martedì 17 luglio 2018

Cosa prepara Donald Trump, di Thierry Meyssan

Dopo l’esame degli eventi storici cui Donald Trump fa riferimento (il compromesso costituzionale del 1789, gli esempi di Andrew Jackson e di Richard Nixon) e della percezione della sua politica da parte dei sostenitori, ora Thierry Meyssan passa all’analisi della sua azione antimperialista. Trump non vuole un ritorno al passato. Al contrario, sta abbandonando gli interessi della classe dirigente transnazionale a beneficio dello sviluppo economico nazionale.
JPEG - 21.9 Kb
Il vento delle pale dell’elicottero presidenziale ha fatto volare via il berretto di un marine di guardia, Donald Trump lo raccoglie e glielo rimette in testa.
Questo articolo è il seguito di "La collocazione di Donald Trump”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 19 giugno 2018.

Il problema

Nel 1916, durante la prima guerra mondiale, Lenin analizzò le ragioni che portarono allo scontro tra gli imperi dell’epoca e scrisse L’imperialismo fase suprema del capitalismo. In quest’opera Lenin ha così chiarito il suo pensiero: «L’imperialismo è dunque il capitalismo giunto a quella fase di sviluppo in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l’esportazione di capitale ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo fra i trust internazionali ed è già compiuta la ripartizione dell’intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici.»
I fatti hanno confermato la logica di concentrazione del capitalismo descritta da Lenin. Nel corso di un secolo, agli imperi precedenti se n’è sostituito uno nuovo: «L’America», da non confondersi con il continente americano. A furia di fusioni-acquisizioni, un esiguo numero di società multinazionali ha prodotto una classe dirigente globale che ogni anno si autocelebra a Davos, in Svizzera. Questi personaggi non servono gli interessi del popolo statunitense – del resto loro stessi non sono necessariamente tutti statunitensi – bensì si servono dei mezzi dello Stato federale USA per massimizzare i loro profitti.
Donald Trump è stato eletto presidente degli Stati Uniti sulla promessa di ritornare, attraverso la libera concorrenza, a uno stadio anteriore del capitalismo, quello del “sogno americano”. Certo si può ritenere, come Lenin, che questo ripristino sia impossibile a priori, tuttavia Trump ha imboccato questa via.
Il cuore del sistema capitalistico imperiale è espresso dalla dottrina del Pentagono, enunciata dall’ammiraglio Arthur Cebrowski: il mondo è ormai diviso in due, da un lato gli Stati sviluppati e stabili, dall’altro gli Stati non ancora integrati nella globalizzazione imperiale, dunque votati all’instabilità. La missione delle forze armate USA è distruggere le strutture statali e sociali delle regioni non integrate: dal 2001 hanno con pazienza distrutto il Medio Oriente Allargato, ora si apprestano a fare altrettanto nel Bacino dei Caraibi.
Non si può non prendere atto che il modo di comprensione del mondo da parte del Pentagono si fonda sugli stessi concetti utilizzati da pensatori antimperialisti, come Immanuel Wallerstein, Giovanni Arrighi o Samir Amin.

Il tentativo di soluzione

Dunque, l’obiettivo di Trump è sia reinvestire i capitali transnazionali nell’economia USA sia ricondurre Pentagono e CIA, dalla funzione imperialista che attualmente rivestono, alla difesa nazionale. Per ottenere questo risultato, Trump deve ritirarsi dai trattati commerciali internazionali e sciogliere le strutture intergovernative che rendono stabile l’ordine che vuole sovvertire.
Sciogliere i trattati internazionali
Già nei primi giorni di mandato, Trump ha ritirato gli Stati Uniti dall’accordo sul Partenariato Trans-Pacifico, che non era stato ancora firmato, un trattato commerciale strategicamente concepito per isolare la Cina.
Non potendo annullare la firma sui trattati in vigore, per esempio l’Accordo Nordamericano per il Libero Scambio, Trump ha cominciato a smontarli, imponendo diritti di dogana che ne violano lo spirito, anche se non la lettera.
Reinquadrare o sciogliere le strutture intergovernative
L’abbiamo spesso scritto su questo sito: le Nazioni Unite non sono più un forum per la pace, sono diventate strumento dell’imperialismo USA; una trasformazione cui solo pochi Stati continuano a opporsi. Questo accadde con la politica della sedia vuota dell’Unione Sovietica (guerra di Corea) e continua a succedere da luglio 2012.
Il presidente Trump ha attaccato i due principali strumenti imperialisti in seno all’ONU: le operazioni per il mantenimento della pace (che hanno sostituito le missioni di osservazione, previste inizialmente dalla Carta) e il Consiglio per i Diritti dell’Uomo (la cui unica funzione è adesso giustificare le guerre umanitarie della NATO). Trump ha svuotato il budget delle prime e ha ritirato gli Stati Uniti dal secondo. Per contro, non è riuscito a imporre il proprio candidato al posto di direttore dell’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni, lasciando così campo libero, per il momento, al traffico mondiale degli esseri umani. Ovviamente, Trump non vuole distruggere l’ONU, bensì reinquadrarlo per ricondurlo alla sua funzione originaria.
Trump ha recentemente silurato il G7. Quest’assise, in origine occasione di scambio di punti di vista, era divenuta dal 1994 strumento di dominazione imperiale. Nel 2014 il G7 si è trasformato in strumento anti-Russia, conformemente alla nuova strategia degli anglosassoni, che mirava a “salvare il salvabile”, ossia a evitare una nuova guerra mondiale circoscrivendo l’impero alle frontiere con la Russia e isolando quest’ultima. Durante l’ultima riunione del G7 a Charlevoix , il presidente Trump si è sforzato di dimostrare agli sconcertati alleati che egli non è più il loro sovrano e che dovranno cavarsela da soli.
Infine, dopo aver invano tentato di usare la Francia per far saltare l’Unione Europea, ha ripiegato sull’Italia, dove ha inviato Steve Bannon per far nascere, grazie all’aiuto delle banche statunitensi, un governo anti-sistema. Roma si è già alleata con altre cinque capitali per opporsi a Bruxelles.
Reinvestire nell’economia produttiva
Grazie a diverse misure fiscali e doganali – raramente votate dal Congresso, più spesso adottate per decreto – Trump incoraggia le grandi società statunitensi a riportare in patria le fabbriche. Ne è seguita un’immediata ripresa economica, pressoché l’unico risultato che i media gli riconoscono.
Tuttavia si è ancora moto lontani dall’osservare una regressione della finanza, che probabilmente continua a prosperare fuori degli Stati Uniti, ossia a succhiare le ricchezze del resto del mondo.
Reindirizzare Pentagono e CIA
Cosa evidentemente più difficile da fare. Trump ha avuto i voti della truppa, ma non quelli degli ufficiali superiori e dei generali.
Trump è entrato in politica l’11 settembre 2001, quando ha contestato immediatamente la versione ufficiale dell’attentato alle Torri Gemelle. In seguito, si è stupito delle contraddizioni tra il discorso dominante e i fatti: sebbene i presidenti Bush Jr. e Obama abbiano entrambi dichiarato di voler eliminare i movimenti jihadisti, durante i loro mandati abbiamo assistito a una moltiplicazione drastica e a una globalizzazione dello jihadismo, fenomeni che hanno consentito la creazione di uno Stato jihadista indipendente in Iraq e in Siria.
Per questa ragione Trump si è attorniato, sin dai primi giorni del mandato, di ufficiali che godono di autorità indiscussa nelle forze armate. Era per lui l’unica opzione possibile: gli permette di prevenire un colpo di Stato militare e, al tempo stesso, di farsi ubbidire nel percorso della riforma che vuole intraprendere. Per quanto riguarda la tattica sul campo, Trump ha poi dato carta bianca ai militari nel loro complesso. Infine, non perde occasione di riaffermare il proprio sostegno alle Forze Armate e ai Servizi d’intelligence.
Dopo aver revocato il diritto a un seggio permanente nel Consiglio per la Sicurezza Nazionale al presidente dei capi di stato-maggiore e al direttore della CIA, Trump ha ordinato di cessare di sostenere gli jihadisti. Progressivamente, Al Qaeda e Daesh hanno perso terreno. Oggi questa politica prosegue con la revoca del sostegno agli jihadisti nel sud della Siria. Ormai gli jihadisti non dispongono più di eserciti privati, unicamente di gruppi sparpagliati, che usano per azioni terroristiche mirate.
Conformemente alla medesima linea di condotta, inizialmente Trump ha finto di rinunciare a sciogliere la NATO se questa avesse accettato di aggiungere alla propria funzione anti-Russia la funzione anti-terrorismo. Adesso il presidente USA sta cominciando a dimostrare alla NATO che i privilegi di cui gode non sono eterni; lo abbiamo visto infatti rifiutare la concessione di un visto speciale a un ex segretario generale. Soprattutto, Trump comincia a erodere la funzione anti-Russia della NATO: negozia con Mosca l’annullamento delle manovre dell’Alleanza in Europa dell’Est; chiede atti amministrativi che attestino il rifiuto degli alleati di contribuire alla difesa comune in proporzione ai loro mezzi. In sintesi, Trump si prepara a fare esplodere la NATO non appena se ne presenterà l’occasione.
Questo momento sopraggiungerà solo quando la destrutturazione delle relazioni internazionali arriverà simultaneamente a maturazione in Asia (Corea del Nord), nel Medio Oriente Allargato (Palestina e Iran) e in Europa (UE).
Quel che bisogna tenere presente:
-  Il presidente Trump non è affatto il personaggio “imprevedibile” che ci viene descritto. Al contrario, agisce in maniera riflessiva e logica.
-  Trump sta preparando una riorganizzazione delle relazioni internazionali. Questo cambiamento non può che passare da uno sconvolgimento completo e repentino, a danno degli interessi della classe dirigente transnazionale.

lunedì 16 luglio 2018

Tesla, obiettivo raggiunto: prodotte 5.000 Model 3 a settimana

Elon Musk ha mantenuto la promessa e Tesla è stata in grado di produrre 5.000 Model 3 a settimana per la fine del secondo trimestre. In realtà c'è stato bisogno di qualche ora in più. Come hanno dichiarato due operai alla Reuters, l'esemplare numero 5.000 è uscito dalla linea di produzione alle 5 di mattina dell'1 luglio. Un po' dopo la mezzanotte, che era la deadline indicata da Musk. Niente di grave comunque.
E, come è nell'indole del boss di Tesla, l'asticella è già stata alzata. Entro la fine di luglio, l'obiettivo è raggiungere la produzione di 6.000 Model 3 a settimana. Nel frattempo, Tesla ha raggiunto un ritmo produttivo di 7.000 unità a settimana per Model S e Model X. Tornando a Model 3, sarà interessante vedere se ora la Casa californiana saprà mantenere questo ritmo. La cosa più importante ancora prima di lanciarsi nella nuova sfida alle 6.000 unità settimanali indicata da Musk.
Alcuni analisti ritengono che il ritmo tenuto da Tesla negli ultimi tempi non sia sostenibile sul lungo periodo. Per raggiungere l'obiettivo, Tesla ha costruito in poche settimane una seconda linea produttiva sotto un enorme tendone, all'esterno della fabbrica di Fremont. Da qui sono uscite le versioni dual motor e performance di Model 3.

domenica 15 luglio 2018

[Reseau Voltaire] Les principaux titres de la semaine 13 7 2018


Réseau Voltaire
Focus




En bref

 
Lafarge produisait le ciment utilisé par Daesh
 

 
Le « sultan » Erdoğan intronisé dans ses fonctions
 

 
Après Bannon à Rome, contre-attaque d'Obama à Madrid et Porto
 

 
Saïf el-Islam Kadhafi publie son programme
 

 
Tensions dans le détroit d'Ormuz
 

 
Les Kurdes pro-US contre les chrétiens iraquiens et syriens
 

 
Les armes des « rebelles » de Deraa
 

 
Vrai ou faux complot iranien en Europe ?
 

 
Libération rapide du Sud de la Syrie
 

 
Trump contre l'OMC
 

 
Trump et l'Otan
 

 
Les Comores fournissaient des passeports à l'Iran
 

 
Les Moujahiddines du Peuple appellent à renverser le régime iranien
 

 
Le Qatar représente le Hamas auprès d'Israël
 
Controverses
Fil diplomatique

 
Déclaration de l'Otan sur la mission « Resolute Support » en Afghanistan
 

 
Déclaration du président publiée à l'issue de la réunion du Conseil de l'Atlantique Nord avec l'Ukraine
 

 
Déclaration de la Commission OTAN-Géorgie
 

 
Déclaration de Bruxelles sur la sécurité et la solidarité transatlantiques
 

 
Déclaration d'ouverture du sommet de l'Otan
 

 
Déclaration conjointe sur la coopération entre l'UE et l'OTAN
 

 
Discours d'Emmanuel Macron devant le Parlement réuni en Congrès
 

 

« Horizons et débats », n°15-16, 9 juillet 2018
Une banque peut-elle lutter contre la financiarisation de l'économie ?
Partenaires, 9 juillet 2018
Désabonnement    Réclamations

 
_______________________________________________
Voltaire-ef mailing list
Voltaire-ef@voltairenet.org
http://lists.voltairenet.org/mailman/listinfo/voltaire-ef

Ivrea è patrimonio mondiale dell’Unesco: Olivetti e la città della rivoluzione industriale

Ivrea è patrimonio mondiale dell’Unesco: Olivetti e la città della rivoluzione industriale
Ivrea è patrimonio mondiale dell’Unesco: Olivetti e la città della rivoluzione industriale (ANSA)
IVREA - Ivrea è patrimonio mondiale dell’Unesco: si tratta del 54esimo sito italiano dell’Unesco. La decisione è stata presa durante la sessione in Bahrain. Ad avanzare la candidatura era stata la scorsa amministrazione. Soddisfatti sia il neo sindaco Stefano Sertoli e l’ex sindaco, Carlo Della Pepa. Ivrea ha sbaragliato la «concorrenza italiana», vincendo la sfida interna con le Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene.
IVREA PATRIMONIO MONDIALE UNESCO - Decisiva nell’assegnazione del riconoscimento, la rivoluzione industriale del Novecento e la concezione umanistica del lavoro di Adriano Olivetti. Il neo ministro della Cultura, Alberto Bonisoli, spiega: «Ivrea, la città ideale della rivoluzione industriale del Novecento, è il 54esimo sito UNESCO italiano. Un riconoscimento che va a una concezione umanistica del lavoro propria di Adriano Olivetti, nata e sviluppata dal movimento Comunità e qui pienamente portata a compimento, in cui il benessere economico, sociale e culturale dei collaboratori è considerato parte integrante del processo produttivo». Molto soddisfatta anche Antonella Parigi, assessora piemontese alla Cultura: «La candidatura ha saputo raccontare una città e una storia, che parla anche al futuro proponendo un mondo fatto d’amore per l’essere umano, di comunità e armonia tra tecnologia e ambiente».

sabato 14 luglio 2018

VACCINI / UNA BAGARRE 5 STELLE MONTATA DAL CORSERA


Stavolta è il Corriere della Sera a montare la polemica tra i 5 Stelle sui vaccini. Una mezza pagina del 7 luglio titolata "La 5 Stelle: 'E se mentono sui vaccini?". Boh.
Al centro della querelle, nella ricostruzione effettuata dallo 007 di via Solferino Paolo Foschi, le dichiarazioni della senatrice pentastellata Elena Fattori, che con parole strappalacrime si rivolge alla collega e ministra della Salute Giulia Grillo.
Il nodo è nelle autocertificazioni che occorrerà presentare per le iscrizioni alle scuole in materia di vaccini.
Ecco le frasi griffate Fattori, da vero Libro Cuore: "Faccio i miei più sentiti auguri alla ministra che diventerà mamma, le auguro di poter vaccinare suo figlio come ha dichiarato. Perchè questa volontà non sempre si puo' adempiere".
E il finalone: "La prego di ricordarsi, quando darà i suoi pareri sulla legge che verrà, di tutti i bimbi fragili e delle mamme silenziose che li osservano senza fare clamore come foglie appese a un albero quando tira il vento forte"..

I DESIDERATA DI BIG PHARMA
Ottimo per una perfetta imitazione ungarettiana, il Fattori-Pensiero ("Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie"), meno per far chiarezza su un argomento tanto drammatico che coinvolge milioni di genitori e andrebbe trattato con competenza scientifica e senza ricorrere, appunto, al De Amicis.


Il Comitato per la libera scelta delle vaccinazioni

E' il caso di ribadire ancora una volta, per chi non ha capito, non ha voluto capire o per chi è in malfade, che la società italiana non si divide tra NO VAX e PRO VAX, ma tra chi vuole senza se e senza ma i vaccini, senza alcuna discussione, perchè così ordina Big Pharma che – come più volte è stato dimostrato in modo documentale – fa affari a palate di miliardi sui vaccini e sulla pelle di bambini innocenti – e chi invece vuole semplicemente discutere, porre il problema, affrontare il tema in tutti i suoi aspetti.
Vogliamo vaccini di qualità oppure no? E' questo il primo interrogativo base. Perchè oggi i livelli di  qualità, visti gli immensi profitti derivanti dalle quantità, lasciano molto a desiderare. Perchè il governo non si pone, ADESSO, il problema di un'azienda di Stato in grado di produrre vaccini ipercontrollati, ipertestati, ipergarantiti? C'è la Cassa Depositi e Prestiti che scoppia di salute, ha milioni da spendere: perchè non mette su oppure rileva – come anni fa fece l'Eni con l'Anic – un'azienda, la rilancia, la controlla e produce vaccini super doc?

METODI NAZISTI
Secondo problema. I vaccini non sono acqua fresca, ma vanno somministrati con estrema cautela e precauzione, valutando caso per caso lo stato di salute dei bambi che li stanno per ricevere. Perchè di tutto ciò le autorità governative se ne strafottono, ordinando invece con metodi semplicemente nazisti vaccinazioni di massa senza alcun controllo, tanto per raggiungere gli auspicati livelli di 'gregge'? Anche il solo sentire parlare di "greggi di bambini" fa venir la pelle d'oca.
Terza questione. Come mai su temi tanto controversi e delicati hanno diritto di parola sui grandi media cartacei e televisivi i soliti soloni neanche in grado di fornire dati scientifici attendibili, ma solo di taroccare le carte per il popolo bue?


Elena Cattaneo

Per fare qualche esempio concreto, perchè ha diritto di parola l'onnipresente Roberto Burioni, uno scienziato incapucciato (è iscritto al Grande Oriente d'Italia) e in palese conflitto d'interessi per i brevetti sui vaccini di cui non fa certo beneficenza ma vende a case farmaceutiche, e non il Nobel per la Medicina Luc Montagnier che la pensa in modo diametralmente opposto e forse ha qualche titolo accademico in più?
Perchè dar tribuna continua alla senatrice e farmacista Elena Cattaneo e non al due volte candidato al Nobel, sempre per la Medicina, Giulio Tarro, l'allievo di Albert Sabin che non ha scoperto un callifugo, ma il vaccino antipolio?
Un modo capovolto. Dove i 'somari' hanno pieno diritto di parola, perchè foraggiati dalle case farmaceutiche, da Big Pharma: mentre gli scienziati, quella con la S maiuscola, vengono letteralmente ridotti al più totale silenzio. Come neanche nei Gulag.
E' questa una democrazia al servizio dei cittadini su un tema così bollente? E' questo il livello di sotto informazione che il nostro Paese è costretto quotidianamente a subire? Non è arrivato forse il momento di ribellarsi?


To see the article visit www.lavocedellevoci.it