martedì 22 maggio 2018

Storia di Aaron Swartz

lunedì 21 maggio 2018

La Russia si oppone a una guerra tra Iran e Israele, di Thierry Meyssan


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                                      I bombardamenti israeliani da dicembre 2017

Nel conflitto Russia-USA la maggior parte degli osservatori si schiera e auspica la vittoria dell'uno o dell'altro campo. Mosca cerca invece di chetare il Medio Oriente e, per questa ragione, ostacola un attacco dell'Iran a Israele, così come nel 2008 si oppose all'operazione israeliana contro l'Iran.

Nella notte tra il 29 e il 30 aprile 2018 Israele ha lanciato nove missili contro due basi militari siriane, causando danni molto gravi.
Stupisce che i radar russi non hanno allertato i siriani, che quindi non hanno potuto intercettare i missili israeliani.
In realtà, l'attacco non voleva colpire obiettivi siriani, bensì bersagli iraniani in basi siriane.
In forza di un trattato anteriore alla guerra, l'Iran è intervenuto in aiuto della Siria sin dall'inizio dell'aggressione straniera, nel 2011. Senza il soccorso iraniano la Siria sarebbe stata sconfitta, la Repubblica sarebbe stata rovesciata e i Fratelli Mussulmani sarebbero al potere. Sennonché, da settembre 2015 la Siria ha l'appoggio anche della Russia, la cui potenza di fuoco è di gran lunga superiore a quella iraniana. È stata l'aviazione militare russa a distruggere con bombe di penetrazione le fortificazioni sotterranee costruite dalla NATO e da Lafarge, permettendo all'esercito arabo siriano di riconquistare il terreno perduto.
Oggi però gli intenti di Iran e Russia divergono.

Il disaccordo Iran-Russia

la Russia vuole sradicare le organizzazioni jihadiste e pacificare l'insieme della regione. Spera inoltre di ripristinare quel legame storico che lega la cultura ortodossa e Damasco, città del cristianesimo delle origini, in conformità alla strategia che Caterina la Grande delineò nel XVIII secolo.
L'Iran è oggi un Paese diviso in tre poteri distinti. Da un lato i Guardiani della Rivoluzione, dall'altro il presidente Rohani, in mezzo la Guida Khamenei a dirimerne i conflitti.
I Guardiani della Rivoluzione sono una formazione d'élite, distinta dall'esercito regolare. Obbediscono alla Guida, laddove l'esercito dipende dal presidente della Repubblica Islamica. Tentano di liberare il Medio Oriente dall'imperialismo anglosassone. Garantiscono la protezione degli sciiti ovunque nel mondo e, in cambio, contano sul loro appoggio per proteggere l'Iran. Sono presenti soprattutto in Yemen, Iraq, Siria e Libano.
Il presidente Hassan Rohani sta cercando di far uscire il Paese dall'isolamento diplomatico, seguito alla Rivoluzione dell'imam Khomeini. Vuole sviluppare il commercio internazionale e ristabilire lo statuto di potenza regionale dominante, riconosciuto al Paese all'epoca dello Scià.
L'ayatollah Ali Khamenei, ideologicamente vicino ai Guardiani della Rivoluzione, cerca di mantenere l'equilibrio tra i due poteri e di preservare l'unità del Paese. È un compito oggi ancora più arduo, in quanto le tensioni tra i due poteri hanno raggiunto l'apice. L'ex presidente, Mahmud Ahmadinejad (uscito dai Guardiani della Rivoluzione), e il suo vicepresidente, Hamid Beghaie, sono stati dichiarati dal Consiglio dei Guardiani della Costituzione «cattivi mussulmani». Ahmadinejad è agli arresti domiciliari, Beghaie è stato condannato, in un processo segreto, a 15 anni di reclusione.
Dopo l'assassinio di Jihad Mughniyah (figlio di Imad Mughniyad, capo militare dello Hezbollah libanese), avvenuto nel gennaio 2015 sulla linea di demarcazione siriano-israeliana del Golan, tutto induce a credere che l'Iran stia cercando d'impiantare basi militari nel sud della Siria, in vista della pianificazione di un attacco a Israele, coordinato da Gaza, Libano e Siria.
È il progetto che Israele cerca di impedire e che la Russia si rifiuta di avallare.

L'evoluzione delle posizioni politiche

Secondo il modo di vedere della Russia, Israele è uno Stato internazionalmente riconosciuto, cui appartengono oltre un milione di cittadini giunti dall'ex Unione Sovietica. Ha diritto a difendersi, indipendentemente dal problema che pongono il furto dei territori palestinesi e l'attuale regime di apartheid.
Al contrario, dal punto di vista iraniano Israele non è uno Stato, bensì un'entità illegittima che occupa la Palestina e ne opprime gli storici abitanti. È quindi legittimo combatterlo. La Repubblica Islamica va oltre l'analisi del suo fondatore. Infatti, per l'imam Khomeini Israele è solo uno strumento nelle mani delle due principali potenze coloniali, gli Stati Uniti (il «Grande Satana») e il Regno Unito. Il discorso iraniano sulla Palestina è diventato negli ultimi anni oltremodo confuso: una mescolanza di argomentazioni politiche e religiose, in cui non si disdegnano nemmeno stereotipi antisemiti.
Da tre anni Israele chiede a gran voce alla Russia di impedire all'Iran d'installare basi militari a distanze inferiori a 50 chilometri dalla linea di demarcazione. All'inizio, la Russia ha sottolineato che l'Iran stava vincendo la guerra in Siria, mentre Israele la stava perdendo. Quindi, Tel Aviv non poteva vantare pretese. Ma ora che si approssima una possibile fine del conflitto, la posizione della Russia è cambiata: è escluso che venga consentito all'Iran di aprire un nuovo conflitto.
È esattamente la stessa posizione che, nel 2008, spinse la Russia a bombardare i due aeroporti presi a nolo in Georgia dallo Tsahal. Lo scopo allora era prevenire un attacco di Tel Aviv a Teheran. Solo che il lasciar-fare di oggi si oppone a un'iniziativa iraniana, non più israeliana.

La posizione siriana

Dal punto di vista siriano, Israele è un nemico che occupa illegalmente il Golan. È un Paese che durante la guerra ha sostenuto gli jihadisti e che ha già bombardato la Siria oltre un centinaio di volte.
Ma non per questo il progetto iraniano è benvenuto. Infatti, come Mosca, Damasco non contesta l'esistenza dello Stato ebraico, bensì unicamente il suo ordinamento politico, da cui i palestinesi sono esclusi. Ma, soprattutto, la Repubblica Araba Siriana non cerca lo scontro con il vicino, bensì la pace. I presidenti Hafez e Bashar al-Assad hanno tentato invano di negoziarla, in particolare con la mediazione del presidente statunitense Bill Clinton.
D'altro canto, tutti sanno che l'esercito israeliano gode dell'appoggio senza riserve degli Stati Uniti e che attaccare Israele equivale ad attaccare Washington. Anche se lo volesse, la Siria, che sta uscendo da sette anni di aggressione straniera ed è in gran parte distrutta, non potrebbe impegnarsi in questa direzione neppure se lo volesse.
Pertanto, Damasco pur avendo consentito all'Iran di istallare basi sul proprio territorio non si spingerà oltre.

Il contesto Iran-Stati Uniti

Così come ha provocato la crisi attuale, l'approssimarsi della fine della guerra pesa anche sul futuro dell'accordo 5 + 1. Probabilmente gli Stati Uniti non continueranno a rendersene garanti.
Quest'accordo multilaterale non è quel che si crede. Il testo firmato il 14 luglio 2015 è esattamente identico a quello negoziato il 4 aprile. Negli ultimi mesi Washington e Teheran hanno patteggiato a quattr'occhi clausole segrete bilaterali, di cui nessuno conosce la portata.
Tuttavia, è evidente che, dalla conclusione di quest'accordo segreto, le truppe di Stati Uniti e Iran, che sono presenti in tutto il Medio Oriente, non si sono mai scontrate direttamente.
La parte pubblica dell'intesa verte sulla sospensione, per almeno un decennio, del programma nucleare iraniano, sulla rimozione delle sanzioni internazionali contro l'Iran e su un rafforzamento dei controlli dell'AIEA [Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica, ndt]. Quest'accordo è catastrofico per Teheran che, per esempio, ha dovuto chiudere il settore dell'insegnamento della fisica nucleare. Ciononostante, l'Iran l'ha firmato, confidando nella rimozione delle sanzioni che colpiscono duramente l'economia. Ebbene, non appena tolte, le sanzioni sono state immediatamente ripristinate sotto altro pretesto (il programma missilistico). Nel frattempo, il livello di vita degli iraniani continua ad abbassarsi.
Contrariamente a un pregiudizio diffuso, già nel 1988 la Repubblica Islamica cessò gli sforzi per avere la bomba atomica: l'imam Khomeini aveva convinto gli iraniani che le armi di distruzione di massa sono contrarie all'islam. L'Iran ha continuato la ricerca sul nucleare a uso civile e condotto qualche studio per applicazioni militari tattiche. Oggi, soltanto chi desidera ripercorrere la via dello Scià — ossia il gruppo del presidente Rohani — potrebbe desiderare la ripresa del programma nucleare militare. Ma non accadrà, dati gli eccellenti rapporti con Washington.
A Ginevra è in corso una riunione preparatoria della Conferenza Mondiale di monitoraggio del Trattato di Non Proliferazione Nucleare. Iran e Russia sostengono una mozione per dichiarare il Medio Oriente «zona priva di armi nucleari», mozione contro cui sono schierati Israele, Arabia Saudita e i Paesi occidentali.
La minaccia che Teheran esercita dalla Siria potrebbe essere interpretata come mezzo di pressione per ottenere il rispetto delle clausole segrete parallele all'accordo 5+1.

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domenica 20 maggio 2018

Montagna Longa - La strage dimenticata

Intervista di Fabio Belli a Stefania Limiti

E' stato il più grave disastro nella storia dell'aviazione italiana prima che avvenisse la tragedia di Linate nel 2001 (1). Non si tratta della strage di Superga appena commemorata, ne del noto episodio di Ustica, sebbene vi sia in comune il territorio siciliano come luogo della sciagura.
Venerdì 5 maggio 1972 il volo Alitalia AZ112, partito da Roma-Fiumicino con destinazione Palermo-Punta Raisi, si schiantò in fase di atterraggio contro la Montagna Longa nel territorio fra Cinisi e Carini: tutte le 115 persone a bordo (108 passeggeri e 7 membri dell'equipaggio) persero la vita.
Il velivolo DC-8-43, decollato con mezz'ora di ritardo in una notte calda e senza vento, comunicò per l'ultima volta con la torre di controllo tramite il pilota comandante Bartoli che annunciò l'imminente manovra di avvicinamento alla pista 25 dell'aeroporto palermitano; pochi minuti dopo avvenne il fatale impatto (2). Nel luogo del disastro è presente tutt'ora una croce in ricordo delle vittime.
La giornalista e scrittrice Stefania Limiti, che aveva menzionato la tragedia nel suo libro "Doppio Livello" (3), ha accettato di rispondere ad alcune domande a 46 anni esatti dall'incidente, fornendo un contributo illuminante sull'intera vicenda.

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sabato 19 maggio 2018

DAMASCO, IL MESSAGGIO DI UN FRATE – Padre Bahjat Elia Karakach


di Alessandra Mulas, inviata di guerra in Siria

Padre Bahjat Elia Karakach, francescano della Custodia di Terra Santa superiore del Convento dedicato alla conversione di San Paolo a Damasco, è il frate coraggioso che immediatamente dopo l'attacco americano aveva lanciato un audio messaggio, attraverso i social network, in cui denunciava la menzogna dell'uso delle armi chimiche da parte del Governo di Bashar al-Assad. Come lui stesso dice l'attacco con armi chimiche da parte di Damasco sarebbe stato una follia, la vittoria sul terrorismo è ormai alla soluzione finale e richiamare l'attenzione dell'Occidente, giustificandone un possibile intervento, sarebbe stato inutile e dannoso. «L'esercito siriano non ha bisogno di usare le armi chimiche, soprattutto perché tra l'altro le ha smantellate, come sappiamo, sotto il controllo dei russi qualche anno fa».
Molto ottimista per il futuro dice di voler infondere la speranza attraverso la creazione di strutture che siano rivolte alla ricostruzione di un paese giovane e coraggioso. Ci racconta che i cristiani alle volte sono accusati dall'Occidente di sostenere il governo, precisa che questo va inserito in un contesto nel quale i cristiani sono una parte della società e non un corpo estraneo; la Siria a livello istituzionale è un paese laico e tutti possono accedere alle cariche pubbliche e ricorda che non è una questione di cristiani ma di una popolazione che all'80% si esprime a favore del suo Presidente. Forse prima della guerra c'era una opposizione che chiedeva modifiche costituzionali e riforme, ma oggi la scelta è tra il caos totale e questo governo che nonostante tutto ha avuto il merito di salvare l'unità della Siria e il pluralismo religioso. Il progetto di creare una divisione su basi etnico religiose è miseramente fallito grazie alla stabilità politica mantenuta nonostante la guerra. «Questo è il tempo di metterci insieme per combattere il terrorismo perché questi ribelli non hanno una visione politica alternativa. Hanno distrutto il patrimonio culturale, storico e l'unica cosa che li accomuna è il sogno di uno Stato Islamico.»
In una breve intervista invia un messaggio all'Occidente per raccontare una verità che merita di essere ascoltata, in un mondo in cui l'informazione si ferma davanti a una ideologia calata dall'alto in cui dietro vi è solo un vantaggio economico a senso unico.
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Riguardo ai cristiani qual è la situazione attuale, soprattutto dei cristiani cattolici, che sono diventati, ormai, una minoranza nella minoranza?
Sì, purtroppo il numero dei cristiani è più che dimezzato, sicuramente, in Siria. Ma possiamo dire sempre che, pur essendo piccola, resta una comunità molto impegnata nella società siriana, che cerca di portare i valori del Vangelo e i valori cristiani. Una comunità culturalmente formata, che non ha mai preso le armi, quindi è dialogante con tutti, è una garanzia anche per il futuro della Siria e per salvarla. Il nostro Presidente Bashar al-Assad ha detto che i cristiani qui non sono un annesso, qualcosa in più, ma sono  le radici di questa società e i garanti del pluralismo in Siria: la comunità cristiana ha questa missione ed è per questo che deve rimanere qui. Io dico sempre: aiutateci a non a lasciare questo Paese per altri migliori e a rimanere qui per continuare la nostra missione.
Lei ha anche mandato un messaggio che ha fatto il giro dei social network in Italia, e credo anche in altri Paesi, in cui lei parla anche della situazione di impunibilità: vuole raccontare quel pezzo di verità che in Occidente è negata in questo momento?
Purtroppo, pur essendoci la democrazia in Occidente e la libertà di espressione, vedo che  questa libertà di espressione è molto mortificata nel caso della guerra in Siria, perché c'è un'informazione a senso unico che vuole demonizzare il nostro Presidente e il Governo. Sappiamo bene che tutte le guerre si fanno per interessi: c'è un grosso interesse per la Siria da parte dell'Occidente che, in questi anni di guerra, ha aiutato questi gruppi ribelli che, purtroppo, non hanno nessuna visione per il futuro della Siria e non sono un'alternativa degna di guidare questo Paese, perché sono delle persone violente che hanno portato solo distruzione e violenza in Siria. Quello che oggi sta accadendo in Siria è una guerra internazionale per questi interessi e, purtroppo, questa verità fa fatica a passare. Non c'è dubbio che il nostro Presidente, attualmente, sia una garanzia dell'unità del Paese, una comunità fondamentale per questa area geografica, perché la Siria è un mosaico di culture e religioni: se questo mosaico viene spezzato, o in qualche modo diviso, ci sarebbe una pulizia etnica  e sarebbe un altro olocausto, che sicuramente nessuno desidera per il Medio Oriente, anche per le gravi conseguenze che potrebbero esserci in Europa. Qui, in questa fase, noi siriani (la maggior parte dei siriani) vogliamo essere più uniti per combattere il terrorismo e cercare di portare questo Paese a un porto sicuro, dove possiamo riprendere la ricostruzione dell'umano e della società. Chiediamo verità, verità, verità! Non disinformazione. I bambini siriani o i siriani non si aiutano con i missili, ma si aiutano se si tolgono le sanzioni al popolo siriano e se si apre un serio dialogo con il Governo siriano, che nessuno può ignorare. Quindi aiutate i siriani non a fare guerra fra di loro, ma a essere uniti, normalizzando i rapporti con la Siria e guardando all'interesse del popolo siriano e non semplicemente agli interessi economici che si possono ricavare dal dominio di questo.
L'articolo DAMASCO, IL MESSAGGIO DI UN FRATE – Padre Bahjat Elia Karakach proviene da ByoBlu - Il video blog di Claudio Messora.

venerdì 18 maggio 2018

Il ciclo della menzogna, di Thierry Meyssan

Quando vogliono condannare un sospettato, gli occidentali lo accusano di ogni sorta di crimine, fino a creare le condizioni per poter emettere la sentenza. Verità e Giustizia non hanno importanza, quel che conta è salvaguardare il potere. Ritornando sull'accusa alla Siria di far uso di armi chimiche, Thierry Meyssan ricorda che, sebbene essa risalga ad alcuni anni fa, il principio secondo cui la Siria è designata colpevole è vecchio di oltre duemila anni.

Gli occidentali affermano che nel 2011 è iniziata in Siria una «guerra civile». Eppure, nel 2003 il Congresso USA adottò, e il presidente George W. Bush firmò, una dichiarazione di guerra a Siria e Libano (il Syria Accountability and Lebanese Sovereignty Restoration Act [1], Legge sulle responsabilità della Siria e per il ripristino della sovranità libanese).
Dopo il vano tentativo del segretario di Stato Colin Powell, che nel 2004 avrebbe voluto trasformare la Lega Araba in tribunale regionale (vertice di Tunisi), l'aggressione occidentale poté iniziare grazie all'assassinio nel 2005 dell'ex primo ministro libanese, Rafic Hariri.
L'ambasciatore americano a Beirut, Jeffrey Feltman — che probabilmente organizzò in prima persona il crimine —, accusò immediatamente i presidenti Bashar al-Assad ed Émile Lahoud. L'ONU inviò in Libano una commissione d'inchiesta. Successivamente, gli organi esecutivi dell'ONU e del Libano istituirono, senza ratifica dell'Assemblea Generale dell'ONU né del parlamento libanese, uno pseudo-tribunale internazionale, che da subito ebbe a disposizione testimonianze e prove convincenti. Data per scontata e imminente la condanna, Assad e Lahoud furono messi al bando dal consorzio delle nazioni, alcuni generali furono arrestati dall'ONU e tenuti in carcere per anni, senza nemmeno essere messi in stato d'accusa. Ciononostante, i falsi testimoni furono smascherati, le prove persero fondatezza e l'accusa andò in frantumi. I generali furono messi in libertà, con tante scuse. Bashar al-Assad ed Émile Lahoud furono di nuovo considerati personalità frequentabili.
Tredici anni sono trascorsi, Jeffrey Feltman è il numero due delle Nazioni Unite e l'avvenimento del giorno è il pretestuoso attacco chimico della Ghuta. Ora come allora ci sono testimonianze (i Caschi Bianchi) e prove (foto e video) che si pretenderebbero convincenti. E, come al solito, il presunto colpevole è il presidente al-Assad. L'accusa è stata preparata con cura, sulla base di voci che circolano dal 2013. Senza aspettare che l'OPAC accertasse i fatti, gli occidentali si sono eretti a giudici e boia, hanno condannato la Siria e l'hanno punita, bombardandola.
Senonché la Russia è oggi ridiventata una super-potenza, parigrado con gli Stati Uniti, e ha potuto pretendere il rispetto delle procedure internazionali e l'invio di una commissione dell'OPAC a Damasco. Ed è sempre la Russia che ha portato all'Aia 17 testimoni oculari del presunto attacco chimico per comprovare la manipolazione mediatica dei Caschi Bianchi.
Come hanno reagito i 17 Paesi dell'Alleanza Occidentale presenti all'Aia? Si sono rifiutati di ascoltare i testimoni e di metterli a confronto con i Caschi Bianchi. Hanno pubblicato un breve comunicato per denunciare lo show russo [2]. Immemori di aver già giudicato e punito la Siria, hanno sottolineato che l'audizione dei testimoni era lesiva dell'autorità dell'OPAC. Hanno ricordato che il direttore dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) aveva già confermato l'attacco chimico e che era indecente rimetterlo in discussione. Ovviamente, hanno richiamato la Russia al rispetto di quel Diritto Internazionale che essi violano senza tregua.
Si dà il caso che la dichiarazione dell'OMS contravvenga alle sue prerogative; che non sia stata assertiva, bensì condizionale; che non si sia fondata su rapporti di funzionari, bensì unicamente su testimonianze di ONG, sue partner, che riportavano le accuse… dei Caschi Bianchi [3].
Sono duemila anni che l'occidente scandisce «Carthago delenda est!» (Cartagine deve essere distrutta!) [4], sebbene nessuno sappia cosa si rimproverasse a quest'equivalente tunisina dell'odierna Siria. In Occidente, questo sinistro slogan è diventato un riflesso condizionato.
In ogni angolo del mondo la saggezza popolare assicura che «Il più forte ha sempre ragione». È la morale delle favole dei Panchatantra indiani, del greco Esopo, del francese Jean de La Fontaine e del russo Ivan Krilov, ma proviene forse dall'antico saggio siriano Ahiqar.
Ebbene, la buffonata del fallito bombardamento del 14 aprile ha reso gli occidentali "i più forti", ma solo nelle menzogne.

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[1The Syria Accountability and Lebanese Sovereignty Restauration Act, H.R. 1828, S. 982, Voltaire Network, 12 December 2003.
[3] « L'OMS s'inquiète de la suspicion d'attaques chimiques en Syrie », Réseau Voltaire, 11 avril 2018.
[4Cathargo delenda est è uno slogan reso popolare da Catone il Vecchio. Il senatore lo pronunciava al termine di ogni suo discorso. Il solo crimine di Cartagine sembra fosse essere più fiorente di Roma.

mercoledì 16 maggio 2018

VACCINI / CONTINUANO LE CAMPAGNE DI BUFALE ANTI-BUFALE

Fanfare Rai: grandi risultati per la vaccinazione obbligatoria. Suona le trombe Repubblica: "La battaglia dell'Europa alle fake news sui vaccini – Ecco il piano per fermarla". Non contento, il quotidiano scalfariano da sempre in prima linea pro Big Pharma aggiunge: "Bruxelles approva oggi la strategia contro le bufale e per rendere più capillare la copertura".
Continuano le "bufale sulle bufale". Con quale criterio mai si può diluviare i cittadini con l'ossessione dei vaccini obbligatori, mentre ci sarebbero da rendere tre volte obbligatori i test pre-vaccinali per tutti i bimbi? E da rendere altrettanto super obbligatoria la 'qualità' e la composizione di quei vaccini?
Più in dettaglio, per fare un solo esempio: perchè non prevedere un obbligo per i produttori di escludere il famigerato alluminio dai vaccini prima ancora di renderli obbligatori?
Interrogativi che chiunque, al mondo, si pone. Da noi no. Accecati dalla forsennata campagna Pro Vax issata dai media di casa nostra, uniti nella battaglia finanziata a suon di euro & dollari da Big Pharma, fregandose altamente della salute degli "utilizzatori finali", i bimbi.
Non era stata proprio Repubblica ad ingaggiare la celebre battaglia contro l'utilizzatore finale maximo, alias Silvio Berlusconi, a proposito di escort & bunga bunga? Come mai adesso quella stessa Repubblica griffata Mario Calabresi è genuflussa davanti ai colossali interessi di Big Pharma, dai vaccini agli Ogm passando per la sperimentazione animale?
Torniamo alle trombe del quotidiano fondato dal Vate che colloquia quotidianamente con Dio: "La sfida più delicata e importante per Bruxelles – scrive l'inviato Alberto D'Argenio – resta quella alla propaganda anti vaccini. 'La rapida diffusione della disinformazione attraverso i media online – si legge nel testo della strategia che sarà approvata oggi dal collegio dei commissari Ue guidato da Junelter – che ha portato a ritenere affidabili notizie false, mette in discussione le verità scientifiche di fronte ad accuse infondate su rischi collaterali e danneggia le vere informazioni sui vaccini. Per questo l'Europa punta ad aumentare l'accesso alle informazioni di buona qualità e trasparenti sui vaccini coinvolgendo la scuola, i media e fondando una Coalizione per le vaccinazioni che coinvolga tutta la società, compresi i professionisti della sanità".
Italiano improbabile a parte, quale organismo o ente mai può stabilire dove stiano la "buona informazione" e le "vere" notizie? Lo decide mister D'Argenio?


Giulio Tarro

Nelle ultime settimane abbiamo riportato ampi stralci delle più recenti ricerche portate avanti da uno studioso che di vaccini se ne intende: Giulio Tarro, due volte candidato al Nobel per la Medicina e allievo di Albert Sabin, che scoprì un vaccino da non poco, l'antipolio. Ebbene, in due freschi studi dedicati ai vaccini e ai metalli tossici contenuti negli stessi vaccini (oltre che negli alimenti e nell'ambiente), Tarro spiega in modo minuzioso e scientificamente inattaccabile quali siano i veri problemi sul campo e quali siano i rischi di una dissennata campagna di vaccini obbligatori tout court.
In occasione di un convegno organizzato a Roma dall'Ordine nazionale dei Biologi, un altro premio Nobel, Luc Montagnier, ha denunciato tutti i rischi – come nel caso dei vaccini – di una scienza e una medicina che rispondono a finanza ed economia e non ai bisogni dei cittadini e dei bambini in primis.
Come mai i media di casa nostra fanno solo da mega cassa di risonanza di Big Pharma e dei suoi 'Vati', come Roberto Burioni, e se ne fregano di far conoscere ai cittadini quanto sostengono un Tarro e un Montagnier? Mistero.

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martedì 15 maggio 2018

L’Esercito francese ha registrato quasi 900 diserzioni nel 2017


L'Armée de Terre ha registrato l'anno scorso quasi 900 casi di diserzione, un numero definito "stabile rispetto all'anno precedente" dal portavoce dell'esercito d'Oltralpe, colonnello Benoît Brulon.
Il quotidiano Le Monde, basandosi su dati raccolti presso la Direzione degli affari penali militari, aveva rivelato in un'inchiesta 1.544 casi di diserzione nel 2017 contro i 1.213 del 2016.aggiungendo che le diserzioni costituiscono il 74% delle infrazioni commesse dal personale militare.
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I casi reali di diserzione sarebbero però molti meno poichè, ha specificato il colonnello Brulon "la diserzione viene definita tale solo dopo sei giorni di assenza non giustificata del militare e molti casi sono stati poi risolti con il rientro del militare alla propria base o con la presentazione di un certificato medico".
Per questo l'Esercito ha registrato come casi di diserzione 893 militari nel 2017 e 889 l'anno precedente. Casi in grabn psrte divuti, secondo Brulon, "a una pessima percezione dei rigori imposti dalla professione militare".
La diserzione vene punita con 3 anni di carcere in tempo di pace e 10 anni in tempo di guerra ma in realtà tutte le pene inflitte negli ultimi anni sono state meno pesanti.
Foto Armèe de Terre
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lunedì 14 maggio 2018

Angelo Gugel per la prima volta racconta



Angelo Gugel
Angelo Gugel
Angelo Gugel, aiutante di camera di San Giovanni Paolo II, prima d'ora non aveva mai parlato con nessuno, tantomeno con un giornalista. Né dei tre pontefici che servì per 28 anni, né di ciò che accadde il 13 maggio 1981, quando in piazza San Pietro il terrorista turco Ali Agcà sparò al Papa polacco. C' è una pietra bianca, murata per terra vicino al colonnato del Bernini, a ricordare il punto esatto dell' attentato.
«Quello che pochi sanno», rivela, «è che ve n'è un' altra uguale, con lo stemma pontificio e la data in numeri romani, anche nell' atrio dei Servizi sanitari del Vaticano, dove sdraiammo il Santo Padre sul pavimento, prima di trasportarlo in ambulanza al Policlinico Gemelli».
Alla fine risultò che l'emorragia interna aveva provocato la perdita di tre litri di sangue. Il cameriere lasciò l'ospedale solo a intervento chirurgico concluso, dopo aver avvoltolato in un unico fagotto la talare e la canottiera chiazzate di rosso brunastro. Gugel, 83 anni venerdì prossimo, veneto di Miane (Treviso), andò poi in pensione dopo un paio d'anni con Benedetto XVI, che lo sostituì con Paolo Gabriele, tristemente famoso per il caso Vatileaks e che fu arrestato, accusato d'aver rubato documenti al Papa. Lo storico assistente del Papa dice: «Me lo aspettavo. Mi era stato chiesto di addestrarlo. Ma non mi sembrava che fosse interessato a imparare».
I giornali scrissero che Raffaella, la sua figlia maggiore, doveva essere rapita al posto di Emanuela Orlandi.
«Assurdo. Ero in Polonia con Wojtyla quando ci fu il sequestro. Non è vero che le due ragazze frequentassero la stessa scuola. E all'epoca la mia famiglia non risiedeva ancora in Vaticano. In seguito, per evitare a Raffaella ogni giorno lunghi tragitti in bus, preferimmo iscriverla nel convitto delle suore Maestre Pie. Ma furono le stesse precauzioni che anche Cibin, il capo della Gendarmeria, adottò per la propria figlia».
Una certa Rita Gugel, indicata come sua parente, figurava in alcune società alle quali era interessato il faccendiere Flavio Carboni, processato e assolto per l'omicidio del banchiere Roberto Calvi.
«Falsità. Non la conosco. Nemmeno a Miane, dove tutti si chiamano Gugel, l'hanno mai sentita nominare».
Fonte “FarodiRoma
ANGELO GUGEL Aiutante di camera di Sua Santità, membro laico della famiglia pontificia e maggiordomo personale del Papa, unica persona al mondo a figurare alla voce «Familiari del Papa» nell' Annuario pontificio racconta il suo cinquantennale servizio in vaticano.

emanuelaorlandi.altervista.org

sabato 12 maggio 2018

La storia in Giallo – La Banda della Magliana – Blog di Emanuela Orlandi

La Storia in Giallo


Pubblicato nuovo articolo nel Blog di Emanuela Orlandi:

"LA STORIA IN GIALLO"

Audiodescrizione della Banda della Magliana

Buona lettura
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venerdì 11 maggio 2018

Dag Hammarskjöld: prove indicano che l'aereo del capo delle Nazioni Unite è stato abbattuto

Testimoni oculari affermano che un secondo aereo ha sparato sull'aereo sollevando domande di insabbiamento britannico sull'incidente del 1961 e sulle sue cause


Il relitto dell'aereo di Dag Hammarskjöld

Il relitto dell'aereo di Dag Hammarskjöld vicino a Ndola, ora Zambia. Testimoni oculari affermano di aver visto un secondo piano di fuoco sull'aereo del capo dell'ONU. Fotografia: TopFoto

Nuove prove sono emerse in uno dei misteri più duraturi delle Nazioni Unite e della storia africana, suggerendo che l'aereo che trasportava il segretario generale delle Nazioni Unite Dag Hammarskjöld fu abbattuto sulla Rhodesia del Nord (ora Zambia) 50 anni fa, e l'omicidio fu coperto da Autorità coloniali britanniche.

Una commissione d'inchiesta gestita da britannici ha accusato l'incidente del 1961 di un errore del pilota e una successiva inchiesta delle Nazioni Unite ha ampiamente impressionato le sue scoperte. Hanno ignorato o minimizzato la testimonianza dei testimoni degli abitanti dei villaggi vicino al luogo dell'incidente che suggerivano un gioco scorretto. The Guardian ha parlato con i testimoni sopravvissuti che non sono mai stati interrogati dalle indagini ufficiali e che erano troppo spaventati per farsi avanti.

I residenti nella periferia occidentale della città di Ndola descrissero la DC6 di Hammarskjöld abbattuta da un secondo velivolo più piccolo. Si dice che il luogo dell'incidente sia stato sigillato dalle forze di sicurezza del Nord-Rodi il mattino dopo, alcune ore prima che il relitto fosse dichiarato ufficialmente trovato, e gli fu ordinato di lasciare l'area.

I testimoni chiave sono stati individuati e intervistati negli ultimi tre anni da Göran Björkdahl, un operatore umanitario svedese con base in Africa , che ha reso le indagini sul mistero di Hammarskjöld una ricerca personale da quando ha scoperto che suo padre aveva un frammento della DC6 caduta.

"Mio padre era in quella parte dello Zambia negli anni '70 e chiedeva alla popolazione locale cosa fosse successo, e un uomo lì, vedendo che era interessato, gli diede un pezzo dell'aereo. Questo è ciò che mi ha fatto iniziare", ha detto Björkdahl. Quando andò a lavorare in Africa, andò sul posto e cominciò a interrogare sistematicamente le persone locali su ciò che avevano visto.

L'inchiesta ha portato Björkdahl a telegrammi inediti - visti dal Guardian - dai giorni precedenti alla morte di Hammarskjöld il 17 settembre 1961, che illustrano la rabbia degli Stati Uniti e britannici a un'operazione militare dell'ONU fallita che il segretario generale ordinò a nome del governo congolese contro una ribellione sostenuta da compagnie minerarie occidentali e mercenari nella regione del Katanga ricca di minerali.

Hammarskjöld stava volando a Ndola per i colloqui di pace con la leadership Katanga in un incontro che gli inglesi hanno aiutato a organizzare. Il diplomatico svedese ferocemente indipendente aveva, allora, fatto infuriare quasi tutte le maggiori potenze del Consiglio di sicurezza con il suo sostegno alla decolonizzazione, ma il sostegno dei paesi in via di sviluppo significava che la sua rielezione come segretario generale sarebbe stata virtualmente garantita al voto di assemblea generale dovuto l'anno seguente.

Björkdahl lavora per l'agenzia svedese per lo sviluppo internazionale, Sida, ma la sua indagine è stata condotta a suo tempo e il suo rapporto non rappresenta le opinioni ufficiali del suo governo. Tuttavia, il suo rapporto riecheggia lo scetticismo sul verdetto ufficiale espresso dai membri svedesi delle commissioni di inchiesta.

Björkdahl conclude che:


 L'aereo di Hammarskjöld fu quasi certamente abbattuto da un secondo aereo non identificato.
 Le azioni dei funzionari britannici e del nord della Russia hanno ritardato la ricerca dell'aereo scomparso.
 Il relitto è stato trovato e sigillato dalle truppe e dalla polizia del nord di Rodi molto prima che la sua scoperta fosse ufficialmente annunciata.
 L'unico sopravvissuto all'incidente potrebbe essere stato salvato ma gli è stato permesso di morire in un ospedale locale mal attrezzato.
 All'epoca della sua morte, Hammarskjöld sospettava che i diplomatici britannici avessero segretamente sostenuto la ribellione del Katanga e avesse ostacolato un tentativo di organizzare una tregua.
 Giorni prima della sua morte, Hammarskjöld autorizzò un'offensiva delle Nazioni Unite su Katanga - nome in codice Operazione Morthor - nonostante le riserve del consulente legale delle Nazioni Unite, alla furia degli Stati Uniti e della Gran Bretagna.

Le nuove prove più interessanti provengono da testimoni che non erano stati precedentemente intervistati, per lo più produttori di carbone della foresta intorno a Ndola, ora tra i 70 e gli 80 anni.

Dickson Mbewe, ora 84enne, era seduto fuori dalla sua casa nel compound di Chifubu, a ovest di Ndola, con un gruppo di amici la notte dello schianto.

"Abbiamo visto un aereo sorvolare Chifubu ma non gli abbiamo prestato attenzione la prima volta", ha detto al Guardian. "Quando l'abbiamo vista una seconda e una terza volta, abbiamo pensato che all'aereo fosse negato il permesso di atterraggio all'aeroporto. All'improvviso, abbiamo visto un altro aereo avvicinarsi all'aereo più grande ad una maggiore velocità e rilasciare un incendio che appariva come una luce brillante.

"L'aereo in alto si è girato e ha preso un'altra direzione, abbiamo percepito il cambiamento nel suono dell'aereo più grande, è andato giù e è scomparso".

Verso le 5 del mattino, Mbewe andò alla sua fornace di carbone vicino al luogo dell'incidente, dove trovò soldati e poliziotti che stavano già disperdendo persone. Secondo il rapporto ufficiale, il relitto è stato scoperto solo alle 15:00 di quel pomeriggio.

"C'era un gruppo di soldati bianchi che trasportavano un corpo, due davanti e due dietro", ha detto. "Ho sentito la gente che diceva che c'era un uomo che è stato trovato vivo e dovrebbe essere portato in ospedale, a nessuno è stato permesso di rimanere lì".

Mbewe non ha trasmesso questa informazione prima perché non gli è mai stato chiesto, ha detto. "L'atmosfera non era pacifica, eravamo cacciati via, avevo paura di andare alla polizia perché potevano mettermi in prigione".

Un altro testimone, Custon Chipoya, un produttore di carbone di 75 anni, sostiene anche di aver visto un secondo aereo nel cielo quella notte. "Ho visto un aereo girare, aveva luci chiare e ho potuto sentire il rombo del motore", ha detto. "Non era molto alto, secondo me era al culmine degli aerei quando stanno per atterrare.

"È tornato una seconda volta, il che ci ha fatto guardare e la terza volta, mentre si stava dirigendo verso l'aeroporto, ho visto un aereo più piccolo avvicinarsi dietro quello più grande: l'aereo più leggero, un tipo di aereo più piccolo, seguiva da dietro e ha avuto una luce lampeggiante, poi ha rilasciato un po 'di fuoco sul piano più grande sottostante e si è mosso nella direzione opposta.

"L'aereo più grande ha preso fuoco e ha iniziato a esplodere, schiantandosi contro di noi. Abbiamo pensato che ci stesse seguendo mentre tagliava rami e tronchi d'albero, pensavamo fosse una guerra, quindi siamo fuggiti".

Chipoya ha detto che è tornato al sito la mattina dopo alle 6 del mattino e ha trovato l'area delimitata da poliziotti e ufficiali dell'esercito. Non ha menzionato ciò che aveva visto perché: "Era impossibile parlare con un ufficiale di polizia, poi abbiamo capito che dovevamo andare via", ha detto.

Safeli Mulenga, 83 anni, anche a Chifubu nella notte dello schianto, non ha visto un secondo aereo ma è stato testimone di un'esplosione.

"Ho visto l'aereo girare due volte", ha detto. "La terza volta che il fuoco proveniva da qualche parte sopra l'aereo, brillava così luminoso: non poteva essere l'aereo che esplodeva perché il fuoco si stava avvicinando ad esso", ha detto.

Non c'è stato alcun annuncio per le persone di farsi avanti con le informazioni dopo l'incidente, e il governo federale non voleva che la gente ne parlasse, ha detto. "C'erano alcuni che hanno assistito all'incidente e sono stati portati via e imprigionati".

John Ngongo, ora 75, fuori nella boscaglia con un amico per imparare a fare il carbone di legna la notte dello schianto, non ha visto un altro aereo ma ne ha sicuramente sentito uno, ha detto.

"All'improvviso, abbiamo visto un aereo con il fuoco da un lato che veniva verso di noi: era in fiamme prima che colpisse gli alberi L'aereo non era solo Ho sentito un altro aereo ad alta velocità scomparire in lontananza ma non l'ho visto ," Egli ha detto.

L'unico sopravvissuto tra le 15 persone a bordo della DC6 era Harold Julian, un sergente americano sui dettagli della sicurezza di Hammarskjöld. Il rapporto ufficiale dice che è morto per le sue ferite, ma Mark Lowenthal, un medico che ha aiutato a trattare Julian in Ndola, ha detto a Björkdahl che avrebbe potuto essere salvato.

"Considero l'episodio come uno dei miei peggiori fallimenti professionali in quella che è diventata una lunga carriera", ha scritto Lowenthal in una e-mail. "Devo prima chiedere perché le autorità statunitensi non hanno immediatamente deciso di aiutare / salvare uno di loro? Perché non ho pensato a questo in quel momento? Perché non ho provato a contattare le autorità statunitensi per dire:" Invia con urgenza un aereo per evacuare un cittadino statunitense in disimpegno alle Nazioni Unite che sta morendo per insufficienza renale? '"

Julian fu lasciato a Ndola per cinque giorni. Prima di morire, ha detto alla polizia di aver visto scintille nel cielo e un'esplosione prima dello schianto.

Björkdahl solleva anche delle domande sul motivo per cui la DC6 è stata fatta circolare fuori da Ndola. Il rapporto ufficiale afferma che non c'era un registratore nella torre di controllo del traffico aereo, nonostante il fatto che la sua attrezzatura fosse nuova. Il rapporto sul controllo del traffico aereo dell'incidente non è stato depositato fino a 33 ore dopo.

Secondo i registri degli eventi della notte, l'alto commissario britannico della Federazione di Rodi e Nyasaland, Cuthbert Alport, che era all'aeroporto quella sera, "improvvisamente disse di aver sentito che Hammarskjöld aveva cambiato idea e intendeva volare da qualche parte Altrimenti, il gestore dell'aeroporto non ha inviato alcuna segnalazione di emergenza e tutti sono semplicemente andati a letto ".

I racconti dei testimoni di un altro piano sono coerenti con altri resoconti interni della morte di Hammarskjold. Entrambi i suoi migliori assistenti, Conor Cruise O'Brien e George Ivan Smith, si erano entrambi convinti che il segretario generale fosse stato abbattuto da mercenari che lavoravano per gli industriali europei nel Katanga. Credevano anche che gli inglesi aiutassero a coprire le riprese. Nel 1992, i due hanno pubblicato una lettera nel Guardian spiegando la loro teoria. Il sospetto delle intenzioni britanniche è un tema ricorrente della corrispondenza che Björkdahl ha esaminato dai giorni precedenti la morte di Hammarskjöld.

Formalmente, il Regno Unito appoggiava la missione delle Nazioni Unite, ma, in privato, il segretario generale ei suoi collaboratori ritenevano che i funzionari britannici stessero ostacolando le mosse di pace, probabilmente come risultato di interessi minerari e simpatie con i coloni bianchi sul lato Katanga.

La mattina del 13 settembre il leader separatista Moise Tshombe ha segnalato che era pronto per una tregua, ma ha cambiato idea dopo un incontro di un'ora con il console britannico nel Katanga, Denzil Dunnett.

Non c'è dubbio che al momento della sua morte Hammarskjöld, che aveva già alienato i sovietici, francesi e belgi, aveva anche irritato gli americani e gli inglesi con la sua decisione di lanciare l'operazione Morthor contro i leader ribelli e mercenari nel Katanga.

Il segretario di stato americano, Dean Rusk, ha detto a uno degli assistenti del segretario generale che il presidente Kennedy era "estremamente turbato" e stava minacciando di ritirare il sostegno dell'ONU. Il Regno Unito, ha detto Rusk, era "ugualmente sconvolto".

Alla fine della sua inchiesta, Björkdahl non è ancora sicuro di chi abbia ucciso Hammarskjöld, ma è abbastanza sicuro del perché sia ​​stato ucciso: "È chiaro che c'erano molte circostanze che indicavano il possibile coinvolgimento delle potenze occidentali. gli interessi dell'ovest negli immensi giacimenti minerari del Congo. E questo fu il periodo della liberazione dell'Africa nera, e tu avevi i bianchi che cercavano disperatamente di aggrapparsi.

"Dag Hammarskjöld stava cercando di attenersi alla carta delle Nazioni Unite e alle regole del diritto internazionale, ho avuto l'impressione dai suoi telegrammi e dalle sue lettere private di essere disgustato dal comportamento delle grandi potenze".

Gli storici del Foreign Office dissero che non potevano commentare. I funzionari britannici credono che, in questa data tardiva, nessuna ricerca avrebbe dimostrato o smentito in modo conclusivo quelle che considerano teorie cospirative che hanno sempre circondato la morte di Hammarskjöld.

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