come Hedges, che riescono a descrivere la nostra condizione con una tale capacità di sintesi:
“Ora viviamo in una nazione dove i medici distruggono la salute, gli avvocati distruggono la giustizia, le università distruggono la conoscenza, la stampa distrugge l’informazione, la religione distrugge la morale e le banche distruggono l’economia.”
Leggetevi il chiarimento di Saker sulla politica russa. E’ probabile che Putin possa crollare per le pressioni della poderosa Quinta Colonna all’interno del suo governo. Leggetevi anche l’analisi di Chris Hedges sul collasso dell’America. Contiene molte verità. Che cosa succederebbe se il popolo russo si ribellasse alla Quinta Colonna e se l’oppresso popolo americano si sollevasse contro le ruberie del complesso militare-industiale? Che cosa accadrebbe se nessuno dei due popoli insorgesse?
Chi farebbe scoppiare il primo ordigno atomico?
Il nostro tempo sulla Terra non riguarda solo i nostri settant’anni, perchè anche il tempo sulla Terra dell’umanità, e quello di tutte le altre specie, è condizionato dall’uso delle armi atomiche.
E’ già da un bel po’ di tempo che i governi o, se non loro, l’umanità dovrebbe domandarsi perché esistono le armi atomiche e quando potrebbero essere usate senza causare la distruzione della vita sulla Terra.
Perchè non è questo il problema dei nostri giorni, invece, per esempio, dei gabinetti transgender o tutte le altre fake news su cui si concentrano i media prezzolati?
Gli articoli di Saker e di Chris Hedge, due individui sagaci, ci fanno capire come nessuna delle due superpotenze sia in grado di prendere le decisioni migliori, decisioni che devono essere dettate dalla democrazia e non dai voleri degli oligarchi, contro cui nessun governo eletto può resistere.
Se così fosse, sarebbe la fine dell’umanità. 
Paul Craig Roberts
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

giovedì 19 luglio 2018

Diario Civile - Paolo Borsellino Essendo Stato



Per la prima volta sullo schermo, le parole pronunciate da Paolo Borsellino davanti al C.S.M. che gli italiani non hanno mai ascoltato, raccontate da Ruggero Cappuccio.
Il 31 luglio del 1988 il giudice viene convocato davanti al C.S.M. a causa delle interviste rilasciate ai quotidiani "La Repubblica" e "L'Unità", nelle quali denunciava il preoccupante stato di smobilitazione del pool antimafia di Palermo. Borsellino, minacciato dall'ombra di imminenti provvedimenti disciplinari, parla per oltre quattro ore, dalle dieci alle quattordici, davanti al Consiglio Superiore, con straordinaria  lucidità, condannando con forza l'inadeguatezza dei mezzi di contrasto attivati dallo Stato contro la Mafia. Il pomeriggio dello stesso giorno verrà ascoltato il giudice Falcone.
Brani di queste audizioni tesissime, mai rese pubbliche integralmente, sono raccontate in "Paolo Borsellino Essendo Stato", il film documentario di Ruggero Cappuccio, in onda martedì 19 luglio alle 21.30 su Rai Storia. La puntata di "Diario Civile" si articola anche attraverso immagini di repertorio RAI ed interventi del Procuratore Nazionale Antimafia Franco Roberti.
Davanti al C.S.M. i due magistrati affrontano con chiarezza i delicatissimi temi inerenti l'assegnazione delle indagini, l'inserimento nel pool di nuovi giudici senza l'adozione di criteri di sicurezza, l'affidamento di procedimenti sulla criminalità mafiosa a magistrati estranei al pool. Dalle loro parole appassionate emergono i complessi scenari che fanno da sfondo alle indagini sul fenomeno mafioso, ma anche lo spirito di sacrificio di chi, pur accerchiato e consapevole delle occulte relazioni tra criminalità organizzata e Stato deviato, ha deciso di non arretrare.
Giovanni Falcone sarà ucciso quattro anni dopo quel 31 luglio, il 23 maggio 1992, nell'attentato di Capaci. Paolo Borsellino 57 giorni dopo di lui, in via D'Amelio, a Palermo. Proprio su via D'Amelio, sull'ultimo secondo di vita di Paolo Borsellino, il 19 luglio del 1992, e sulle dichiarazioni al C.S.M., si concentra il lavoro di Cappuccio, che dilata questo singolare residuo di tempo in un intenso film documentario, attraverso anche il contributo di alcuni filmati della Rai.
"Paolo Borsellino Essendo Stato" offre ai telespettatori anche uno spaccato della vita del giudice palermitano sospeso tra la realtà urbana e l'armonia perduta della Sicilia. Il tritolo e l'infanzia, il palazzo di giustizia e la spiaggia, il campo di calcio dove giocava da ragazzo con Giovanni Falcone, costituiscono la narrazione visiva di Paolo Borsellino che ricostruisce la propria vita di uomo e di magistrato sul confine tra la vita e la morte.

Diario Civile – Paolo Borsellino essendo stato
scritto, diretto e interpretato da Ruggero Cappuccio
con l'introduzione del Procuratore Nazionale Antimafia Franco Roberti

mercoledì 18 luglio 2018

Vaticano la multinazionale più potente al mondo

Marisa Denaro – Se si pensa ad una multinazionale vengono in mente uomini in giacca e cravatta che gestiscono milioni di euro, invece la più grande multinazionale è composta da uomini in abito talare.

La Chiesa Cattolica è la prima multinazionale con 2 mila miliardi di dollari di patrimonio immobiliare di cui circa il 22% del patrimonio immobiliare in Italia, riserve d’oro di oltre 60000 tonnellate sparse tra la US Federal Reaerve Bank e banche elvetiche e britanniche, per non parlare dei capitali depositati presso lo IOR, istituto opere religiose, la banca vaticana più volte coinvolta in scandali lambire anche da omicidi, finti suicidi e sparizioni.
Non solo oro e immobili ma azioni e obbligazioni detenute dal Vaticano in varie società sparse in tutto il mondo.
Un esempio su tutti l’Amministrazione patrimonio Sede Apostolica che dovrebbe gestire unicamente la curia romana, ha nelle sue disponibilità circa un miliardo di euro.
Non da meno sono i vari ordini religiosi, enti e fondazioni che gestiscono veri e propri imperi economici come Propaganda Fide ( il ministero delle missioni) che gestisce un patrimonio stimato in 10 miliardi di euro.
La Banca Cattolica Pax di Colonia, come riferisce il giornale tedesco Der Spiegel, sino al 2009 aveva investito in azioni di aziende che producono tabacco, armi finanziando con 1,6 miliardi di euro la Bae Systems colosso della difesa e persino contraccettivi possedendo 580 milioni di euro in azioni della società farmaceutica Wyeth.
Una volta scoperchiato il calderone rendendo pubblici i veri affari della Banca Cattolica Pax, la stessa si è premurata di informare  i propri clienti che aveva provveduto a vendere tutte le “cattive azioni”.
Non da meno sono gli arcivescovadi di Madrid e Burgos avendo investito 80 mila euro in azioni dei laboratori farmaceutici Pfizer che fabbricano Viagra e un anticoncezionale che si inietta ogni tre mesi.
Affari gestiti con estremo cinismo nel totale disprezzo del pensiero cattolico che da sempre ha condannato l’uso della pillola contraccettiva, condannando le donne che ne fanno uso da un lato e guadagnandoci dall’altro. Il tutto inoltre, accadeva mentre in Italia si assisteva ad un acceso dibattito sulla pillola abortiva RU486.
Chissà poi cosa hanno pensato i frati comboniani contrari alle banche che finanziano società che producono armi quando si sono resi conto che chi li finanziava indossava il crocifisso.
Il Vaticano ha partecipazioni in molte imprese in vari ambiti quali plastica, elettronica, cemento, acciaio e nel settore immobiliare. Ha partecipazioni in Italgas, Fiat come Alitalia.
Nonostante un capitale immenso sottostimato visto che non sono considerate le numerosissime opere d’arte di proprietà della Chiesa Cattolica, incassa anche l’8 Per mille aumentando ancor di più un capitale che da solo potrebbe sfamare le intere popolazioni disagiate del continente africano.
Lo Ior, a dispetto del suo nome, di opere religiose se ne occupa ben poco, gestisce circa 6 miliardi di euro ed è stata più volte al centro di casi di riciclaggio di denaro sporco come il caso del Banco Ambrosiano che porta con sé la morte del banchiere Roberto Calvi, per non parlare dei rapporti ambigui con Michele Sindona legato ad ambienti massonici-mafiosi o l’omicidio di Giorgio Ambrosoli, la sparizione di Emanuela Orlandi, i legami con la banda della Magliana,  la misteriosa ed improvvisa morte di Papa Luciani, gli scandali Enimont e i fondi neri amministrati dall’arcivescovo Marcinkus.
Persino lo scandalo calciopoli ha coinvolti lo Ior dove erano depositati fondi neri della Gea World di Alessando Moggi.
Interessi miliardari che vanno oltre i cardini della religione cattolica che predica la povertà e la carità.
Poveri a parole ma ricchi di fatto, pro vita ma contribuiscono a produrre anticoncezionali, contro le guerre e producono armi, a favore dell’ambiente bellezza del creato da preservare e producono plastica.
Fonte: Vaticano la multinazionale più potente al mondo   Articolotre

martedì 17 luglio 2018

Cosa prepara Donald Trump, di Thierry Meyssan

Dopo l’esame degli eventi storici cui Donald Trump fa riferimento (il compromesso costituzionale del 1789, gli esempi di Andrew Jackson e di Richard Nixon) e della percezione della sua politica da parte dei sostenitori, ora Thierry Meyssan passa all’analisi della sua azione antimperialista. Trump non vuole un ritorno al passato. Al contrario, sta abbandonando gli interessi della classe dirigente transnazionale a beneficio dello sviluppo economico nazionale.
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Il vento delle pale dell’elicottero presidenziale ha fatto volare via il berretto di un marine di guardia, Donald Trump lo raccoglie e glielo rimette in testa.
Questo articolo è il seguito di "La collocazione di Donald Trump”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 19 giugno 2018.

Il problema

Nel 1916, durante la prima guerra mondiale, Lenin analizzò le ragioni che portarono allo scontro tra gli imperi dell’epoca e scrisse L’imperialismo fase suprema del capitalismo. In quest’opera Lenin ha così chiarito il suo pensiero: «L’imperialismo è dunque il capitalismo giunto a quella fase di sviluppo in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l’esportazione di capitale ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo fra i trust internazionali ed è già compiuta la ripartizione dell’intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici.»
I fatti hanno confermato la logica di concentrazione del capitalismo descritta da Lenin. Nel corso di un secolo, agli imperi precedenti se n’è sostituito uno nuovo: «L’America», da non confondersi con il continente americano. A furia di fusioni-acquisizioni, un esiguo numero di società multinazionali ha prodotto una classe dirigente globale che ogni anno si autocelebra a Davos, in Svizzera. Questi personaggi non servono gli interessi del popolo statunitense – del resto loro stessi non sono necessariamente tutti statunitensi – bensì si servono dei mezzi dello Stato federale USA per massimizzare i loro profitti.
Donald Trump è stato eletto presidente degli Stati Uniti sulla promessa di ritornare, attraverso la libera concorrenza, a uno stadio anteriore del capitalismo, quello del “sogno americano”. Certo si può ritenere, come Lenin, che questo ripristino sia impossibile a priori, tuttavia Trump ha imboccato questa via.
Il cuore del sistema capitalistico imperiale è espresso dalla dottrina del Pentagono, enunciata dall’ammiraglio Arthur Cebrowski: il mondo è ormai diviso in due, da un lato gli Stati sviluppati e stabili, dall’altro gli Stati non ancora integrati nella globalizzazione imperiale, dunque votati all’instabilità. La missione delle forze armate USA è distruggere le strutture statali e sociali delle regioni non integrate: dal 2001 hanno con pazienza distrutto il Medio Oriente Allargato, ora si apprestano a fare altrettanto nel Bacino dei Caraibi.
Non si può non prendere atto che il modo di comprensione del mondo da parte del Pentagono si fonda sugli stessi concetti utilizzati da pensatori antimperialisti, come Immanuel Wallerstein, Giovanni Arrighi o Samir Amin.

Il tentativo di soluzione

Dunque, l’obiettivo di Trump è sia reinvestire i capitali transnazionali nell’economia USA sia ricondurre Pentagono e CIA, dalla funzione imperialista che attualmente rivestono, alla difesa nazionale. Per ottenere questo risultato, Trump deve ritirarsi dai trattati commerciali internazionali e sciogliere le strutture intergovernative che rendono stabile l’ordine che vuole sovvertire.
Sciogliere i trattati internazionali
Già nei primi giorni di mandato, Trump ha ritirato gli Stati Uniti dall’accordo sul Partenariato Trans-Pacifico, che non era stato ancora firmato, un trattato commerciale strategicamente concepito per isolare la Cina.
Non potendo annullare la firma sui trattati in vigore, per esempio l’Accordo Nordamericano per il Libero Scambio, Trump ha cominciato a smontarli, imponendo diritti di dogana che ne violano lo spirito, anche se non la lettera.
Reinquadrare o sciogliere le strutture intergovernative
L’abbiamo spesso scritto su questo sito: le Nazioni Unite non sono più un forum per la pace, sono diventate strumento dell’imperialismo USA; una trasformazione cui solo pochi Stati continuano a opporsi. Questo accadde con la politica della sedia vuota dell’Unione Sovietica (guerra di Corea) e continua a succedere da luglio 2012.
Il presidente Trump ha attaccato i due principali strumenti imperialisti in seno all’ONU: le operazioni per il mantenimento della pace (che hanno sostituito le missioni di osservazione, previste inizialmente dalla Carta) e il Consiglio per i Diritti dell’Uomo (la cui unica funzione è adesso giustificare le guerre umanitarie della NATO). Trump ha svuotato il budget delle prime e ha ritirato gli Stati Uniti dal secondo. Per contro, non è riuscito a imporre il proprio candidato al posto di direttore dell’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni, lasciando così campo libero, per il momento, al traffico mondiale degli esseri umani. Ovviamente, Trump non vuole distruggere l’ONU, bensì reinquadrarlo per ricondurlo alla sua funzione originaria.
Trump ha recentemente silurato il G7. Quest’assise, in origine occasione di scambio di punti di vista, era divenuta dal 1994 strumento di dominazione imperiale. Nel 2014 il G7 si è trasformato in strumento anti-Russia, conformemente alla nuova strategia degli anglosassoni, che mirava a “salvare il salvabile”, ossia a evitare una nuova guerra mondiale circoscrivendo l’impero alle frontiere con la Russia e isolando quest’ultima. Durante l’ultima riunione del G7 a Charlevoix , il presidente Trump si è sforzato di dimostrare agli sconcertati alleati che egli non è più il loro sovrano e che dovranno cavarsela da soli.
Infine, dopo aver invano tentato di usare la Francia per far saltare l’Unione Europea, ha ripiegato sull’Italia, dove ha inviato Steve Bannon per far nascere, grazie all’aiuto delle banche statunitensi, un governo anti-sistema. Roma si è già alleata con altre cinque capitali per opporsi a Bruxelles.
Reinvestire nell’economia produttiva
Grazie a diverse misure fiscali e doganali – raramente votate dal Congresso, più spesso adottate per decreto – Trump incoraggia le grandi società statunitensi a riportare in patria le fabbriche. Ne è seguita un’immediata ripresa economica, pressoché l’unico risultato che i media gli riconoscono.
Tuttavia si è ancora moto lontani dall’osservare una regressione della finanza, che probabilmente continua a prosperare fuori degli Stati Uniti, ossia a succhiare le ricchezze del resto del mondo.
Reindirizzare Pentagono e CIA
Cosa evidentemente più difficile da fare. Trump ha avuto i voti della truppa, ma non quelli degli ufficiali superiori e dei generali.
Trump è entrato in politica l’11 settembre 2001, quando ha contestato immediatamente la versione ufficiale dell’attentato alle Torri Gemelle. In seguito, si è stupito delle contraddizioni tra il discorso dominante e i fatti: sebbene i presidenti Bush Jr. e Obama abbiano entrambi dichiarato di voler eliminare i movimenti jihadisti, durante i loro mandati abbiamo assistito a una moltiplicazione drastica e a una globalizzazione dello jihadismo, fenomeni che hanno consentito la creazione di uno Stato jihadista indipendente in Iraq e in Siria.
Per questa ragione Trump si è attorniato, sin dai primi giorni del mandato, di ufficiali che godono di autorità indiscussa nelle forze armate. Era per lui l’unica opzione possibile: gli permette di prevenire un colpo di Stato militare e, al tempo stesso, di farsi ubbidire nel percorso della riforma che vuole intraprendere. Per quanto riguarda la tattica sul campo, Trump ha poi dato carta bianca ai militari nel loro complesso. Infine, non perde occasione di riaffermare il proprio sostegno alle Forze Armate e ai Servizi d’intelligence.
Dopo aver revocato il diritto a un seggio permanente nel Consiglio per la Sicurezza Nazionale al presidente dei capi di stato-maggiore e al direttore della CIA, Trump ha ordinato di cessare di sostenere gli jihadisti. Progressivamente, Al Qaeda e Daesh hanno perso terreno. Oggi questa politica prosegue con la revoca del sostegno agli jihadisti nel sud della Siria. Ormai gli jihadisti non dispongono più di eserciti privati, unicamente di gruppi sparpagliati, che usano per azioni terroristiche mirate.
Conformemente alla medesima linea di condotta, inizialmente Trump ha finto di rinunciare a sciogliere la NATO se questa avesse accettato di aggiungere alla propria funzione anti-Russia la funzione anti-terrorismo. Adesso il presidente USA sta cominciando a dimostrare alla NATO che i privilegi di cui gode non sono eterni; lo abbiamo visto infatti rifiutare la concessione di un visto speciale a un ex segretario generale. Soprattutto, Trump comincia a erodere la funzione anti-Russia della NATO: negozia con Mosca l’annullamento delle manovre dell’Alleanza in Europa dell’Est; chiede atti amministrativi che attestino il rifiuto degli alleati di contribuire alla difesa comune in proporzione ai loro mezzi. In sintesi, Trump si prepara a fare esplodere la NATO non appena se ne presenterà l’occasione.
Questo momento sopraggiungerà solo quando la destrutturazione delle relazioni internazionali arriverà simultaneamente a maturazione in Asia (Corea del Nord), nel Medio Oriente Allargato (Palestina e Iran) e in Europa (UE).
Quel che bisogna tenere presente:
-  Il presidente Trump non è affatto il personaggio “imprevedibile” che ci viene descritto. Al contrario, agisce in maniera riflessiva e logica.
-  Trump sta preparando una riorganizzazione delle relazioni internazionali. Questo cambiamento non può che passare da uno sconvolgimento completo e repentino, a danno degli interessi della classe dirigente transnazionale.