Oltre il Mito: I Nuovi Storici, le Risoluzioni Inattese e le Voci Dissidenti di Israele
Per decenni, la narrazione ufficiale sulla nascita di Israele è stata un monolite incrollabile: un popolo senza terra che torna in una terra senza popolo, costretto a difendersi da aggressioni ingiustificate. Tuttavia, a partire dalla fine degli anni '80, un gruppo di ricercatori ha scardinato queste certezze. Grazie all'apertura degli archivi di stato, i cosiddetti "Nuovi Storici" hanno rivelato un quadro ben più complesso, fatto di espulsioni pianificate, opportunità di pace mancate e risoluzioni internazionali sistematicamente ignorate. Questo approfondimento esplora le figure chiave di questa rivoluzione storiografica, le risoluzioni ONU dimenticate e le voci – religiose e laiche – che si oppongono al sionismo dall'interno stesso dell'ebraismo.
1. I Nuovi Storici: Decostruire le Fondamenta
Il termine "Nuovi Storici" (Ha-Historionim Ha-Hadashim) è stato coniato nel 1988 da Benny Morris, lo storico che per primo ha avuto il coraggio di utilizzare i documenti declassificati per sfidare la versione ufficiale degli eventi del 1948. Il loro lavoro non è mera accademia: ha fornito le basi intellettuali per comprendere le radici del conflitto israelo-palestinese al di là della propaganda.
I Tre Pilastri del Movimento
Benny Morris, con la sua opera fondamentale La nascita del problema dei rifugiati palestinesi 1947-1949, ha dimostrato che l'esodo palestinese (la Nakba) non fu causato principalmente da ordini di fuga lanciati dai leader arabi, come sostenuto da Tel Aviv per decenni. Morris ha provato che l'esodo fu il risultato di espulsioni dirette, attacchi militari e guerre psicologiche condotte dalle milizie sioniste e dal neo-esercito israeliano. Sebbene Morris abbia mantenuto una posizione sionista critica, giustificando molte azioni come necessarie per la sopravvivenza dello Stato, i suoi dati hanno aperto la strada a interpretazioni più radicali.
Tra questi spicca Ilan Pappé, storico di origine ebraica che ha spinto le conclusioni di Morris alle loro estreme conseguenze morali. Nel suo libro La pulizia etnica della Palestina, Pappé sostiene che l'esodo non fu un effetto collaterale della guerra, ma l'obiettivo centrale del "Piano Dalet" (Plan D), un progetto sistematico di svuotamento demografico della Palestina storica. Pappé non esita a usare il termine giuridico "pulizia etnica" per descrivere gli eventi del 1948, citando la distruzione di oltre 500 villaggi e massacri come quello di Deir Yassin. Le sue posizioni gli sono costate l'allontanamento dall'Università di Haifa e il trasferimento nel Regno Unito, dove oggi insegna all'Università di Exeter e sostiene attivamente il movimento BDS.
Completa la triade Avi Shlaim, storico di origine irachena autore di Il muro di ferro: Israele e il mondo arabo. Shlaim ha concentrato la sua ricerca sulla diplomazia, smontando il mito secondo cui Israele avrebbe sempre cercato la pace. Analizzando la dottrina del "Muro di Ferro", Shlaim documenta come leader come David Ben-Gurion abbiano spesso respinto iniziative di pace arabe (inclusi approcci dalla Giordania) per consolidare i confini con la forza, preferendo la certezza della vittoria militare all'incertezza del compromesso territoriale.
Altre Voci Fondamentali
Il quadro si allarga con figure come Tom Segev, autore di Il settimo milione e Un paese nato tardi. Segev ha raccontato con stile narrativo le contraddizioni interne della società israeliana, mostrando come l'élite sionista abbia spesso marginalizzato i sopravvissuti all'Olocausto e gli ebrei orientali, costruendo un'identità nazionale artificiale basata sulla militarizzazione.
Il compianto sociologo Baruch Kimmerling, con Palestinesi: la nascita di una nazione (scritto con Joel Migdal), ha dimostrato che l'identità nazionale palestinese si era già formata in reazione al sionismo ben prima del 1948, smentendo il mito della "terra senza popolo". Infine, il politico e storico Simha Flapan, nel suo La nascita di Israele: miti e realtà, ha sistematicamente smontato sette dei miti fondativi del sionismo, dimostrando come la leadership sionista avesse obiettivi espansionistici ben precisi fin dall'inizio.
2. L'Archivio delle Risoluzioni Inattuate
Mentre la storia veniva riscritta dagli archivi, il diritto internazionale accumulava documenti ignorati. Oltre alla celebre Risoluzione 194 dell'Assemblea Generale ONU (1948), che sancisce il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi e lo status internazionale di Gerusalemme, esiste un lungo elenco di risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e dell'Assemblea Generale rimaste lettera morta.
- Risoluzione 181 (1947): Il piano di partizione prevedeva uno stato arabo e uno ebraico, con Gerusalemme come Corpus Separatum sotto controllo internazionale. Mentre Israele è nato, lo stato arabo non ha visto la luce e Gerusalemme è stata annessa de facto da Israele, violando lo status internazionale previsto.
- Risoluzione 242 (1967): Famosa per il principio "terra in cambio di pace", chiede il ritiro delle forze israeliane dai territori occupati nel conflitto del 1967. Oltre 50 anni dopo, il ritiro totale non è avvenuto e i territori restano sotto occupazione o controllo militare.
- Risoluzione 446 (1979) e successive: Dichiarano illegali gli insediamenti israeliani in Cisgiordania, a Gerusalemme Est e sulle Alture del Golan, definendoli una violazione della Quarta Convenzione di Ginevra. Nonostante ciò, gli insediamenti sono cresciuti costantemente, ospitando oggi oltre 500.000 coloni.
- Risoluzione 497 (1981): Dichiara nulla l'annessione delle Alture del Golan da parte di Israele. Il territorio rimane sotto controllo israeliano, nonostante il diritto internazionale lo consideri territorio siriano occupato.
- Risoluzione 2334 (2016): Condanna fermamente la continuazione degli insediamenti. Approvata dal Consiglio di Sicurezza grazie all'astensione degli Stati Uniti, è stata sistematicamente ignorata dai governi israeliani successivi.
Il meccanismo di enforcement dell'ONU rimane debole: il veto degli Stati Uniti al Consiglio di Sicurezza ha spesso bloccato sanzioni o azioni coercitive, lasciando queste risoluzioni come moniti morali inascoltati.
3. Antisionismo Ebraico: Dalla Teologia alla Politica
L'opposizione a Israele non proviene solo dal mondo arabo o dalla sinistra internazionale, ma anche dall'interno stesso del mondo ebraico, con motivazioni diametralmente opposte.
L'Antisionismo Religioso
Gruppi come i Neturei Karta e la dinastia hassidica dei Satmar rifiutano lo Stato di Israele per motivi teologici. Per loro, la sovranità ebraica può essere restaurata solo dal Messia; creare uno stato con la forza umana è una ribellione contro Dio. I Neturei Karta, in particolare, sono noti per le loro posizioni radicali, culminate nella partecipazione alla controversa conferenza sul revisionismo dell'Olocausto a Teheran nel 2006. Qui, una delegazione guidata dal rabbino Yisroel Dovid Weiss incontrò il allora presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad.
La motivazione addotta dal gruppo merita una distinzione cruciale: i rappresentanti hanno dichiarato di non essere presenti per negare i fatti storici dello sterminio (lo stesso Weiss ha affermato di aver perso parenti nella Shoah), bensì per contestare l'uso politico che lo Stato di Israele fa della tragedia. La loro tesi è che il sionismo strumentalizzi la memoria delle vittime per giustificare l'esistenza dello Stato e le sue politiche verso i palestinesi, definendo l'Olocausto un "mito creato dal movimento sionista" in senso narrativo-politico. Tuttavia, agli occhi della comunità internazionale e delle altre organizzazioni ebraiche, questa distinzione è apparsa estremamente sfumata: sedersi allo stesso tavolo di noti negazionisti che negano l'esistenza delle camere a gas ha reso di fatto la loro posizione indistinguibile dal negazionismo storico, attirando la condanna unanime persino da parte di altri gruppi antisionisti come i Satmar.
L'Antisionismo Politico e Secolare
Sul fronte opposto, l'antisionismo secolare critica Israele non per motivi religiosi, ma per la sua natura di "stato etnico". Intellettuali come la filosofa Judith Butler, il linguista Noam Chomsky e lo storico Tony Judt sostengono che un stato che privilegia un gruppo etnico (gli ebrei) tramite leggi come la "Legge del Ritorno" sia intrinsecamente incompatibile con la democrazia liberale e l'uguaglianza dei diritti.
La critica si concentra sulla "minaccia demografica": il timore israeliano che un ritorno massiccio di rifugiati palestinesi o un'immigrazione non ebraica possa alterare la maggioranza ebraica dello stato. Questo porta a politiche di controllo demografico che, secondo i critici, trasformano Israele in una "etnocrazia" piuttosto che in una democrazia piena. Organizzazioni come Jewish Voice for Peace e IfNotNow negli Stati Uniti incarnano oggi questa resistenza, disaccoppiando l'identità ebraica dal sostegno alle politiche dello stato israeliano.
Fonti e Approfondimenti
- Neturei Karta e Antisionismo: https://it.wikipedia.org/wiki/Neturei_Karta
- Conferenza di Teheran 2006: https://en.wikipedia.org/wiki/International_Conference_to_Review_the_Global_Vision_of_the_Holocaust
- Nuova Storiografia Israeliana: https://it.wikipedia.org/wiki/Nuova_storiografia_israeliana
- Risoluzione ONU 194: https://it.wikipedia.org/wiki/Risoluzione_194_dell%27Assemblea_generale_delle_Nazioni_Unite
- Esodo Palestinese (Nakba): https://it.wikipedia.org/wiki/Esodo_palestinese_del_1948
- Negazionismo dell'Olocausto: https://it.wikipedia.org/wiki/Negazionismo_dell%27Olocausto
Redatto con il supporto di EURIA AI
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