giovedì 19 aprile 2018

I cristiani siriani: «Le armi chimiche un pretesto per fare la guerra» famigliacristiana.it

«Siamo stati svegliati alle 4 di notte dal sibilo dei missili e abbiamo capito che gli attacchi erano in corso. Si sono udite delle esplosioni nei dintorni di Damasco. Qui al centro per ora tutto è tranquillo ma la gente è preoccupata per il futuro. La popolazione vuole vivere in pace e non sotto l'incubo delle bombe». Al Sir, l'agenzia della Cei, le parole di padre Bahjat Elia Karakach, francescano della Custodia di Terra Santa, superiore del convento dedicato alla conversione di san Paolo, la parrocchia principale di rito latino della Capitale, a Damasco, racconta l'attacco congiunto di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia sferrato nella notte contro tre obiettivi a Damasco e Homs. Si tratterebbero di un centro di ricerca nella capitale siriana, di un impianto di stoccaggio di armi chimiche e di una struttura contenente armi chimiche ed equipaggiamenti, entrambi a ovest di Homs. La risposta militare di Trump al presunto utilizzo di armi chimiche contro la città siriana di Douma, che gli Usa hanno da subito attribuito al regime di Bashar al Assad, non si è fatta attendere oltre. «Sapevamo che esisteva l'intenzione di bombardare da parte degli Usa dopo il presunto attacco chimico alla Ghouta orientale ma la speranza era riposta in un'indagine oggettiva sull'uso di armi chimiche e che per questo non ci sarebbero stati lanci di missili», dichiara il frate che spera che «non si ripeta quanto già avvenuto in Iraq che fu invaso nel 2003 (da una coalizione formata per la maggior parte da Stati Uniti e Regno Unito, e con contingenti minori di altri Stati, ndr) perché il regime di Saddam Hussein era stato accusato di possedere armi di distruzione di massa. Armi che non furono mai trovate. La volontà è distruggere la Siria. Il progetto va avanti con queste bombe. Non ci resta che pregare per la pace ora più che mai».
All'agenzia DIRE monsignor Antoine Audo, vescovo caldeo di Aleppo e presidente di Caritas Siria, accusa Donald Trump: «Usano l'argomento degli attacchi chimici solo per continuare la guerra, alimentare il commercio di armi e compiacere l'Arabia Saudita», ha detto. «Vogliono dimostrare il loro potere ma come vescovi e come cristiani diciamo che alla storia delle armi chimiche non crediamo», ha aggiunto il Vescovo dopo i raid contro obiettivi governativi a Damasco e Homs. «Questo è solo un argomento per alimentare la guerra in Siria e il commercio delle armi, sfruttando la lotta tra sunniti e sciiti e compiacendo l'Arabia Saudita e le altre potenze del Golfo».
Il Vicario apostolico di Aleppo dei Latini, monsignor Georges Abou Khazen
Il Vicario apostolico di Aleppo dei Latini, monsignor Georges Abou Khazen

IL VICARIO APOSTOLICO DI ALEPPO: «CON QUESTI MISSILI HANNO GETTATO LA MASCHERA»

Molto critico sui raid di Usa, Francia e Gran Bretagna anche il Vicario apostolico di Aleppo dei Latini, monsignor Georges Abou Khazen, che al Sir ha detto: «Con questi missili hanno gettato la maschera. Prima era una guerra per procura. Ora a combattere sono gli attori principali. Sono sette anni, è iniziato l'ottavo, che si combatte sul suolo siriano e ora che gli attori minori sono stati sconfitti, in campo sono scesi i veri protagonisti del conflitto».
Le bombe della scorsa notte sono state sganciare come reazione ai presunti attacchi chimici nel Ghouta: «Aspettiamo gli esperti per indagare sul presunto attacco chimico a Douma ma dopo questi raid sarà tutto più difficile», dice Khazen. «Ogni appello alla pace cade nel vuoto, solo papa Francesco continua a sperare nella pace e noi con lui. Intanto cresce la sofferenza della popolazione che chiede pace e in cambio ottiene bombe e missili. Qui la gente si aspettava qualcosa di simile e purtroppo è avvenuto». L'auspicio di mons. Abou Khazen è che «questi attacchi non si allarghino anche in altri luoghi della regione perché sarebbe davvero pericoloso e tutto potrebbe sfuggire di mano. Serve una soluzione condivisa da raggiungere senza menzogne. Non abbiamo altre armi che la preghiera. Oggi», conclude il francescano, «il Vangelo ci propone il racconto degli Apostoli sulla barca in mezzo alla tempesta, di notte, salvati da Gesù che, apparso loro, diceva: "Sono io, non abbiate paura!". Questa sia la nostra speranza e la nostra forza». Proprio nei giorni scorsi era stata annunciata dal vicario l'organizzazione di una «Giornata di preghiera nazionale per la pace».

mercoledì 18 aprile 2018

The MORO Files (Gero Grassi) - ep.5: OMICIDIO DI STATO #theMOROfiles

martedì 17 aprile 2018

La segregazione di Julian Assange equivale metterci tutto a tacere

DI JOHN PILGER johnpilger.com In questa lettera, ventisette scrittori, giornalisti, cineasti, artisti, accademici, ex ufficiali dei servizi segreti e democratici, chiedono al governo dell'Ecuador di concedere a Julian Assange il diritto alla libertà di parola. Se non era chiaro che il caso di Julian Assange non è mai stato solo una questione legale, ma una lotta per la protezione dei diritti umani fondamentali, adesso lo è. Nel citare i suoi tweet che dissentono sulla validità della recente detenzione del presidente catalano Carles Puidgemont in Germania, e in seguito alle pressioni dei governi statunitense, spagnolo e britannico, il governo ecuadoriano ha installato un jammer elettronico per impedire ad Assange di comunicare con il mondo esterno via internet e telefono.
Per rendere il suo isolamento totale, il governo ecuadoriano gli ha pure rifiutato il permesso di ricevere visite. Nonostante due sentenze delle Nazioni Unite che considerano illegittima la sua detenzione e che esigono il suo immediato rilascio, Assange è di fatto prigioniero da quando è stato portato per la prima volta nel carcere di Wandsworth a Londra, nel dicembre 2010. Non è mai stato accusato di alcun crimine. Il caso svedese contro di lui è crollato ed è stato archiviato, ma nel frattempo gli Stati Uniti hanno intensificato i loro sforzi per portarlo a processo. Il suo unico "crimine" è quello di essere un vero giornalista – uno che dice al mondo le verità che le persone hanno il diritto di sapere.
Il governo ecuadoriano, con il suo vecchio presidente, si schierò con coraggio contro l'arrogante strapotere degli Stati Uniti e concesse asilo ad Assange come rifugiato politico. La legge internazionale e la moralità dei diritti umani erano dalla sua parte.
Oggi, sotto enorme pressione da parte di Washington e dei suoi sodali, un nuovo governo in Ecuador giustifica il bavaglio che ha imposto ad Assange affermando che "il comportamento di Assange, tramite i suoi messaggi sui social media, mette a rischio le buone relazioni che questo paese ha con il Regno Unito, il resto dell'UE ed altre nazioni".
Questa censura alla libertà di parola non sta avvenendo in Turchia, in Arabia Saudita o in Cina, ma nel cuore stesso di Londra. Se il governo ecuadoriano non cesserà la sua spregevole azione, diventerà anch'esso agente di persecuzione, anziché rappresentare la valorosa nazione che ha difeso l'autonomia e la libertà di parola. Se l'UE e il Regno Unito continuano a sostenere il vergognoso zittire di un vero dissidente, significa che la libertà di parola sta davvero morendo in Europa. Non si tratta unicamente di mostrare sostegno e solidarietà. Ci appelliamo a tutti coloro che si preoccupano di far valere i diritti umani di chiedere al governo dell'Ecuador di continuare a difendere i diritti di un coraggioso attivista, giornalista e informatore.
Chiediamo che i suoi diritti umani di base siano rispettati come se fosse un cittadino ecuadoriano, che sia protetto a livello internazionale e che non venga messo a tacere o espulso.
Se non c'è libertà di parola per Julian Assange, non c'è libertà di parola per nessuno di noi – a prescindere da ciò che ognuno pensa.
Chiediamo al presidente Moreno di porre fine all'isolamento di Julian Assange ora.
John Pilger
1.04.2018
Scelto e tradotto per comedonchisciotte.org da Gianni Ellena
Elenco dei firmatari (in ordine alfabetico):
Pamela Anderson, attrice e attivista
Jacob Appelbaum, giornalista freelance
Renata Avila, avvocato internazionale per i diritti umani
Sally Burch, giornalista britannico/ecuadoriano
Alicia Castro, ambasciatrice dell'Argentina nel Regno Unito 2012-16
Naomi Colvin, Courage Foundation
Noam Chomsky, linguista e teorico politico
Brian Eno, musicista
Joseph Farrell, ambasciatore WikiLeakse e membro del Consiglio del Centro di Giornalismo Investigativo
Teresa Forcades, Suora Benedettina, Monastero di Montserrat
Charles Glass, autrore, giornalista e conduttore britannico/americano
Chris Hedges, giornalista
Srecko Horvat, filosofo, Movimento per la Democrazia in Europa 2025 (DiEM25)
Jean Michel Jarre, musicista
John Kiriakou, ex agente antiterrorismo della CIA ed ex investigatore senior, Comitato per le Relazioni Estere del Senato degli Stati Uniti
Lauri Love, informatico e attivista
Ray McGovern, ex analista della CIA, consigliere presidenziale
John Pilger, giornalista e regista
Angela Richter, regista teatrale, Germania
Saskia Sassen, sociologa, Columbia University
Oliver Stone, regista
Vaughan Smith, giornalista inglese
Yanis Varoufakis, economista, ex Ministro delle Finanze greco
Natalia Viana, giornalista investigativa e condirettore di Agencia Publica, Brasile
Ai Weiwei, artista
Vivienne Westwood, stilista e attivista
Slavoj Žižek, filosofo, Birkbeck Institute for Humanities.

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lunedì 16 aprile 2018

Newsletter Voce delle Voci mercoledì 4 aprile 2018

La Newsletter di mercoledì 4 aprile 2018











PAOLO MIELI SUPER STAR / CONTESO TRA MASSONI DEL GRANDE ORIENTE E DELLA GRAN LOGGIA







TSUNAMI SU FACEBOOK / LE "STRANE" PREMONIZIONI DEL MANGIAPAESI GEORGE SOROS

  di Andrea Cinquegrani


I BIG DEI VACCINI / GLAXO & C., MILIARDI & CONFLITTI SULLA PELLE DEI BAMBINI

  di Andrea Cinquegrani




Proposta per un inviato molto speciale

  di Luciano Scateni
Repubblica è il quotidiano che ha adottato come tuttologo l'autore di Gomorra, Roberto Saviano. Al suo libro si deve la successiva, omonima fiction, prodotta e messa in onda da Sky, multinazionale televisiva presente in mezzo mondo. Il danno di immagine per Napoli è difficilmente ...continua



STRAGE DI VIAREGGIO / PARTI CIVILI DA ROTTAMARE, QUESTIONE DI STILE

  
Processo di appello per la strage di Viareggio, si muovono i primi passi. Sono appena scaduti i termini per la presentazione delle memorie difensive per gli imputati tedeschi, ossia le società Gatx (Germania e Austria) e Officina Jughental di Hannover. Tra gli imputati eccellenti l'ex big ...continua


IL RACCONTO DI PASQUA – Un nuovo imperdibile Dizionario a cura di Luciano Scateni

  di Redazione
Grande autore di memorabili racconti per la Voce, Luciano Scateni ci dona a partire da questa domenica di Pasqua un nuovo, imperdibile Dizionario delle parole: sono rare, eppure comprese nella lingua italiana di oggi. Molto più che un "divertissement" da scrittore di razza, questo ...continua









domenica 15 aprile 2018

Verso il dopoguerra del Medio Oriente Allargato, di Thierry Meyssan

Contestando le finzioni della propaganda atlantista, Thierry Meyssan interpreta le relazioni internazionali collocandole in una prospettiva di lungo termine. Secondo Meyssan, negli ultimi sette anni non c'è stata guerra civile in Siria, ma una guerra regionale nel Medio Oriente Allargato che dura da diciassette anni. Da questo conflitto così vasto, da cui la Russia esce vincitrice nei confronti della NATO, sta emergendo gradualmente un nuovo equilibrio mondiale.


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Tutte le guerre finiscono con vincitori e vinti. La guerra di diciassette anni nel Medio Oriente Allargato non fa eccezione. Eppure, benché Saddam Hussein e Muammar Gheddafi siano stati eliminati e la Siria stia per uscirne vincente, il vero perdente di questa guerra è il popolo arabo.
Si può anche fingere di credere che il problema sia limitato alla Siria; e che in Siria il problema sia solo nella Ghuta; e che nella Ghuta l'Esercito dell'Islam abbia perso. Ma quest'episodio non basta a mettere fine ai conflitti che stanno devastando la regione, distruggendo intere città e uccidendo centinaia di migliaia di persone.
Ebbene, la favola del contagio delle "guerre civili" [1] consente ai 130 Stati e organizzazioni internazionali che partecipano ai summit degli "Amici della Siria" di negare le proprie responsabilità e di mantenere alta la testa. E, siccome non accetteranno mai lo smacco subito, continueranno le loro angherie in altri scenari operativi. In altri termini: la loro guerra nella regione finirà ben presto, però continuerà altrove.
Guardando i fatti da questa angolatura, quanto accaduto in Siria dalla dichiarazione di guerra degli Stati Uniti – il Syrian Acountability Act – del 2003, quasi 15 anni fa, avrà forgiato l'Ordine del mondo che ora si sta formando. Infatti, mentre quasi tutti gli Stati del Medio Oriente Allargato sono stati indeboliti, talvolta distrutti, solamente la Siria è ancora in piedi e indipendente.
Sicché il Pentagono non potrà più mettere in atto, né qui né altrove, la strategia dell'ammiraglio Cebrowski, rivolta a distruggere società e istituzioni di Paesi non globalizzati e a taglieggiare i Paesi globalizzati per aver accesso alle materie prime e alle fonti di energia.
Su spinta del presidente Trump, le Forze armate USA stanno lentamente cessando di sostenere gli jihadisti e cominciano a ritirarsi dal terreno di battaglia. Fatto che non li trasforma in filantropi, ma in realisti. Dovrebbe trattarsi della svolta che mette fine alla loro militanza per la rovina degli Stati.
Riallacciandosi alla Carta Atlantica, patto con il quale Londra e Washington nel 1941 si accordarono per controllare insieme gli oceani e il commercio mondiale, gli Stati Uniti ora si preparano al sabotaggio delle ambizioni commerciali del loro rivale cinese. Per limitare gli spostamenti della flotta cinese nel Pacifico, Donald Trump riforma i Quad (con Australia, Giappone e India) e contemporaneamente nomina consigliere per la Sicurezza John Bolton, che sotto Bush Jr. compì l'impresa di coinvolgere gli Alleati nella sorveglianza militare degli oceani e del commercio globale.
Nei prossimi anni il grande progetto cinese delle vie della seta (terrestre e marittima) non dovrebbe andare in porto. Poiché Bejing ha deciso di far passare le merci dalla Turchia, invece che dalla Siria, e dalla Bielorussia, invece che dall'Ucraina, in questi due Paesi stanno per nascere "disordini".
Già nel XV secolo la Cina tentò di riaprire la via della seta, costruendo una gigantesca flotta di 30.000 uomini, comandati dall'ammiraglio mussulmano Zheng He. Nonostante l'accoglienza calorosa nel Golfo Persico, in Africa e nel Mar Rosso di questa pacifica armata, il progetto fallì. L'imperatore fece bruciare l'intera flotta. Per cinque secoli La Cina si ripiegò su se stessa. Per ideare "la Via e la Cintura", il presidente Xi si è ispirato all'illustre predecessore, l'imperatore Ming Xuanzong, ma, come costui, potrebbe essere indotto ad affossare l'impresa, qualunque sia l'entità degli investimenti e, quindi, delle perdite.
Da parte sua, il Regno Unito non ha rinunciato al piano di una nuova "rivolta araba", sul modello di quella che nel 1915 portò al potere gli wahabiti dalla Libia all'Arabia Saudita. Tuttavia, la "primavera araba" del 2011, che avrebbe dovuto consacrare i Fratelli Mussulmani, si è infranta contro la resistenza siriano-libanese.
Londra intende mettere a profitto il "pivot verso l'Asia" degli Stati Uniti per ritrovare lo splendore del suo antico impero. Il Regno Unito si appresta a lasciare l'Unione Europea e dirige la propria potenza offensiva contro la Russia. Strumentalizzando il caso Skripal, ha tentato di radunare attorno a sé il maggior numero possibile di alleati, ma è incorso in alcuni inconvenienti, per esempio il rifiuto della Nuova Zelanda di continuare nel ruolo di dominion docile. Come nel caso delle guerre in Afghanistan, Jugoslavia e Cecenia, la logica suggerisce a Londra di reindirizzare i propri jihadisti contro Mosca.
La Russia, unica grande potenza a uscire vittoriosa dal conflitto in Medio Oriente, ha conseguito l'obiettivo che fu della zarina Caterina II: l'accesso al Mediterraneo e la salvezza della culla del cristianesimo, su cui la sua cultura si fonda.
Mosca ora dovrebbe dare impulso all'Unione Economica Euroasiatica, cui la Siria è candidata dal 2015, quando però la sua adesione fu sospesa per richiesta dell'Armenia, preoccupata dall'ingresso nello spazio economico comune di un Paese in guerra. La situazione attuale è però diversa.
Da quando la Russia ha rivelato il nuovo arsenale nucleare, l'equilibrio mondiale è diventato bipolare. Non sarà una cortina di ferro a dividere il mondo in due, ma la volontà degli occidentali, che già stanno separando i sistemi bancari e, presto, separeranno internet. L'equilibrio dovrebbe fondarsi sulla NATO, da un lato e, dall'altro, non più sul Patto di Varsavia, bensì sull'Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva. In trent'ani la Russia ha voltato la pagina del bolscevismo e ha spostato la propria zona d'influenza dall'Europa Centrale al Medio Oriente.
Con movimento oscillatorio l'Occidente, da ex "mondo libero", si sta trasformando in un insieme di società coercitive e fintamente consensuali. L'Unione Europea si sta dotando di una burocrazia più pervasiva e opprimente di quella dell'Unione Sovietica. Per contro, la Russia torna a essere il campione del Diritto Internazionale.

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sabato 14 aprile 2018

Douma: I testimoni diretti

Siria: raid simbolici per salvare la faccia

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(aggiornato alle ore 12,30)
Solo poche ore fa Analisi Difesa aveva titolato che l’ipotesi di una “cauta escalation” in Siria era la più probabile dopo le dichiarazioni roboanti di Trump e Macron dei giorni scorsi contro il regime di Assad e i suoi alleati Russia e Iran . L’attacco di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia contro la Siria per punire l’uso di armi chimiche contro i civili da parte di Assad (ancora tutto da provare) è infatti scattato questa notte intorno alle 4 e, come previsto, ha avuto un valore soprattutto simbolico.
Donald Trump in diretta tv ha annunciato l’attacco sottolineando la necessità di agire contro i crimini e la barbarie perpetrati dal regime di Bashar al Assad in contemporanea con il lancio dei missili Tomahawk .
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“La linea rossa fissata dalla Francia nel maggio del 2017 è stata superata. Quindi ho ordinato alle forze armate francesi di intervenire questa notte, nell’ambito di un’operazione internazionale congiunta con gli Stati Uniti d’America e il Regno Unito e diretta contro arsenali chimici clandestini del regime siriano” ha dichiarato il presidente francese, Emmanuel Macron, twittando la foto del momento in cui ha ordinato l’attacco.
“Non c”erano alternative praticabili all’uso della forza per degradare e dissuadere dal ricorso alle armi chimiche il regime siriano” ha detto il premier britannico Theresa May aggiungendo che “non stiamo intervenendo nella guerra civile, non si tratta del cambio di regime”, ha precisato la May, che ha descritto i raid come “un attacco limitato e mirato”.
Le operazioni
Il Pentagono ha riferito del lancio di 120 missili, Mosca parla di “oltre 100” lanciati contro obiettivi militari e civili in Siria da navi e velivoli statunitensi, britanniche e francesi”. Il ministero della Difesa russo aveva già precisato che nessuno missile è entrato all’interno delle “bolle” protette dalle difese aeree russe che sono situate intorno alle basi di Hmeymin e Tartus. Sempre secondo Mosca la difesa aerea siriana ha intercettato tutti i 12 missili cruise che erano stati lanciati contro l’aeroporto militare di Dumayr.
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I russi sostengono inoltre di non aver attivato i loro sistemi di difesa aerea dislocati in Siria precisando che i raid di Usa, Gran Bretagna e Francia “sono stati contrastati unicamente dai sistemi antimissilistici siriani recentemente ammodernati da Mosca) S-125, S-200, Buk e Kvadrat” cbhe avrebbero distrutto 71 dei 103 missili lanciati dagli alleati come ha riferito il responsabile del dipartimento delle operazioni dello Stato maggiore russo, Sergei Rudskoi, citato dalla Tass.
Secondo lo Stato maggiore siriano la difesa aerea è riuscita ad abbattere la maggior parte dei 110 missili lanciati anche se in precedenza fonti del regime di Damasco avevano riferito alla Reuters che contro la Siria “sono stati lanciati circa 30 missili, un terzo dei quali sono stati abbattuti”.
Gli attaccanti avrebbero lanciato i missili da crociera Tomahawk dal cacciatorpediniere USS Cook, classe Arleigh Burke, presente nel Mediterraneo Orientale con un paio di sottomarini classe Ohio modificato  (lo USS Georgia) e classe Virginia (USS Warne), mentre missili da crociera JASSM ER sarebbero stati  impiegati dai bombardieri B-1 basati a al-Udeid, in Qatar.
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La Francia ha impiegato i missili Scalp Naval della fregata Aquitaine e missili da crociera Scalp lanciati da velivoli Rafale decollati dalla Francia (che ammette l’impiego anche di Mirage 2000, aerei radar Awacs e tanker per il rifornimento in volo) mentre Londra ha messo in campo i missili da crociera Storm Shadow lanciati contro obiettivi nell’area di Homs da 4 Tornado della RAF schierati nella base cipriota di Akrotiri.
Tre gli obiettivi specifici ai quali ha mirato l’attacco sferrato dagli Usa alle 21 ora di Washington, tutti associati con il potenziale chimiche siriano, riferisce la Cnn citando fonti della Difesa Usa. Bersagliati a Damasco il centro per gli studi scientifici, due siti di stoccaggio per armi chimiche nell’area di Homs, un vicino posto di comando e fiorse anchje la base aerea di Dumayr.
Soprattutto il secondo obiettivo suscita perplessità. Possibile che il deposito di armi chimiche fisse vuoto e del resto gli stessi americani annunciarono nel 2014 che il regime di Assad aveva consegnato tutte le armi chimiche a sua disposizione. In caso contrario risulta incredibile che sia stato attaccato un deposito di armi del genere col rischio di disperderle nell’ambiente provocando un numero imprevedibile di vittime.
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Un attacco dal valore simbolico quindi, come quello dell’aprile dello scorso anno scontro la base aerea di Shayrat (59 missili Tomahawk lanciati dal mare). Anche oggi la Russia è stata avvertita in anticipo dell’attacco imminente, come ha reso noto il ministro della difesa francese, Florence Parly.
Dettaglio che sembra confermare le notizie diffuse ieri di fitti scambi di comunicazioni tra il la Coalizione a guida Usa e il comando russo in Siria ma non confermato dopo il blitz dal capo di Stato maggiore delle forze armate americane, generale Joseph Dunford, il quale sostiene che Washington non ha avvertito in anticipo il governo russo degli attacchi, né ha comunicato gli obiettivi nel mirino.
Rispondendo a una domanda specifica, nel corso di una conferenza stampa a Downing Street,anche  il premier britannico  Theresa May ha negato che vi siano stati contatti preventivi con Mosca sull’attacco di stanotte, almeno da parte del suo Paese:
Le prime notizie sulle vittime siriane, a quanto sembra per ora limitate a una decina di feriti, inducono a ritenere che si sua trattato di una “ammuina” con cui i leader anglo-franco-americani hanno tentato di salvare la faccia dopo essersi esposti promettendo rappresaglie contro il regime di Damasco per un impiego di armi chimiche ancora tutto da provare.
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Fonti russe a Douma riferiscono si sia trattato di una montatura organizzata con un vero set cinematografico dietro cui si nasconderebbe l’iniziativa dei servizi segreti di Londra. Parigi sostiene invece di avere prove delle responsabilità di Damasco ma non le ha mostrate mentre lo stesso segretario alla Difesa aveva ammesso ieri di non disporre di prove concrete per accusare Assad e che gli elementi disponibili erano stati raccolti sui social media.
Proprio oggi gli esperti dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) raggiungeranno Douma e inizieranno a effettuare rilievi, il fatto che il blitz degli alleati sia scattato poche ore prima dell’arrivo dei tecnici e, non dopo il rapporto dell’Opac, sembra confermare l’assenza di “pistole fumanti” concrete nelle mani degli occidentali.
Le reazioni
“Ci può essere solo una valutazione politica: questa è una flagrante violazione del diritto internazionale e un attacco contro uno stato sovrano senza alcuna ragione adeguata” ha detto Konstantin Kosachev, presidente della commissione Affari Internazionali del Senato russo. “Con un alto grado di probabilità, questo è un tentativo di creare difficoltà per la missione Opac, che sta iniziando il suo lavoro a Duma, o di farla saltare del tutto” ha aggiunto alla Tass.
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“Per ora è un attacco una tantum che ritengo abbia inviato un messaggio molto forte” al presidente siriano Bashar al Assad, tale da dissuaderlo rispetto all’utilizzo di armi chimiche”, ha detto il Segretario alla Difesa James Mattis. Il generale Usa ha avvertito tuttavia che se Assad decidesse di utilizzare ancora una volta il gas, le nazioni che hanno firmato la Convenzione contro la armi chimiche avranno tutto il diritto di intervenire.
L’attacco contro la Siria di Usa, Francia e Gran Bretagna è stata “operazione legittima, proporzionata e mirata” ha sostenuto il ministro degli esteri francese Jean-Yves Le Drian, poiché l’uso delle armi chimiche “viola il diritto internazionale ed è inaccettabile”
Il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, ha dato il suo sostegno al bombardamento dei Stati Uniti, Francia e Regno Unito contro la Siria in risposta ai presunti attacchi chimici da parte del regime di Bashar al Assad. “Sostengo le azioni intraprese dagli Stati Uniti, il Regno Unito e la Francia: questo consentirà di ridurre la capacità del regime di riattaccare il popolo della Siria con armi chimiche”, ha detto Stoltenberg in una dichiarazione. Ankara ha definito i raid alleati “adeguati”, mentre per il governo israeliano sono “giustificati”.
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La prima risposta di Mosca, stretta alleata di Damasco, è arrivata dopo l’annuncio della fine della prima ondata di raid e di bombardamenti: “Le azioni degli Usa e dei loro alleati non resteranno senza conseguenze”, ha detto l’ambasciatore russo a Washington Anatoly Antonov.
La prima reazione di Damasco è tesa a sminuire i risultati dell’operazione degli Usa e dei suoi alleati: se i raid sono finiti qui, hanno affermato fonti del governo di Damasco, i danni sono limitati.
L’Iran avverte che ci saranno “conseguenze regionali” dopo i raid condotti da Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna contro obiettivi del regime di Damasco, raid che condanna “fortemente”. Secondo quanto si legge sul canale Telegram del portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, “gli Stati Uniti ed i loro alleati, senza alcuna prova e prima anche di una presa di posizione dell”Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac), hanno condotto questa operazione militare contro la Siria e sono responsabili delle conseguenze regionali di questa azione avventurista”.
Foto: SANA, US.Dod, UK MoD e Jweb

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Newsletter Agende Rosse 31 marzo 2018

Newsletter Agende Rosse


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