sabato 29 settembre 2018

Gli eurocrati sono Ancien Régime. Ecco perché sono scemi.

Un breve recupero dei fatti della settimana per rilevare fino a che punto l’euro-oligarchia ha assunto i modi, costumi, le arroganze e soprattutto la stolidità dell’antica nobiltà di sangue – quella che per lo più sotto la ghigliottina perse la testa: testa della quale non aveva mai fatto uso, per secoli non avendone avuto bisogno per comandare.
Il primo caso plateale è ovviamente quello del ministro lussemburghese Asselborn a Vienna. Siccome lui ha detto che l’Europa ha bisogno di immigrati perché invecchia, per lui questa è le verità definitiva. Non si aspettava nessuna contraddizione. Sicchè la pacata osservazione di Salvini – “Ho una prospettiva completamente diversa. Io penso di essere al governo per aiutare i nostri giovani a tornare a fare quei figli che facevano qualche anno fa e non per espiantare il meglio dei giovani africani per rimpiazzare i giovani europei che per motivi economici oggi non fanno più figli” – lo ha fatto soffocare di rabbia. L’ha sentita come un insulto personalmente a lui, il barone Asselborn da Steinfort: dove andiamo a finire, se i subalterni cominciano a risponderti? Se un discendente di un servo italiano si permette di contraddirti? Soprattutto mostrandosi più ragionevole di te? E’ un affronto scandaloso.
Infatti l’antica aristocrazia reazionaria, i Polignac, i Courvoisier magistralmente descritti da Proust, hanno sempre ritenuto qualunque manifestazione, anche minima, di intelligenza, qualcosa di sconveniente; una cosa da contabili o da scrittori, da sensali o da scienziati – insomma da borghesi da non invitare nei salotti. Come disse la duchessa Madame de Guermantes del conte Breuté-Consalvi detto Babal: “Babal uno snob? Ma è tutto il contrario, caro amico! Detesta le persone brillanti!”
Infatti quando la duchessa Oriane (progresista) invitava musicisti, pittori, grandi medici, “Babal” si rifiutava di andare al ricevimento: questi borghesucci, con le loro chiacchiere e nozioni, disturbavano la conversazione fra i nobili, che verte incessantemente su un unico argomento: chi di noi è parente di chi. Una continua, estasiata rivisitazione degli alberi genealogici reciproci, e il loro intrecciarsi.
L’osservazione di Salvini non è che fosse brillante. Semplice buonsenso. Ma il ministro del Lussemburgo ha sentito l’urgenza di lavare l’offesa fatta al suo rango, in un modo rivelatore: “Io sono il ministro del Lussemburgo e controllo le mie finanze e voi in Italia dovete occuparvi dei vostri soldi per aiutare a dare da mangiare ai vostri figli” – frase sconnessa e idiota, che sottintende l’altra: non osate ribattere, voi straccioni pieni di debiti, a me che sono ricco di famiglia mentre voi siete poveri, “merde alors”. Si è intuito che è stato sul punto di chiamare i suoi servi in polpe e livrea per far buttare giù dalla scalea questo discendente di immigrati italiani che osava mancargli di rispetto, esibendo quella facoltà indecorosa che è il pensiero.
Prudono le mani a lorsignori, per la comparsa di questi bassi sediziosi nella scena elettorale. Guy Verhofstadt, a proposito di Orban, che “ha deviato troppo dai valori europei”, ha promesso: “faremo abbassare la testa a chiunque mira a distruggere il progetto europeo”.
L’espressione che usa, “face down”, è quella che adottano i poliziotti verso il delinquente: “Faccia a terra!”, “Non osare alzare gli occhi verso di noi, inferiore!”. Gli eurocrati vogliono fare “abbassare la cresta” a tutti i capi plebei che danno segni di non voler obbedire al loro ordine.
Pierre Moscovici: “L’Italia è un problema nella zona euro”, ci stanno nascendo dei piccoli Mussolini (cui faremo abbassare la cresta). La saggista francese Coralie Delaume gli ha twittato: “L’Italia è un problema per la zona euro. La Grecia è un problema per la zona euro, l’Ungheria è un problema per l’Unione Europea, la Polonia è un problema per l’Unione Europea… Guardi in faccia la realtà: gli europei sono un problema per l’Europa”.
Visto su: luogocomune.net

venerdì 28 settembre 2018

Foa in Rai: che succede quando un eretico sale al potere?

Che succede, quando il mondo si capovolge e un eretico sale al potere? In Italia, di solito, se un outsider assoluto conquista una poltrona significa che non è più un vero outsider, perché l'establishment se l'è già "comprato": intende usarlo per drenare il dissenso, facendo sfogare in modo innocuo e illusorio il malcontento di cui era stato la voce. I posti di comando, in genere, sono pieni di ex rivoluzionari ben remunerati, arruolati per la peggiore delle missioni: rinnegare di fatto la propria storia, i propri ideali, e riallineare il pubblico alla "voce del padrone", utilizzando il prestigio di quella che, un tempo, era stata una voce diversa, apprezzata proprio perché libera e indipendente, e quindi scomoda. Solo in casi rarissimi un vero eretico può raggiungere il ponte di comando rimanendo se stesso. Come accorgersene? Semplice: basta vedere che tipo di accoglienza gli viene riservata. Ed è il caso della nomina di Marcello Foa, nuovo presidente della Rai: i grandi media, in coro, lo accolgono nella migliore delle ipotesi con freddezza, come se si trattasse di un intruso molesto e sgradevole, un oscuro alieno anziché un illustre collega, mentre le macerie della vecchia politica – rottamata dagli italiani il 4 marzo 2018 – descrivono il neo-eletto come una specie di teppista, di impudente cialtrone. In questo, ricordano da vicino il sovrano disprezzo che i dittatori mostrano sempre per il loro popolo in rivolta, un minuto prima di essere defenestrati dalla storia.
C'è qualcosa di meta-politico, di profondamente eversivo, nella sola idea di aver pensato a un cavaliere solitario e coltissimo come Foa, giornalista di razza e gentiluomo, per la presidenza della televisione di Stato, vera e propria fabbrica del consenso, Marcello Foaper decenni affidata il più delle volte a mani servili e mediocri. È antropologicamente eversiva, la figura del liberale Foa al vertice della Rai: è il bambino che non può fare a meno di svelare l'imbarazzante nudità del sovrano, del monarca che si gloria nel celebrare una pace apparente, mentre intorno infuria la peggiore delle guerre. La guerriglia di oggi, nella quale Marcello Foa si trova coinvolto – dopo aver dato la sua avventurosa disponibilità a quell'ipotesi democratica chiamata "governo gialloverde" – non è un conflitto come quelli che l'hanno preceduto: è un sordido massacro quotidiano perpetrato ovunque, senza frontiere, senza più neppure le bandiere di un tempo. È una guerra orwelliana, affidata a mercenari. Navi corsare, che combattono (per lo più in incognito) per conto di padroni potentissimi, protetti dall'anonimato. Non c'è più neppure il triste onore della battaglia: si viene sopraffatti in modo subdolo, sistematicamente sommersi da menzogne spacciate per verità di fede, che il sistema mediatico non si cura più di verificare. Ed è proprio per questo che l'attuale sistema mediatico italiano detesta, e teme, Marcello Foa.
Ascoltando solo e sempre un'unica campana, il sistema mainstream ci ha raccontato in questi anni che le poderose, ciclopiche Torri Gemelle di Manhattan sono crollate su se stesse, come se fossero state di cartone anziché di acciaio, solo perché colpite – con una manovra proibitiva persino per i migliori "top gun" – da normalissimi e leggerissimi jet di linea fatti di alluminio, dirottati da apprendisti piloti arabi, di cui tuttora non si sa nulla: non un'immagine, al fatale imbarco, di nessuno dei 19 presunti dirottatori (salvo poi rintracciare i loro passaporti, nientemeno, nell'inferno fumante di Ground Zero). Finge di credere sempre e soltanto alla versione ufficiale, il mainstream media, anche quando dimentica di ricordare che furono gli Usa a incoraggiare Saddam Hussein a invadere il Kuwait, dopo averlo spinto a combattere contro l'Iran. Dà retta unicamente al super-governo universale, il club dei telegiornali, anche quando assicura che Saddam disponeva di micidiali armi di distruzione di massa. E tace, invece, quando l'Onu dimostra che quelle armi erano pura fantasia, come i gas siriani di Assad, le 11 Settembrefosse comuni di Gheddafi, le violenze della polizia di Yanukovich in Ucraina. E poi applaude a reti unificate, la consorteria mediatica, quando in Italia appaiono i cosiddetti salvatori della patria – i Monti, i Cottarelli – armati del bisturi che useranno per amputare carne viva, risparmi e pensioni, economia italiana di aziende e famiglie, oscurando il futuro dei giovani.
All'epoca in cui Marcello Foa lavorava al "Giornale" di Indro Montanelli, il mondo probabilmente appariva infinitamente più semplice – più chiaro, più visibile nei suoi errori e orrori: la guerra fredda, il Medio Oriente e gli sconquassi africani della decolonizzazione, la strategia della tensione organizzata per gambizzare l'Italia e impedirle di prendere il volo come autonoma potenza euromediterranea fondata sulla forza formidabile dell'economia mista, pubblico-privata. In quella redazione milanese, dove Foa è cresciuto professionalmente, su una parete c'era appesa una carta geografica di Israele che indicava come capitale Gerusalemme, già allora, anziché Tel Aviv. Se Enrico Berlinguer impiegò anni per ammettere che si sentiva più al sicuro sotto l'ombrello della Nato piuttosto che tra i carri armati del Patto di Varsavia, Marcello Foa e il suo maestro Montanelli non avevano mai avuto dubbi sul fatto che niente di buono potesse venire, per l'Occidente, da un'oligarchia sedicente comunista che aveva soppresso sul nascere i primi vagiti democratici della Russia, cambiando semplicemente look all'antico dispotismo zarista. L'eroico sacrificio dell'Unione Sovietica, decisivo nell'abbattere il nazifascismo, non poteva Indro Montanellicancellare né i Gulag di Stalin né l'esilio di Aleksandr Solženicyn. Era fatto di certezze, il mondo di Foa e Montanelli: la libertà (inclusa quella d'impresa) come fondamento irrinunciabile di qualsiasi comunità civile degna di chiamarsi democratica.
Ed è questo che rende Foa insopportabile al potere economico di oggi, dove la libertà d'impresa cede il passo al dominio di immensi oligopoli finanziari globalizzati, privilegiati da legislazioni truccate come quelle dell'Unione Europea ordoliberista. È tanto più sgradevole e insidioso, Foa, perché non proviene – come invece molti anchorman televisivi – dalla contestazione giovanile del capitalismo: credeva, Foa, negli stessi valori professati dall'élite economica di un tempo, orientata pur sempre alla promozione della mobilità sociale, in sostanziale accordo con le forze sindacali dell'allora sinistra. Una dialettica anche aspra, ma vocata in ogni caso al miglioramento complessivo del sistema-paese. E mediata – sempre – dalla politica, letteralmente scomparsa dai radar italiani per 25 lunghissimi anni. Solo oggi, alla distanza, ci si mette le mani tra i capelli nel rivedere il film dell'euforia generale con la quale i cittadini avevano accolto il Trattato di Maastricht e, dieci anni dopo, l'ingresso nell'Eurozona disegnata dalle banche e governata dalla Bce con modalità feudali, imperiali, senza la supervisione di alcun controllo democratico. Succedeva negli anni in cui, con la caduta del Muro di Berlino benedetta da Gorbaciov, l'umanità si era illusa che il fantasma della guerra sarebbe stato semplicemente cancellato dalla storia del pianeta.
Magari fosse un comune complottista, Marcello Foa: sarebbe più comodo liquidarlo, come velleitario chiacchierone. Chi oggi gli promette guerra, invece, sa benissimo che l'ex caporedattore del "Giornale", nonché docente universitario, nonché feroce critico del sub-giornalismo odierno, è un vero e proprio disertore. Non era un eretico: lo è diventato negli ultimi anni, disgustato dallo spettacolo al quale è stato costretto ad assistere. Per questo, al di là del reale potere che gli conferisce la carica di presidente Rai, Marcello Foa rappresenta un vero pericolo, per i malintenzionati che oggi gli danno del traditore. Nell'Italia corporativa delle caste, ha osato "sparare" contro la sua – quella dei giornalisti – definendoli "stregoni della notizia", bugiardi L'ultimo saggio di Marcello Foae omertosi spacciatori di "fake news" di regime. E non c'è niente di peggio, per i servi, che l'ex schiavo che si libera delle catene: la sua rivolta personale, intellettuale, suona umiliante per chi si ostina a raccontare che la Terra è piatta, e che è il Sole a orbitarle attorno.
Chi l'avrebbe detto? Oggi l'Italia riesce incredibilmente a piazzare una persona autorevole, onesta e competente, alla guida della televisione pubblica. Marcello Foa non è infallibile: ma quando ha sbagliato – anche di recente, prendendo per buona la notizia di presunte istruzioni che il governo tedesco avrebbe impartito alla polizia, per enfatizzare il terrorismo "casereccio" targato Isis – non ha esitato ad ammetterlo, tempestivamente. Quanti, al suo posto, avrebbero avuto lo stesso coraggio? E ora, questo volto pulito del nostro giornalismo è alle prese con una sfida estremamente impegnativa. È davvero impossibile fare molta strada, in politica, se non si è almeno in parte ricattabili, e quindi controllabili, in quanto complici dell'apparato da cui si è stati promossi? Così almeno ebbe a..

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Magaldi: i gialloverdi scelgano, Tria (e Draghi) o gli italiani

«Il massone Giovanni Tria scelga chi servire: il popolo italiano o l'élite neoliberista incarnata dal pessimo Mario Draghi, il demolitore dell'Italia, che ora si complimenta con lui». Non usa mezzi termini, Gioele Magaldi, nel sollecitare il governo gialloverde a diffidare dall'atteggiamento "frenante" del ministro dell'economia: «I gialloverdi avevano promesso agli elettori reddito di cittadinanza, meno tasse e pensioni dignitose. Se non manterranno la parola data saranno loro a pagare, non certo Tria e le altre figure tecniche dell'esecutivo». Dove trovare le coperture? Semplice: occorre sfondare il famoso tetto di spesa del 3%, stabilito da Maastricht in modo ideologico, senza alcun fondamento economico-scientifico: più deficit significa far volare il Pil e creare lavoro. «Si tratta di smascherare Bruxelles e ingaggiare una dura battaglia, in Europa: solo l'Italia può farlo. E se Tria "frena", preferendo ascoltare Draghi, Visco e Mattarella, allora è meglio che Salvini e Di Maio lo licenzino, perché a pagare il conto alla fine saranno loro, per la gioia del redivivo Renzi, che infatti già accusa il governo gialloverde di parlare molto e combinare poco». La ricetta di Magaldi? «Non temere il ricatto dello spread e sfoderare con l'Unione Europea, per il bilancio 2019, la stessa fierezza mostrata da Salvini nel denunciare l'ipocrisia dell'Ue che lascia ricadere solo sull'Italia il problema degli sbarchi di migranti».
Durerà 5 anni anni, l'esecutivo gialloverde? Gli italiani innanzitutto si augurano che faccia le cose che ha promesso, in nome delle quali è stato legittimato, e che abbia anche una coerenza tra teoria e pratica, tra ragionamento e immaginazione, con Gioele Magaldicapacità di concretizzare gli obiettivi. In tanti ricorderanno il recente exploit di Matteo Renzi, che fino a qualche anno fa sembrava l'enfant prodige della politica italiana, fino a ottenere un grande risultato alle europee portando il Pd al 40%. Io credo di esser stato tra i pochissimi, allora, a indicare la fumosità e il carattere del tutto aleatorio e inconsistente della traiettoria renziana. Molti, poi, a partire dal referendum del 2016 sono diventati antirenziani, quasi con la bava alla bocca: persone che avevano creduto in quella grande stagione annunciata da Renzi. Oggi quel consenso si è dissolto, e il Pd è ridotto al lumicino. Resto un sostenitore del governo gialloverde, perché ritengo che abbia iniziato un percorso di transizione verso la Terza Repubblica e perché credo che il centrodestra e il centrosinistra, così come li abbiamo conosciuti, sono definitivamente tramontati – ed è bene che siano tramontati, perché sono i responsabili di questi ultimi 25 anni di decadenza italiana. Ma, anziché porsi il problema della durata del governo Conte, sarebbe ora di chiedersi cosa farà davvero, perché finora si è limitato quasi solo alle chiacchiere.
Uno potrebbe dire: diamogli tempo, c'è una tempistica anche tecnica. Ma il problema è che da quello che viene configurato dal dicastero più importante (quello dell'economia) queste novità per le quali il popolo aveva premiato Lega e 5 Stelle ancora non si vedono, all'orizzonte. Si vede invece un traccheggiare, un tirare al ribasso. E si vede purtroppo una subalternità ai soliti diktat di Bruxelles, anziché la giusta fierezza che c'è stata nell'affrontare un aspetto del tema immigrazione (un aspetto, perché – a parte lo stop agli sbarchi indiscriminati – ancora il governo non ha spiegato che piano ha per il Mediterraneo e per il Medio Oriente). Al di là della fierezza con la quale Salvini ha comunque posto il problema all'Europa – gestire collegialmente il tema migranti: una questione tuttora aperta e controversa – sul versante economico ci sono solo timidi balbettii. E sembra che alla fine ci si inchini ai paradigmi imperanti a Bruxelles e a Francoforte. E lo spauracchio dello spread non viene affrontato e smascherato per quello che è: cioè un vile ricatto, una sorta di vessazione sovranazionale organizzata. Perché allo spread si può mettere fine semplicemente, puntando politicamente sulla confezione di Eurobond o con altre modalità. Insomma, rispetto a Draghi e Triaquesto, il governo mi sembra deficitario e balbettante, balbuziente. Di questo dovremo tenere conto, perché 5 anni di balbuzie non risolveranno i problemi italiani.
Giovanni Tria? E' un massone, certo: uno dei tanti massoni presenti nella compagine di governo. Questa è una maggioranza "strana": da un lato, nel..

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giovedì 27 settembre 2018

La fine dell’informazione mainstream

Secondo gli ultimi dati diffusi da Ads (accertamento diffusione stampa), nei quattro anni che intercorrono fra il novembre 2013 ed il novembre 2017 i quotidiani italiani hanno visto diminuire il numero di copie vendute di oltre il 30%, con dei cali in molti casi notevolmente superiori. Il quotidiano La Repubblica, ad esempio, ha perso il 44,5%, Il Sole 24 Ore il 45%, Il Corriere della Sera il 35,3%, Libero il 65,8%, Il Fatto Quotidiano il 33,2%, Il Giornale il 45%, Il Tempo il 55% e non è andata meglio neppure per i giornali sportivi con Tuttosport crollato del 52% e Il Corriere dello Sport del 35%.
Se un trend di questo genere dovesse proseguire anche nei prossimi anni, e non esistono motivi per supporre che non avverrà, diventa facile prevedere come fra un decennio i quotidiani nella forma che conosciamo non esisteranno più.
Secondo la relazione annuale 2018 dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM), fra il 2014 e il 2017 i telegiornali delle varie reti hanno perso oltre 8 milioni di spettatori, pari a circa un quinto dell’audience totale e anche in questo caso non esiste alcun motivo che induca a pensare a un’inversione di tendenza nel corso dei prossimi anni. Fra un decennio i TG sicuramente non saranno scomparsi, ma rivestiranno senza dubbio un ruolo molto più modesto nel condizionamento dell’opinione pubblica e nella formazione dell’immaginario collettivo.
Alla base di questo vero e proprio crollo dell’informazione mainstream all’interno dei propri canali tradizionali (giornali e TV) c’è sicuramente l’abitudine sempre più radicata in larghi strati della popolazione di attingere alle proprie informazioni attraverso i siti e i blog presenti in Rete o magari attraverso gli stessi quotidiani e TG nel loro formato digitale.
Ma il vero problema che affligge il mainstream non può certamente venire ricondotto esclusivamente alla forma attraverso cui viene veicolata l’informazione, perché questo sarebbe oltremodo riduttivo.
Il vero problema che accomuna l’intera informazione “ufficiale” è assai più profondo e prescinde dal mezzo attraverso il quale le notizie raggiungono il lettore o lo spettatore. Si tratta di un problema di credibilità e autorevolezza che il mainstream ha progressivamente perso nel corso degli anni a causa del suo altrettanto progressivo allontanamento dal Paese reale e dai problemi reali degli italiani, portandolo a raccontare una realtà artefatta che i lettori e gli spettatori non sentono più propria.
Se fino a qualche anno fa, il verbo esperito sui giornali o nei TG rappresentava la realtà per antonomasia, senza che nessuno osasse metterla in discussione, oggi non è più assolutamente così, grazie al maggiore senso critico sviluppato dalla popolazione, larga parte della quale riesce a informarsi a 360 gradi con l’ausilio della Rete e comprende come giornali e TV molto spesso (troppo spesso) dispensino vere e proprie fake news ad uso e consumo dei gruppi di potere che ne orientano i contenuti.
Sempre più in balia del conglomerato di potere che li gestisce, quotidiani e TG hanno smesso di produrre informazione, per dedicarsi quasi esclusivamente alla disinformazione, fatta di fake news e strategie mirate  all’orientamento del pensiero, un prodotto oltremodo scadente che sempre più lettori e spettatori dimostrano di non gradire affatto.
Nel decennio a venire, il potenziamento delle versioni online dei quotidiani e dei TG non risolverà  assolutamente il problema, che travalica di gran lunga il mezzo con cui vengono veicolate le notizie e riguarda invece la qualità delle stesse.
Paradossalmente, solo la verità potrebbe salvare l’informazione mainstream dal progressivo decadimento, ma la verità è anche l’unico elemento che i gruppi di potere che gestiscono i media sanno bene di non potersi permettere.


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mercoledì 26 settembre 2018

SCARANTINO / ECCO LA VERA STORIA DEL DEPISTAGGIO PER LA STRAGE DI VIA D’AMELIO


Un grave errore deontologico, morale e storico organizzare la festicciola, suonare la fanfara e attribuirsi medagliette autoelogiative. Grave soprattutto nel campo dell'informazione, dove andrebbe rispettato il lavoro di colleghi (che non ci sono più) i quali per primi hanno annusato puzza di bruciato, lo hanno documentato, denunciato, messo nero su bianco assumendosi tutte le responsabilità del caso.
E invece succede che quel minuzioso, preziosissimo lavoro di vero giornalismo investigativo svolto da Sandro Provvisionato per anni sui buchi neri della strage di via D'Amelio venga dimenticato, sepolto sotto altre polveri, prendendo a calci la memoria storica.
Partiamo dalle new. Titola Repubbica di venerdì 14 settembre, gonfiando il petto, a firma di Francesco Patanè. Fiato alle trombe, ecco il titolone: "Ha svelato il grande depistaggio – indagato cronista di Repubblica". Si tratta di Salvo Palazzolo, la cui abitazione è stata perquisita per otto su ordine della procura di Catania che "contesta a Palazzolo – scrive Patanè – di aver scritto della chiusura dell'indagine su Repubblica.it tre ore e mezzo prima che i difensori dei poliziotti ricevessero la notifica ufficiale del procedimento".

REPUBBLICA SCOPRE L'AMERICA 

Salvo Palazzolo. Nel montaggio di apertura Sandro Provvisionato e, a destra, Vincenzo Scarantino

Spiega ancora: "Palazzolo è finito sotto inchiesta per l'articolo che l'8 marzo scorso (2018, ndr) raccontava la chiusura dell'indagine della procura di Calatanissetta sul depistaggio del caso Borsellino: il prossimo 20 settembre inizierà l'udienza preliminare per il funzionario Mario Bo, per l'ispettore Fabrizio Mattei e per Michele Ribaudo, accusati di aver costruito ad arte, insieme all'allora capo della Squadra Mobile Arnaldo La Babera, il falso pentito Scarantino".
Una storia stradettagliata e superdocumentata da Sandro Provvisionato in tempi non sospetti, almeno a partire dal 2010, il celebre promotore del sito "Misteri d'Italia: per anni ne aveva scritto sulla Voce e in altre inchieste.
Negli ultimi mesi denuncia con la forza più grande che le resta nel cuore Fiammetta Borsellino, la figlia del magistrato Paolo trucidato in via D'Amelio. Fino ad oggi, a quanto pare, le vibrate richieste di Fiammetta non hanno avuto neanche lo straccio di una risposta a livello istituzionale. A riprova, se ce ne fosse ancor bisogno, che di è trattato prima di un "Omicidio di Stato, e poi di un "Depistaggio di Stato". Ottimo e abbondante…
Ma come mai Repubblica insiste nel negare l'esistenza del lavoro di altri / alti magistrati, come invece ha documentato Sandro Provvisionato, un maestro del giornalismo investigativo e non solo? Come aveva strascritto la Voce e ora urla Fiammetta? Eppure Repubbica ora è sul banco degli imputati per aver anticipato di 3 ore e mezza una notiziola! E chi ne ha scritto anni prima cos'è, il mostro di Londra?
Ad ogni buon conto: non è il caso di ricordare lo sforzo di chi – come Sandro – aveva anticipato di anni e anni l'esistenza di un autentito Golpe istituzionale, capace di coinvolgere forze dell'ordine e magistrati? Quando il mondo è capovolto.

PERCHE I NOMI DELLE TOGHE ECCELLENTI MAI ?
Ecco l'altra grave 'mancanza'. In tutti i suoi reportage Repubblica (ma anche l'altro media di regime, il Corriere della Sera) sbatte in prima (anzi, diciannovesima pagina) sempre i nomi degli uomini di polizia al comando di Arnaldo La Barbera, il quale purtroppo non più rispondere né difendersi, visto che è morto da una dozzina d'anni.

Giuseppe Ayala

Quindi, sui grandi mezzi d'informazione nessuna parola su quei magistrtati hanno avviato l'inchiesta, aperto i fascicoli, iniziato le indagini e con ogni probabilità anche dato gli imput alle forze dell'ordine – in questo caso la polizia – che si è mossa per raccogliere le prime, strategiche prove dopo la strage di via D'Amelio.
A cominciare dall'ancora mai chiarito mistero della Agenda Rossa che Paolo Borsellino portava sempre con sé. Per quante mani è passata, oltre quelle del magistrato Giuseppe Ayala, il quale poi la smista a qualcun altro, per poi finire nelle mani di un colonnello, l'unico processato per la storia dell'agenda ma subito assolto?
Come mai non sono state effettuate ulteriori indagini? Come mai non è stata interrogata la giornalista Roberta Ruscica, autrice di un dettagliato volume "I Boss delle Stragi", la quale racconta di un'agenda rossa passata per la mani del pm Anna Maria Palma?
Quest'ultimo è il primo pm delle indagini, strada facendo è stata affiancata da Nino Di Matteo, l'eroe di tutte le mafie, secondo i media: il quale Di Matteo si è profondamente irritato per le dichiarazioni rese da Fiammetta Borsellino, colpevole solo di chiedere Verità e Giustizia e soprattutto di accertare le responsabilità istituzionali del Depistaggio che ha taroccato il pentito Vincenzo Scaramella. Il riferimento, evidentemente, era non solo a La Barbera, ma anche alle toghe eccellenti che hanno svolto le indagini. "Era alle prime armi, Di Matteo", lo giustificano alcuni colleghi.
E con piglio ribatte Fiammetta: "non era proprio il caso di affidare a uno di primo pelo quelle delicate indagini su mio padre".

ALL'OMBRA DELLA PALMA

Nino Di Matteo

Ma di primo pelo certo non era Anna Maria Palma, ex toga rossa (sic). Conduce a lungo i vari processi Borsellino. Poi, improvivsamente, lascia la magistratura e va ad occupare la poltrona in qualità di capo di gabinetto al Senato presieduto dal berlusconiano Renato Schifani. Le capriole del destino. Ora è rientrata fra i ranghi della magistratura. Boh.
Torniamo a via D'Amelio. Preso in mano il caso del collega morto, Palma abbraccia quasi subito la tesi Scarantino: è lui il mostro da sbattere in prima pagina, e quando poi arriverà Di Matteo avallerà l'operato della Palma, tra l'altro moglie di Adelfio Elio Cardinale, potente radiologo e preside di Medicina a Catania, per alcuni anni presidente del Cerisdi, prima centro studi dei gesuiti sulla collina di Palermo sovrastante piazza D'Amelio poi – a quanto pare – vicino ai Servizi Segreti.
Ilda Boccassini metterà subito in guardia i colleghi sull'attendibilità e la credibiità del pentito Scarantino. Ma Palma e poi Di Matteo vanno avanti come un rullo compressore: è lui la gola profonda che sprigiona solo verità. E quindi 7 persone – che non c'entrano un bel niente – vengono sbattute in galera, accusate, processate, condannate in tutti i tre gradi di giudizio e sconteranno la bellezza d 16 anni, da innocenti.
Stesso copione che è stato messo in scena per il caso di Ilaria Ali e Miran Hrovatin: istruito a tavolino e super taroccato il pentito "Gelle" che accuserà un giovane somalo, il quale sconterà anche lui 16 anni da innocente. Fino a che Chiara Cazzaniga, l'inviata di Chi l'ha visto, lo andrà ad intervistare a Londra e lui – Gelle – dirà che è stata tutta una sceneggiata: la polizia gli ha fatto imparare a memoria il copione, non ha dovuto neanche testimoniare in dibattimento ed è stato accompagnato in aereo fino a Londra. Senza pudore!
Torniamo alla tragedia di via D'Amelio. Sorge spontanea la domanda : come mai fino ad oggi nessun tribunale, nessuna procura del nostro territorio nazionale ha deciso una buona volta di accendere i riflettori non solo sui poliziotti che evidentemente hanno eseguito degli ordini, ma sui magistrati che hanno orchestrato l'inchiesta e su tutti quei livelli istituzionali che sono intervenuti – anche e soprattutto politici – per depistare?


Paolo Borsellino

Possibile che oggi nessuno, dai banchi di quel governo gialloverde che si batte in nome di giustizia e trasparenza, non chiede una vera inchiesta a 360 gradi sull'eccidio e sul depistaggio?
Per il Depistaggi di Stato la situazione, paradossalmente, è meno complessa di quanto possa sembrare. Perchè per fortuna abbiamo nomi, cognomi, indirizzi e cellulari di coloro che sono stati protagonisti in prima linea di quegli episodi che finiscono per uccidere due volte quegli eroi di Stato come Paolo Borsellino o Ilaria Alpi.
Perchè nessuno si muove? Perchè il trasparente vicepremier Luigi Di Maio stavolta si opacizza? Come mai il guardasigilli Alfonso Bonafede sembra non aver in agenda questi giganteschi buchi neri che ammorbano la nostra vita da sempre?

LE GRANDI INTUIZIONI INVESTIGATIVE DI PROVVISIONATO
Per favore, fatelo anche in nome di Sandro Provvisionato, un eroe civile che ha dato la sua vita (è morto a soli 67 anni) per scoprire le verità indicibili, per onorare quella giustizia che dovrebbe essere uguale per tutti e non lo è mai.


Alfonso Bonafede

Ecco le parole della Voce – ricordiamolo, di 5 anni fa –  per commentare la ricostruzione di Provvisionato a proposito dal caso Scarantino: "Una vicenda emblematica del depistaggio compiuto da uomini dello Stato e magistrati, tutti rimasti impuniti, per lasciare nell'ombra quel grumo oscuro che ha segnato i destini dello Stato: la trattativa Stato-Mafia. Molti dei quali furono gli stessi. Come affiora da questa lucida, impietosa ricostruzione che con i medesimi scopi provocarono l'eccidio di Paolo Borsellino e della sua scorta in via D'Amelio".
Ecco le parole di Sandro: "La storia infinita del falso pentitismo di Vincenzo Scarantino, che racchiude in sé tutte le distorsioni della giustizia italiana e, nella migliore delle ipotesi, anche le incapacità, le impreparazioni e la poca professionalità di molti magistrati antimafia, sembra una scelta della primavera 2001, quando il pentito Scarantino è considerato un oracolo dalla procura di Caltanissetta".
Perchè? E soprattutto perchè è trascorsa da allora inutilmente la bellezza di 17 anni?
NB  Repetita iuvant. In basso il link delle inchieste realizzate nel 2013 da Sandro Provvisionato 
I BUCHI NERI DELLA NOSTRA MALASTORIA – IL FALSO PENTITO SCARANTINO
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