sabato 23 giugno 2018

La piramide del fenomeno migratorio

Si dice spesso che quello dell'immigrazione sia "un problema complesso", e che non lo si possa quindi risolvere con una semplice formula di due righe.
Questo è verissimo, ma quando poi si cerca di analizzare questa complessità ci si trova davanti ad un garbuglio intricato di concetti che tendono a mescolarsi continuamente fra di loro.

Forse un piccolo grafico può aiutare, se non altro a separare fra di loro i vari livelli del problema.

Al livello più basso ci sono sicuramente i migranti stessi. Ovvero la carne umana, l'oggetto del contendere, la cristallizzazione fisica del problema reale. Centinaia di migliaia di disperati che lasciano le loro terre vuote di promesse alla ricerca di un futuro migliore.

Queste masse si spingono istintivamente verso nord, attratte dal miraggio del benessere europeo.

Ma fra loro e questo miraggio si frappone un problema: il viaggio. I paesi europei infatti non accettano un'immigrazione libera, da qualunque parte del mondo. E' quindi necessario arrivare in Europa con metodi illegali.

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venerdì 22 giugno 2018

Rete Voltaire: I principali titoli della settimana 22 giu 2018


Rete Voltaire
Focus




In breve

 
Le condizioni dell'Egitto per togliere l'assedio di Gaza
 

 
La Comunità dell'Intelligence USA e la Corea del Nord
 

 
Hamas e il piano di pace USA
 

 
Il Pentagono vuole creare una Forza spaziale
 

 
Visita inaspettata di Netanyahu in Giordania
 

 
Washington cerca benefattori per Gaza
 

 
Completamento del piano di pace USA per il Medio Oriente
 

 
Arabia Saudita, Emirati e Francia contro gli huthi nello Yemen
 

 
A titolo personale, Donald Trump ritiene che la Crimea sia russa
 

 
Trump ha bombardato la Siria per impressionare la Cina
 

 
La Siria rafforza la sicurezza nel sud del Paese
 

 
Ridistribuzione delle carte in Iraq
 
Controversie

 
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I CASI DI ILARIA ALPI E PAOLO BORSELLINO / DEPISTAGGI DI STATO & MURI DI GOMMA


Quando è lo Stato a depistare. Quando sono alte istituzioni a calpestare la verità. Quando alcuni magistrati fanno a pezzi quel poco che ormai resta della giustizia.
Succede in modo sempre più clamoroso in due vicende che hanno segnato il tragico destino del nostro Paese: la strage di via D'Amelio in cui sono stati trucidati Paolo Borsellino e la sua scorta; e l'assassinio dei giornalisti Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.
Tutto succede nel più totale silenzio da parte delle massime autorità, con il Capo dello Stato Sergio Mattarella fino ad oggi muto, spettatore assente. Nel tombale silenzio di tutte le forze politiche impegnate a spartirsi le poltrone di sottogoverno, mentre le opposizioni sono ormai in via di liquefazione. E nel più assordante silenzio mediatico.
Autentici muri di gomma.
A levarsi, solitarie, le voci di Luciana Riccardi, madre di Ilaria, e di Fiammetta Borsellino, la figlia di Paolo. Due donne coraggio nel deserto.

ROMA E PERUGIA, PROCURE CONTRO 
Partiamo dalla freschissima, ennesima richiesta di archiviazione tombale ribadita l'8 giugno al tribunale di Roma dal pm Elisabetta Ceniccola e super avallata dal procuratore capo Giuseppe Pignatone.
Il caso Alpi-Hrovatin, secondo loro, deve sparire per sempre nel dimenticatoio. Assassini e mandanti non esistono: di certo si è trattato di un suicidio provocato dalla calura somala.



Giuseppe Pignatone. Nel montaggio in alto, Ilaria Alpi e Paolo Borsellino
Uscendo dai paradossi ed entrando nelle spirali della giustizia di casa nostra, la imperturbabile pm Ceniccola se ne frega delle ultime acquisizioni arrivate dalla procura di Firenze e relative alle intercettazioni di alcuni somali che nel 2012 parlavano di "quei due italiani ammazzati a Mogadiscio". Inutili.
Se ne sbatte della montagna di documenti portata in giudizio dai legali di Luciana Riccardi, ossia Giovanni D'Amati, Giuseppe D'Amati e Carlo Palermo.
E soprattutto se ne fotte della sentenza cardine pronunciata dal tribunale di Perugia poco più di un anno fa, con la quale è stato scagionato il povero Hashi Omar Hassan (16 anni di galera da innocente) e soprattutto in cui è stato messo nero su bianco che la costruzione del teste taroccato a tavolino, Ahmed Ali Rage, al secolo Gelle, ha rappresentato un vero e proprio "Depistaggio di Stato".
Raramente capita di leggere una sentenza tanto chiara, inequivocabile e densa di contenuti come quella scritta a Perugia. In cui viene ricostruito per filo e per segno il Grande Depistaggio, minuto per minuto, settimana per settimana, mese per mese. Con un Gelle nel motore, addestrato a puntino per mentire davanti ad un pm; per fuggire con l'aiuto della polizia di stato, per trovare un lavoro grazie alla stessa polizia che addirittura lo ha accompagnato in una officina meccanica romana per due mesi andandolo pure a prendere con l'auto di servizio; e infine agevolandone la fuga in Germania prima e in Inghilterra poi.
Ai confini della realtà.
Gelle non ha mai testimoniato in dibattimento, eppure – caso più unico che raro, il teste chiave che non ribadisce in aula le sue accuse – la vittima predestinata è stata condannata a 26 anni, di cui 16 scontati. Perchè un mostro andava comunque sbattuto in prima pagina e un colpevole a tutti i costi trovato.
Se ne sono altamente fregate, le autorità tutte, di andare a cercare Gelle. Che se la spassava libero come un fringuello a Londra. Dove non lo hanno trovato gli 007 di casa nostra né l'Fbi, ma l'inviata di "Chi l'ha visto" Chiara Cazzaniga, con i non eccelsi mezzi di cui può disporre un normale giornalista.


Chiara Cazzaniga

Le parole di Gelle sono state la chiave del processo di Perugia, dove le toghe non hanno avuto difficoltà a capire la trama, svelare le alte connection, comprendere fino in fondo il meccanismo del clamoroso "Depistaggio di Stato".
Un perfetto assist per la procura di Roma. La quale non doveva fare altro che leggere e capire la sentenza, riaprire il caso, fare un po' di indagini e scovare killer e mandanti. Impresa non titanica, visto che moltissimi elementi probatori erano contenuti proprio nella sentenza perugina.
Come mai Ceniccola e Pignatone non hanno pensato di interrogare quei poliziotti depistatori, di cui nella sentenza di Perugia vengono fatti nomi e cognomi? Perchè non hanno richiamato a verbalizzare l'allora ambasciatore italiano a Mogadiscio? Perchè non hanno 'invitato' a deporre i tanti che hanno chiuso gli occhi e voltato la sguardo dall'altra parte?
Niente, alla procura di Roma hanno pensato bene di incrociare le braccia. E ora mettono insieme quattro frasi: "Non c'è alcuna prova di presunti depistaggi legati alla gestione in Italia del teste Ali Rage". Alcuna prova? Prove colossali che solo chi non vuol vedere non vede.  
E aggiungono: "C'è improbabilità di raggiungere dei risultati, anche alla luce della complessa situazione politica dello Stato africano, della divisione in clan ostili tra loro, dell'inesistenza di forze di polizia che potessero dare affidamento e dell'assenza, ancor oggi, di relazioni diplomatiche".
Capito? Tutta colpa dei somali!


Hashi Omar Hassan

E sulle ultime indagini fiorentine: "le nuove intercettazioni – viene sostenuto – sono sostanzialmente irrilevanti e non rappresentano uno spunto solido per avviare nuovi accertamenti. Non modificano di una virgola il quadro probatorio".
E chissenefrega della sentenza di Perugia! Ai confini della realtà.
Oserà dire una qualcosa, adesso, il Csm? O come al solito resterà muto, sordo e cieco?
L'ultima parola, comunque, spetta al giudice Andrea Fanelli, che dovrà pronunciarsi in modo definitivo sulla richiesta di archiviazione firmata dal suo capo, Pignatone, e dalla pm Ceniccola. Staremo a vedere.

UN ALTRO PENTITO TAROCCATO E L'AGENDA DEI MISTERI
Da un depistaggio all'altro eccoci alla strage di via D'Amelio. Siamo arrivati al Borsellino quater,  con un percorso processuale caratterizzato dal taroccamento del pentito di turno, Vincenzo Scarantino, che esattamente nello stesso modo di Gelle è stato addestrato di tutto punto dagli inquirenti.
Sandro Provvisionato, sulle colonne della Voce, negli scorsi anni ha ricostruito in modo perfetto quel depistaggio, con una serie di inchieste da far tremare le vene e i polsi. Facendo nomi e cognomi, anche stavolta, degli artefici della connection.


Fiammetta Borsellino

Contro i quali si è più volte scagliata Fiammetta Borsellino, la coraggiosa figlia del grande magistrato che alcune settimane fa ha incontrato in carcere i fratelli Graviano, e con i quali avrebbe voluto un secondo incontro, invece negato dai vertici della magistratura, sia locale che nazionale.
Ha appena ribadito le accuse in occasione del festival "Una marina di libri". Ecco le sue accorate parole: "Oggi la ricerca della verità è ancora più difficile perchè è connessa alla ricerca delle ragioni della disonestà di chi questa verità doveva scoprirla. Io non smetto di chiederla. Il contributo di onestà non devono darlo solo i mafiosi, ma anche le persone delle istituzioni che sanno". E non parlano.
A proposto del falso pentito Scarantino, la figlia di Borsellino chiama in causa non solo i poliziotti ma anche diversi magistrati che sin dalle prime battute avrebbero avallato le tante deviazioni. "Sono stati loro stessi autori di un processo caratterizzato da grossolane anomalie. Neanche il CSM ha saputo dare delle risposte". Tanto per cambiare.
Continua il j'accuse di Fiammetta: "Mafia e politica si fanno guerra o si mettono d'accordo. In quei giorni evidentemente si misero d'accordo. Mentre tutti sussurravano a mio padre che il tritolo per lui era arrivato. Lo sapeva anche il procuratore Pietro Giammanco che però non lo avvertì. E nessuno ha mai sentito il bisogno di avvertirlo".
Per la storia, pochi giorni prima della strage di via Capaci Giammanco partecipò ad una cena a casa di Paolo Borsellino. L'ultima cena. Erano presenti alcune toghe 'amiche', tra cui Anna Maria Palma.


Nino Di Matteo

Anna Maria Palma ha istruito i primi processi Borsellino, coadiuvata dall'icona antimafia (allora giovane virgulto fra le toghe siciliane) Nino Di Matteo: insieme hanno diretto "l'operazione Scarantino". A rivelarlo, nel corso di un'udienza del Borsellino quater, lo stesso pentito taroccato. Che non ha mancato di ricordare come i 'suggeritori' gli fossero sempre vicino: anche nel corso delle stesse udienze. Quando non ricordava una 'battuta', chiedeva di andare in bagno, dove trovava chi (il poliziotto o lo 007 di turno) gli rammentava la parte.
La giornalista e scrittrice Roberta Ruscica, in occasione della presentazione a Napoli del suo libro "I Boss di Stato – I protagonisti, gli intrecci e gli interessi dietro la trattativa Stato-Mafia", ha ricordato: "Ho conosciuto Anna Maria Palma e ho creduto anche io in quella pista che si è poi rivelata del tutto sbagliata. E ricordo un particolare che mi raccontò Palma: era entrata in possesso della famosa agenda rossa di Paolo Borsellino. L'aveva avuta nelle sue mani. Non mi ha detto a chi poi l'aveva consegnata o che fine avesse fatto".
Una storia sulla quale nessuno, fino ad oggi, ha mai pensato di far luce.
Come mai? Un mistero tra i misteri.

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giovedì 21 giugno 2018

Un altro Mondo Per i diritti della Pachamama – Tour 2018 🌎



Oggi è il solstizio d'estate, il giorno più lungo dell'anno, un evento che per molti popoli del mondo, dall'Europa alla Cina e ai nativi americani, è legato a riti ancestrali e festeggiamenti che hanno a che fare con i culti della fertilità.
Noi vogliamo festeggiare con l'inizio del Tour per la nostra Madre Terra.
Ci auguriamo che ognuno di noi possa celebrare questo giorno ogni giorno con la consapevolezza di poter aiutare la "Pachamama" ad affermare il diritto più grande: quello di esistere.
Thomas Torelli, Alberto Ruz Buenfil e Antonio Giacchetti vi aspettano in una delle tappe del tour #UnAltroMondoPerIDirittiDellaPachamama 2018 per festeggiare insieme.
SCOPRI TUTTE LE TAPPE DEL TOUR 2018
•    Manerba del Garda (BS) – 23 GIUGNO
•    Capannori (LU) – 27 GIUGNO
•    Burolo (TO) – 29 GIUGNO
•    Parco di Stupinigi (TO) – 30 GIUGNO
•    Domodossola (VB) – 1 LUGLIO
•    Roma – 5 LUGLIO
•    Vicenza – 6 LUGLIO
•    Trento – 7 LUGLIO
•    Jesolo (VE) – 8 LUGLIO
•    Firenze – 11 LUGLIO
•    Collesalvetti (LI) – 12 LUGLIO
•    Bagnacavallo (RA) – 14 LUGLIO
•    Salina di Viadana (MN) – 15 LUGLIO
•    Santa Marinella (RM)  – 18 LUGLIO
•    Ariccia (RM) – 21 LUGLIO
•    Fiuggi (FR) – 22 LUGLIO
•    Castellana Grotte (BA) – 25 LUGLIO
•    Polignano a mare (BA) – 26 LUGLIO
•    Melpignano (LE) – 27 LUGLIO
•    Bosio (AL) – 28/29 LUGLIO
•    Pescara – 4 AGOSTO

Grazie

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In Lak'ech
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Morte di Dettori, ascoltati tutti i testimoni

Sospetti sul suicidio del maresciallo che era di turno la notte della tragedia, indagini della Procura


GROSSETO. C’è ancora un fascicolo aperto in via Monterosa: sul frontespizio c’è scritto il nome di Mario Alberto Dettori, il maresciallo che la notte del 27 giugno 1980 era di guardia al radar di Poggio Ballone. Dettori è morto, è stato trovato impiccato a un albero in un terreno lungo la strada della Sante Mariae. Era il 1987 e il caso fu frettolosamente archiviato come suicidio anche se i familiari del maresciallo, a quella ipotesi, non credettero allora e non ci credono nemmeno oggi. La figlia Barbara, insieme all’associazione antimafia Rita Atria, ha presentato un esposto alla Procura di Grosseto che un anno e mezzo fa ha deciso di aprire un nuovo fascicolo su questo caso, ordinando l’esumazione del corpo di Dettori e chiamando tutti i testimoni che allora potevano essere a conoscenza di quello che era accaduto al maresciallo. O almeno, quelli che sono ancora in vita.

Ripescare nei ricordi di trenta o quarant’anni fa non è facile. Soprattutto non lo è per chi ha deciso di tacere già allora. «Io mi auguro che si vada avanti con l’indagine - dice Barbara Dettori - Noi aspettiamo giustizia e verità. Mio padre è morto quando io ero ancora molto giovane lasciando un vuoto incolmabile. Però tutto quello che è successo prima di allora e anche dopo, non può e non deve essere taciuto». 

Chiunque parli, chiunque conosca qualcosa sulla strage di Ustica, ha un’urgenza sola, quella di ristabilire la verità. «È necessario continuare a parlare di questa vicenda - aggiunge Dettori - è necessario che in Italia si arrivi a un punto di rottura con quello che è stato il passato: ci sono tante cose che non sono mai tornate nella vicenda della morte di mio padre e troppe persone che non hanno voluto squarciare quel velo di silenzio e bugie che si è alzato quando è cominciata questa vicenda». Sulla salma di Dettori è stata fatta l’autopsia, a trent’anni dalla morte. Il radarista di Poggio Ballone aveva parlato con un collega di quella notte. E anche a casa aveva accennato a quello che era successo in cielo, mentre lui era alla sua postazione. Furono anni difficili, quelli successivi alla strage di ustica. Anni che si fermarono, per Dettori, nel 1987. «Non lo avrebbe mai fatto - dice la figlia Barbara - Amava la vita, amava la sua famiglia. Eravamo la luce dei suoi occhi, non si sarebbe mai ucciso da solo in quel modo». 

 (f.g.)

iltirreno.gelocal.it

mercoledì 20 giugno 2018

VACCINI / A SALERNO “IL DECRETO” FIRMATO GRAMICCIOLI

Il grande tema civile dei vaccini a Salerno il 23 giugno, alle ore 21, nella cornice del Teatro Nuovo. Lo porta in scena la “Compagnia teatro artistico d’inchiesta” diretta da David Gramiccioli. 
Titolo dell’opera “Il Decreto”, per la regia di Angela Turchini. 
Il riferimento va al decreto emanato dall’ex ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, sull’obbligo vaccinale. Un provvedimento degno delle migliori dittature, quando i sudditi vengono obbligati a seguire i diktat che arrivano dall’alto. 
Un decreto che dovrà essere al più presto rivisitato dal nuovo esecutivo gialloverde, che almeno in teoria ha promesso un nuovo corso in materia. 
Non si tratta di mettere in discussione l’utilità dei vaccini. Ma di rivedere alla radice sia la produzione che le modalità di somministrazione a tutti i bambini che, oggi, sono costretti a subirlo in via coattiva. 
Sul primo fronte, infatti, le produzioni a tutt’oggi obbediscono ai voleri di Big Pharma, ossia le aziende farmaceutiche che dominano nel mondo: in questo campo la regina è Glaxo SmithKline, che non bada a spese – spesso e volentieri di stampo corruttivo – perchè i suoi vaccini dominino sul mercato mondiale. 

La locandina. In alto David Gramiccioli ne “Il Decreto”
E proprio su questo versante non sono in pochi gli scienziati che chiedono con forza diverse modalità produttive, rispettose soprattutto della ‘qualità’ del farmaco, oggi regolarmente messa in disparte sull’altare del profitto: visto che le industrie farmaceutiche del settore puntano sulle quantità di vaccini da smerciare e certo non sulle loro qualità.
Perchè – sorge spontanea la domanda – in un settore tanto delicato non interviene lo Stato? In Italia, ad esempio, attraverso la Cassa Depositi e Prestiti? Sollecita, invece, a buttar soldi nelle già ricche società di casa Marcucci, a cominciare da Kedrion che controlla il mercato degli emoderivati. Perchè non investe invece nello strategico settore dei vaccini come trent’anni fa faceva Eni con la controllata Anic? Misteri di casa nostra.
Secondo nodo. Quello circa la somministrazione dei vaccini, che deve basarsi sul principio di assoluta ‘Precauzione‘, come da anni insegnano due scienziati di fama mondiale, il premio Nobel Luc Montagnier e il due volte candidato al Nobelper la Medicina Giulio Tarro, autore di recenti studi sui vaccini che parlano in mondo inequivocabile, come la Voce negli ultimi mesi ha documentato.
A casa nostra, invece, dettano legge i “Somari” in camice bianco, come Roberto Burioni, secondo il quale nessuno ha diritto di dire una parola sui vaccini se non gli ‘scienziati‘ (sic) della sua razza, oltre tutto in palese conflitto di interessi. Uno scienziato, Burioni, anche ‘incappucciato‘, visto che è un massone iscritto al Grande Oriente d’Italia e non ha neanche le palle di ammetterlo.
Farà un po’ di sana trasparenza nel mondo dei vaccini la neo ministra della Salute Giulia Grillo? Staremo a vedere.